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08/06/2021

LE INTENZIONI DEI “MIGLIORI”

Left - Simone Fana

IN COPERTINA POLITICA
Sempre più sbilanciato verso Salvini e Berlusconi, "fedele" a Confindustria. Con lo sblocco dei licenziamenti e la liberalizzazione dei subappalti il governo Draghi mostra definitivamente la sua vera natura neoliberista e la scarsa sensibilità sociale, favorito anche dalle ambiguità di Pd e M5s
Quando si insediò alla guida del Paese nel febbraio scorso Mario Draghi venne incensato dal coro quasi unanime dei media e da una schiera di politici e intellettuali vicini per storia e sensibilità al mondo appannato della sinistra. Che si trattasse di un'ubriacatura adolescenziale fu palese sin dalle prime battute. Ma nelle ultime settimane il velo di opacità è caduto e ora Mario Draghi e il suo esecutivo si mostrano per quello che sono: un governo sostanzialmente di destra, sodale alleato delle rivendicazioni di Confindustria e alfiere di una ricostruzione alimentata da picconate a quel che resta dei diritti dei lavoratori. In questo quadro si inseriscono l'intenzione di avviare lo sblocco dei licenziamenti dal primo luglio per le aziende dei comparti manifattura e costruzioni e la volontà di liquidare le regole sugli appalti e subappalti. Sblocco dei licenziamenti e liberalizzazione dei subappalti sono misure che rispondono ad un disegno complessivo di governo della crisi. Le pressioni di Confindustria sul superamento del blocco ai licenziamenti sembrano aver avuto ragione in un esecutivo, sempre più sbilanciato sulle posizioni della Lega e dove pesano le ambiguità e le inconsistenze del Partito democratico e del Movimento cinque stelle. Entrando nel merito della misura, lo sblocco dal primo luglio riguarderà svariati settori produttivi, dalla metalmeccanica all'edilizia, dall'industria chimica al tessile, che occupano circa quattro milioni di lavoratori. Resta invece fermo al 30 ottobre il blocco per le imprese artigiane, del commercio e terziario. Nelle ultime settimane la propaganda dispiegata dai media allineati alle posizioni di Confindustria e dell'esecutivo Draghi insiste sul fatto che lo sblocco dei licenziamenti non produrrà esuberi e non avrà ripercussioni sull'occupazione. L'argomento principale è che la ripresa della domanda estera e le riaperture avrebbero un impatto positivo sulla crescita, riducendo l'incentivo per le imprese di liberarsi di una quota di lavoratori in eccesso. Peccato che questa non sia la realtà dell'economia italiana. Come evidenziato dal Rapporto sulla competitività dei settori produttivi pubblicato dall'Istat Io scorso 7 aprile, a fronte di una performance positiva di alcune branche dell'industria (agro-alimentare, farmaceutico, macchinari elettrici) ci sono settori che hanno perso quote rilevanti di mercato con il combinato disposto tra crisi sanitaria e crisi economica e la cui ripresa è molto più incerta. Tra questi il settore tessile, abbigliamento e pelli, ma anche le costruzioni che hanno subito una contrazione robusta a causa della caduta della domanda interna. Settori interessati dallo sblocco dei licenziamenti dal primo luglio. Si tratta a ben guardare di quel pezzo di industria leggera, a basso contenuto tecnologico e ad alta intensità di lavoro. Tradotto: settori in cui il costo del lavoro incide enormemente sulle performance aziendali e in cui lo sblocco dei licenziamenti è lo strumento principale di recupero del profitto. Insomma, parliamo di aziende che hanno una bassa se non nulla propensione agli investimenti tecnologici e la cui ripresa passa dalla compressione del costo del lavoro. Non a caso la Banca d'Italia stima che lo sblocco dei licenziamenti avrà un impatto negativo sull'occupazione con una perdita che si aggira sui 500mila occupati in meno. A dare la portata della voragine sociale che si aprirà dal primo luglio è utile ricordare che gli esuberi di personale avverranno in un contesto segnato dal superamento dei limiti al ricorso al contratto a termine (con il superamento del decreto Dignità) e dall'assenza di una riforma universalistica degli ammortizzatori sociali. Le imprese potranno quindi sostituire lavoratori a tempo indeterminato con neo assunti a termine, riducendo il costo del lavoro e scaricando l'incertezza sulla parte più debole del mercato del lavoro. Inoltre, i lavoratori e le lavoratrici licenziate non po^ L y tranno contare su un sistema di protezione • ^ H sociale contro il rischio di perdita del posto di lavoro, aggravando la condizione di impoverimento che