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26/05/2020

L’emergenza vale per tutto meno che per sbloccare gli appalti

La Verita' - DANIELE CAPEZZONE

LA LOGICA DEL PD
• Come nei m i g l i o r i gialli, il colpevole torna sempre sul luogo del delitto. E così Graziano Delrio, attuale capogruppo Pd alla Camera, in un'intervista a La Stampa , si agita e si sbraccia a difesa di quel codice degli appalti che lui stesso (...) segue a pagina 10 Segue dalla prima pagina (...) volle e impose, nella sua stagione da ministro delle Infrastrutture (2015-2018). «Proprio lui», «ancora lui», griderebbero i più noti telecronisti di calcio. Fino al passaggio chiave dell'intervista: «No alla logica emergenziale», con la surreale precisazione secondo cui «bisogna semplificare, non delegificare». Insomma, da mesi si fa di tutto, incluso comprimere le libertà costituzionali: ma se ora si tratta di velocizzare gli appalti, improvvisamente la maggioranza aziona il freno. La realtà è che a parole tutti amano esprimersi a favore del «modello Genova», cioè della grande accelerazione che ha portato a tempo di record alla realizzazione del nuovo ponte, ma quando si passa alla pratica, i giallorossi scontano almeno tre problemi: una questione politica, una questione di mentalità, una questione di comprensione dei meccanismi giuridici che effettivamente rallentano le grandi opere. La questione politica ha due aspetti. Per un verso, la contrarietà grillina: pochi ricordano che i 5 stelle si opposero, nella scorsa legislatura, al codice Delrio, ma solo perché lo volevano ancora più rigido, perché il loro talebanismo anticorruzione non era sufficientemente soddisfatto dalla riforma. Oggi, peraltro, i grillini si preparano al nuovo mantra (è già pronto il ministro Sergio Costa con adeguato supporto parlamentare pentastellato): non si possono semplificare troppo le procedure per tutelare l'ambiente. Il cocktail è dunque già servito: una parte di giaculatorie antimafia, una parte di catechismo anticorruzione, e una parte di ecointegralismo. Per altro verso, c'è il Pd che a sua volta non fa salti di gioia. Non li fa in generale, perché su questo tema paventa un protagonismo renziano, dopo la reiterata presentazione da parte di Italia viva di un cosiddetto «piano choc». Non li fa il ministro in carica Paola De Micheli, che teme di essere commissariata da un eventuale tavolo 0 cabina di regia. E non li fa ovviamente Delrio, che difende le norme che portano il suo nome. In questo momento, dalle parti del Nazareno, c'è tutto un lavorio alla ricerca di «narrazioni» alternative da contrapporre al «modello Genova»: molto gettonato il «modello Expo». Ma anche in questo caso c'è chi teme un protagonismo alternativo a quello dell'attuale segreteria di Nicola Zingaretti, incarnato dall'ex commissario e ad di Expo Beppe Sala, oggi sindaco di Milano ma con incontenibili ambizioni nazionali. La seconda questione ha a che fare con la mentalità. La si può girare come vuole, ma né i grillini (dirigisti e anti impresa per natura) né il Pd hanno la forma mentis, il mindset della sburocratizzazione. Una coalizione che mette in piedi 16 task force con 500 membri non ha propriamente le carte in regola su questo versante. Per non dire dell'ultimo decreto rilancio, che richiederà 98 provvedimenti di attuazione. Perfidamente, nel suo colloquio con La Stampa, è proprio Delrio a rigirare il coltello nella piaga, sgambettando -più o meno involontariamente - la De Micheli: «Mi giunge notizia che al ministero delle Infrastrutture sia in discussione un regolamento attuativo del codice da 300 articoli. Semplifichiamo aggiungendo?» La terza questione è giuridica e procedurale, e va al cuore dell'incomprensione, da parte di Delrio, nella sua stagione ministeriale, della sostanza della questione. Ancora ieri, nell'intervista al quotidiano torinese, l'attuale capogruppo Pd ha lamentato per un verso «un eccesso di corruzione» e per altro verso il fatto che ci siano «troppi contenziosi», una valanga di ricorsi al Tar. Peccato che entrambi i mali - diversamente dalle opinioni di Delrio e di Raffaele Cantone - non si risolvano a colpi di codice penale, ma attraverso una radicale limitazione dei margini di discrezionalità lasciati ai responsabili dei procedimenti. Sono proprio quei giudizi qualitativi discrezionali a lasciare spazio (e non si sa quale sia la patologia peggiore) da un lato a forme corruttive e dall'altro a infinite contestazioni, con relativo contenzioso giudiziario. Dinanzi a tutto questo, c'è da temere il solito circo. Per un verso, l'enfasi propagandistica di Conte, che l'altro ieri alla Camera ha già prefigurato nientemeno che «una rivoluzione culturale» nella Pubblica amministrazione. Per altro verso, l'ansia da prestazione di Matteo Renzi, che, dopo l'umiliante retromarcia parlamentare sul caso del ministro Alfonso Bonafede, va in cerca di una rivincita, e continuerà ad agitare la bandiera del suo «piano choc». E di mezzo il Pd, che, senza una direzione univoca, punterà forse su un mix confuso: un po' di difesa delle norme esistenti e un po' di vaghi riferimenti a nuovi modelli da elaborare. Un po' di tutto e un po' di niente. Con ciò, potrebbe consumarsi un paradosso surreale. Dopo mesi in cui si è travolto tutto, dalla Costituzione alla gerarchia delle fonti del diritto; dopo mesi in cui si è decisa qualunque cosa a suon di Dpcm; ora, improvvisamente, proprio quando si dovrebbe affrontare l'esigenza di sburocratizzare, i giallorossi potrebbero buttare la palla in calcio d'angolo, sollecitando un'«ampia discussione». Per non decidere. © RIPRODUZIONE RISERVATA GRAZIANO DELRIO ANSA

Foto: PASSERELLA II ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, visita un cantiere [Ansa]