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08/04/2021

Le risorse del Recovery per i settori “locomotiva”

Il Messaggero

«La soluzione di problemi regionali non va rimandata a temi troppo ampi»
Fermare lo scivolamento verso Sud, ripartendo dal manifatturiero che per incidenza sul valore aggiunto regionale vede l'Umbria al nono posto in Italia. Il presidente regionale di Confindustria, Antonio Alunni, parte dalle asciutte cifre Istat per indicare le priorità da seguire nella progettazione legata al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). L'obiettivo, considerando anche i tempi dettati dall'Europa, è fornire risposte nel breve supportando prima di tutto la competitività dell'industria regionale.
Presidente Alunni, è giusto porre una questione Centro Italia nel confronto sul Recovery Plan?
«Una questione Centro Italia esiste, ma gli scenari andrebbero declinati nel breve, medio e lungo periodo, evitando di rimandare ad argomenti più ampi, e a una corresponsabilità generale, la soluzione di problemi specifici del nostro territorio. L'Umbria ha caratteristiche sociali ed economiche uniche, diverse rispetto a Toscana e Marche, al di là della vicinanza».
La macroregione è un tema attuale?
«Andrei molto cauto perché il rischio che il pesce piccolo sia assorbito da quello grande esiste. Non rischiamo di perdere la nostra identità storica, ovvio, ma peso specifico, diventando periferia di una periferia. Dobbiamo fare i conti con la realtà: il nostro peso come Umbria diventerebbe uno zero virgola, qualora oggi fosse qualcosa di più».
In quali termini porrebbe quindi la questione anche rispetto alle risorse straordinarie del Pnnr?
«Il vero problema è se la nostra economia non si aggancia ai trend di crescita e ai settori più importanti. La posizione geografica è un limite, essendo lontani dal Centro Europa, il cuore dell'economia continentale di oggi. Detto questo, condividiamo le soluzioni che sono portate avanti che però daranno risultati nel medio e lungo periodo mentre il Recovery plan ha un traguardo molto più a breve. Le nostre imprese hanno del potenziale da un lato, problemi dall'altro e nel breve termine è a questo cui bisogna rispondere».
In che modo?
«Il tema è quello delle politiche industriali. Vedo un'attenzione forte in ambiti che probabilmente non saranno mai locomotiva dello sviluppo territoriale. Tutti i settori hanno pari dignità, ma non hanno pari importanza. Quando si parla dell'Umbria come regione in transizione, dobbiamo parlare di reddito medio pro capite. Per farlo tornare a crescere, dobbiamo puntare su settori ad alto valore».
Puntare sul manifatturiero, quindi.
«Non lo vedo nominare e questo per me è un problema: parlare di industria del turismo è fuorviante. Temo ci siamo dimenticati cos'è veramente l'industria, un tema che non vediamo in prima pagina nelle scelte del breve termine. Lo intravediamo in alcune del medio e lungo periodo se parliamo di scuola, formazione o università: ma i laureati che andremo a creare serviranno più all'industria o al turismo? La nostra è un'economia industriale e come dice l'Istat (dati 2019) l'Umbria è nona in Italia per incidenza della manifattura sul valore aggiunto regionale. Non è banale se davanti abbiamo i più bravi e Liguria o Campania sono sotto di noi».
Questo nonostante la crisi economica?
«L'industria ha dimostrato capacità competitive e andrebbe meglio supportata e seguita per raccogliere le opportunità che anche in pandemia si possono realizzare. È vero che c'è una crisi, ma si aprono anche opportunità per chi sa coglierle: su questo vedo poco confronto. Se l'economia regionale ha retto, pur con numeri negativi, è grazie alla manifattura, al netto della Pubblica amministrazione che è una partita a sé. Non possiamo dimenticare o dare per scontati i nostri punti di forza. Rimandare le scelte a temi di cui si discute da 20 anni e cui non si trova una soluzione, significa non affrontare i problemi. Siamo d'accordo che il Codice degli appalti vada riformato per migliorarne la gestione, ma questo dà soluzioni nel breve? Siamo chiamati a far partire progetti entro il 2022/2023».
Quale ruolo dovrebbero avere le Regioni nel Pnrr?
«A livello nazionale, a partire dalla prima regione d'Italia che è la Lombardia, non stanno dimostrando capacità nella gestione efficace ed efficiente delle crisi. Ben venga lo Stato se è in grado di dare direttive più stringenti e puntuali. Lo stiamo vedendo con la gestione dei vaccini anti-Covid, al di là della mancanza di dosi e non parlo dell'Umbria. Come giustamente dice la presidente Tesei, le risorse del Recovery plan sono un'occasione unica per i territori per portare avanti cantieri importanti, ma la dicotomia Stato-Regioni va superata. In emergenza sanitaria, abbiamo sentito Regioni parlare di eccessivo centralismo per decisioni prese dal Governo, altre parlare di responsabilità scaricate in occasione di misure affidate alle Regioni».
Fabio Nucci