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21/04/2020

LE LEZIONI CHE ABBIAMO IMPARATO DURANTE L’EPIDEMIA

La Repubblica - Affari Finanza - alessandro de nicola

L'opinione
L o spettacolo offerto dalla politica e dalla burocrazia italiana non è stato finora edificante. Purtroppo, a fronte dell'abnegazione di singoli individui o dell'efficienza di alcune organizzazioni (si veda la rapidità con cui l'ospedale San Raffaele ha approntato un nuovo reparto di terapia intensiva grazie alla raccolta fondi iniziata dai Ferragnez) si è assistito a una fiera di pressappochismo, negligenza (i morti delle residenze per anziani sono lì, silenziosi testimoni), improvvisazione, incapacità che ha certamente contribuito all'intensità con cui il virus ha colpito il nostro Paese e alle sue conseguenze, tragiche per le vite umane perse e drammatiche per l'economia. Ora ci apprestiamo a entrare zigzagando nella fase 2, vale a dire un lento percorso di ritorno alla normaltà. In realtà, sarebbe bene che alcune lezioni, e anche sperimentazioni, che abbiamo imparato durante la pandemia non andassero sprecate e ci si avviasse verso un "new normal" non solo nei rapporti sociali. Prendiamo l'evidente inadeguatezza del processo di approvigionamento della Pubblica amministrazione. Finora ci si è concentrati su due aspetti, la corruzione e la spesa pubblica. Per combattere la prima si è messa in piedi l'Autorità anticorruzione e si sono inasprite le sanzioni penali, per contenere la seconda si è timidamente cercato di diminuire le stazioni appaltanti. Il codice degli appalti doveva servire a migliorare entrambi gli aspetti. Ebbene, non è andata così, ma nel corso della crisi alcuni provvedimenti dettati dall'emergenza potrebbero tornare utili. Ad esempio, l'alluvione di Dpcm in tema di appalti pubblici contiene alcuni spunti interessanti. Per parlare di uno semplice, nel decreto Cura Italia si è stabilito che in caso di liberalità private per il settore sanitario si può procedere all'acquisto di forniture e servizi strumentali a fronteggiare il virus tramite affidamento diretto purché l'affidamento sia conforme al motivo della donazione e non si superino certe soglie di valore. Una riforma semplice sarebbe introdurre procedure molto snelle (non necessariamente l'affidamento diretto, ma per esempio la gara a inviti) per tutte le liberalità (anche a scuole o musei) a favore di strutture pubbliche coinvolgendo anche il donatore. Sarebbe un'innovazione che incoraggerebbe molti a farsi avanti. Molte disposizioni, inoltre, prevedono che per lavori di urgenza (ad esempio per le strutture penitenziarie) si possano derogare i limiti di valore (nel caso dei penitenziari, 200.000 euro) oltre i quali non si può procedere all'affidamento diretto salvo i limiti previsti dalla direttiva comunitaria (5.350.000 € per appalti di lavori pubblici e concessioni, 209.000 € per forniture e servizi e così via). Un'altra riforma assai semplice sarebbe quella di eliminare tutte le eccezioni più restrittive contenute nella normativa italiana e rifarsi solo alla direttiva europea in modo da allargare l'ambito delle gare semplificate. Per stipulare contratti di acquisto di sistemi informativi per la diffusione del lavoro agile, sempre il decreto Cura Italia stabilisce che immediatamente dopo la conclusione della procedura di aggiudicazione si possa stipulare il contratto senza aspettare i 35 giorni previsti dal Codice appalti per dare la possibilità agli altri partecipanti di ricorrere al Tar. Ebbene, ci si può chiedere tre cose. Il periodo di 35 giorni è così necessario per tutti i contratti? Anche quando necessario, non è troppo lungo? Infine in caso di impugnazione il Tar dovrebbe concedere la sospensiva alla prosecuzione dell'appalto nei soli casi di grave e irreparabile danno per la PA e prevedere come regola solo il risarcimento del danno per la parte ingiustamente esclusa. Non si vuol denegare giustizia, ma solamente evitare che in attesa che arrivi la Dea Teti passino gli anni e le infrastrutture rimangano inattuate. Sotto questo profilo è stata recentemente avanzata la proposta da parte di alcuni studiosi di utilizzare meglio la Corte dei Conti per ottenere da essa una sorta di timbro di legalità della procedura di aggiudicazione che una volta ottenuta renda irricevibile il ricorso al Tar o, aggiungo io, possibile solo dopo un giudizio di ammissibilità con spese pesanti a carico di chi impugna senza motivo. Infine, il Dpcm del 22 marzo ha introdotto la notifica al prefetto relativa alla prosecuzione delle attività essenziali con cui l'imprenditore informa l'autorità pubblica che, operando egli in servizi indispensabili che necessitano di presenza fisica, proseguirà l'attività secondo le normail modalità. Se la prefettura ex post accerta che la dichiarazione non è veritiera, la blocca e multa l'impresa. Orbene, non solo il silenzio-assenso dovrebbe diventare la regola del processo autorizzativo pubblico, ma si dovrebbe generalizzare lo strumento dell'interpello, già diffuso nella legislazione fiscale: spiego cosa voglio fare e le ragioni per le quali penso di poterlo fare, se la PA è d'accordo (o non risponde) posso procedere senza incertezze e ripensamenti successivi, se non lo è, proseguo a mio rischio e pericolo. Sembra una frase ormai banale che da ogni problema può nascere un'opportunità, ma siccome in Italia in genere nascono ulteriori difficoltà, se per una volta si decidesse di cambiare rotta sarebbe una svolta niente affatto banale. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Foto: L'opinione


Foto: L'alluvione di Dpcm contiene anche spunti interessanti per snellire la burocrazia e velocizzare gli acquisti e i lavori urgenti