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01/12/2019

Libera e gli allarmi bomba ‘Noi a fianco del Tribunale’

QN - Il Resto del Carlino

Nell'inchiesta 'Magma', culminata in 45 arresti di presunti appartenenti al clan Bellocco di Rosarno (Reggio Calabria), la nostra città viene citata in un dialogo intercettato tra un 50enne finito in manette, Antonio Loprete, ritenuto un affiliato, e un professionista. Una riprova di come i mafiosi calabresi sapessero di poter contare su ditte del nostro territorio per garantire i propri affari in Calabria. Il gip Antonino Foti scrive nell'ordinanza di applicazione delle misure cautelari che Loprete si sarebbe prodigato «per conto della cosca a trovare una società da far partecipare alla gara per l'aggiudicazione del servizio rifiuti da parte del Comune di Rosarno, interagendo con imprenditori del Nord, garantendo loro esplicitamente l'assegnazione dell'appalto e il riparo da ogni problema, dietro il pagamento di una somma». Da quanto ricostruito, il 50enne si rivolge al professionista nell'agosto 2018, per chiedergli un contatto con una ditta che avesse le caratteristiche per partecipare alla gara, poiché i bandi precedenti erano andati deserti e «poiché Loprete non aveva la professionalità per ambire all'appalto in modo legittimo». Il 50enne chiede che «per ragioni di opportunità si escludano ditte calabresi». Dopo il rifiuto di alcune società, viene contattato un imprenditore veronese, al quale Loprete garantisce l'appalto «al 99 virgola 9 per cento... te la fai tu», e promette: «Ti darò referenti in Comune». L'affare illecito non si è concluso perché «alcuni imprenditori chiamati dal veronese si sono tirati indietro e le difficoltà finanziarie hanno impedito al Comune di bandire la gara». Ma nella conversazione iniziale del 31 agosto 2018, Loprete chiede al professionista: «Non me la trovi una ditta per la spazzatura?». E poi specifica: «A me serve fuori per farla entrare. Perché qua sai come funzionano più o meno le cose». E poi: «Ma tu lo sai dove erano queste ditte? Una era della Puglia, questa che prima era qua che lavorava!... Un'altra era di Bologna, Reggio Emilia... e hanno fatto cinque anni, perché non possono? Chi te lo dice?». Proprio venerdì, in concomitanza con l'operazione contro il clan Bellocco, con propaggini nella nostra regione - una decina di anni fa in guerra con la famiglia Amato a Reggio - nel tribunale di via Paterlini si è registrato il secondo allarme bomba in dieci giorni, in contemporanea anche a un'udienza del processo sugli omicidi del 1992. Il primo è datato il 20 novembre, durante un sequestro di beni ai fratelli Antonio e Cesare Muto. L'associazione Libera esprime vicinanza al tribunale: «Episodi di questo genere devono spingerci a tener sempre più alta l'attenzione sulla presenza e organizzazione mafiosa sul nostro territorio». Alessandra Codeluppi