riguarda ormai 5 milioni di persone. Non si tratta, ovviamente, di una dimenticanza del governo non aver varato * una riforma degli ammortizzatori sociali, ma di una decisione consapevole che trova il consenso di Confìndustria. Infatti, l'assenza ^ H g di una misura di superamento dell'attuale | P Naspi (Nuova prestazione di assicurazione sociale) - che ricordiamo ha una serie di limiti di applicazione (interessa solo una parte delle persone disoccupate) e prevede progressivamente una riduzione progressiva dell'assegno - consente alle imprese di poter ricattare i lavoratori con salari da fame e rapporti di lavoro temporanei. L'obiettivo era evitare che chi perdesse il posto di lavoro potesse fare affidamento su un "salario di riserva" per difendersi contro i ricatti della sotto-occupazione e del lavoro povero. Un film già visto all'indomani della crisi del 2008 e del 2011, quando il governo della crisi si resse sulla moltiplicazione di rapporti di lavoro a termine e bassi salari. Inoltre, lo sblocco dei licenziamenti e la minaccia della disoccupazione agiscono come deterrente sulle rivendicazioni dei lavoratori, indebolendo il già fragile potere di pressione delle organizzazioni sindacali. Un piano che in controluce è visibile nelle pieghe del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) dove la scelta di ricorrere a forme di impiego temporaneo per dare esecuzione alle missioni si inserisce in un disegno di privatizzazione e semplificazione dei servizi pubblici. Concorrenza, merito, rapidità della macchina pubblica sono obiettivi da raggiungere smantellando il sistema di regole e avviando quel progressivo superamento del Codice degli appalti pubblici. Non è un caso, quindi, che a poche settimane dall'approvazione del Pnrr l'esecutivo abbia scelto di puntare proprio sul capitolo appalti e subappalti. Non sono bastate le preoccupazioni espresse dalla Commissione di garanzia sul diritto di sciopero nei servizi pubblici - che ha messo in luce il nesso tra appalti e sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici - a far retrocedere il governo dall'intenzione di liberalizzare il sistema dei sub-appalti. La decisione di elevare la soglia dei sub-appalti dal 40 al 50 % sino al 31 ottobre e la decisione di togliere la soglia stessa dal primo novembre prelude ad una ripartenza i cui costi verranno scaricati sui lavoratori e le lavoratrici. Viene concessa, infatti, la possibilità alle imprese aggiudicatrici dell'appalto di ricorrere allo spezzettamento nella produzione e l'erogazione di servizi verso una filiera di aziende, producendo una catena di comando in cui sfumano le responsabilità e si allargano gli spazi di infiltrazione della criminalità organizzata e del lavoro nero e grigio. In questo quadro rischiano di non bastare le tutele rafforzate richieste dai sindacati per contrastare il dumping salariale all'interno della filiera degli appalti. In primo luogo perché la liberalizzazione dei sub-appalti si innesta in un clima di insofferenza verso il sistema di regole che dovrebbero presidiare la qualità dei servizi e i diritti dei lavoratori che li erogano. Insomma, il contesto in cui prende forma la liberalizzazione dei sub-appalti è segnato dall'imperativo della semplificazione, in cui le autorità pubbliche limitano il proprio raggio d'azione nella determinazione dei progetti da realizzare, decentrando al livello locale e di concerto con i soggetti privati la definizione dei criteri di aggiudicazione e di realizzazione delle opere pubbliche. In secondo luogo a causa della carenza di personale deputato al controllo e alle verifiche ispettive, stimata del 30% rispetto al fabbisogno nazionale, che rischia di vanificare l'impegno a garantire condizioni di lavoro dignitose. Insomma, la ricerca di uno spazio di mediazione con un governo che ha preso una chiara direzione di marcia rischia di essere una scelta inefficace e per certi versi dannosa. Mai come in questa fase è invece necessario cogliere il disegno complessivo impresso dal governo, costruendo un terreno di mobilitazione generale, che a partire dalla centralità politica del mondo del lavoro costringa l'esecutivo a cambiare registro. In assenza di questo, le ripercussioni sociali ed economiche della crisi ricadranno inevitabilmente sulle classi lavoratrici e di riflesso sulla rappresentanza politica e sindacale.

Foto: Paracadute, Illustrazione di Chiara Melchionna, Officina B5


Foto: Per Bankitalia ci sarà un'impennata di licenziamenti appena cadrà il divieto: si stimano più di 500mila occupati in meno