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08/01/2019

Le costose (fino a 6 mila euro al mq) casette post-terremoto, invece di sei anni, durano pochi mesi. E molte sono già marce e inabitabili

ItaliaOggi - TINO OLDANI

TORRE DI CONTROLLO
«Bisogna avere un approccio diverso dal passato». Così dichiarava tre mesi fa Piero Farabollin i, 58 anni, subito dopo la nomina a nuovo commissario per le aree colpite dal terremoto del 2016 nel Centro Italia. Geologo, nonché docente all'Università di Camerino e presidente dell'ordine dei geologi delle Marche, Farabollini è il terzo commissario post- terremoto in poco più di due anni, incarico prima occupato da Vasco Errani e Paola De Micheli, questi ultimi nominati rispettivamente dai governi guidati dal Pd di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Il geologo Farabollini è stato scelto dal vicepremier grillino Luigi Di Maio, che l'ha imposto alla Lega di Matteo Salvini, più propenso a nominare l'ex sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi. In attesa di scoprire cosa signifi chi nel concreto «l'approccio diverso» di Farabollini, fi nora assai parco di dichiarazioni (buon segno, forse è uno che studia prima di parlare), emergono sempre più evidenti le pessime gestioni del passato, caratterizzate da sprechi di denaro pubblico oltre l'immaginabile, ai quali si sono sommati intralci burocratici di ogni tipo, con un unico risultato: la ricostruzione non è neppure iniziata, nessuno sa ancora dire quando inizierà, mentre migliaia di persone sono costrette a vivere in costose casette prefabbricate, progettate talmente male, e realizzate pure peggio, da essere diventate inabitabili dopo pochi mesi. Che le Sae (soluzioni abitative di emergenza, come i tecnici chiamano le casette) siano costose, l'avevo già scritto su Italia Oggi un anno fa (11 gennaio 2018), rivelando che un buon numero di esse erano costate più di 6mila euro al metro quadro, vale a dire come un attico nel centro di Venezia. Pochi giorni fa, anche il Fatto Quotidiano ha fatto la stessa scoperta, con un'inchiesta documentata su tutti i comuni terremotati delle Marche. Per ogni comune, una tabella indica il numero delle casette consegnate e il costo al metro quadro, che varia da un minimo di 2.012 euro (Gualdo) a un massimo di 6.062 euro (Bolognola). Il forte divario è dovuto, spiegano gli esperti, al fatto che in alcuni paesi si sono dovute spianare delle mezze montagne per predisporre le aree su cui insediare le Sae, con una ricadute inevitabile sui costi di urbanizzazione. Ma era proprio necessario procedere in questo modo, e con simili costi? Molti sindaci, quasi del tutto esautorati dalle diverse burocrazie coinvolte nel dopo terremoto (commissario straordinario, Autorità anticorruzione, Corte dei conti), parlano ormai apertamente di sprechi giganteschi. Paolo Trancassini, sindaco di Leonessa, intervistato di recente dal Giornale, ha fatto quattro conti sulle 16 Sae installate nel suo comune: «Il loro costo medio è stato di 1.800 euro al metro quadro, compresi gli allacci e l'urbanizzazione. È meno di quanto si è speso in molti altri comuni, ma è molto di più di quanto si sarebbe speso ristrutturando subito gli edifi ci pubblici in cui vivevano le famiglie terremotate». Edifi ci che, invece, sono tuttora inagibili. Anche a Camerino l'ingegner Roberto Di Girolamo, intervistato dal Fatto Quotidiano, sostiene che «costruire case popolari, il cui costo, terreno incluso, è di 1.600 euro al metro quadro, sarebbe stato meglio che puntare sulle casette, costate in media 2.800 euro al metro». Dunque, per le casette sono stati spesi tanti soldi pubblici dal governo, ma con risultati pessimi, che ora fanno parlare apertamente di sprechi scandalosi. Si dà infatti il caso che molte casette, consegnate da appena due mesi, si sono rivelate inabitabili: i pavimenti di legno si sono gonfi ati, sono spuntati muffe e funghi, alcuni tetti hanno ceduto sotto la neve, i boiler piazzati sui tetti sono scoppiati per il gelo, le porte d'ingresso si sono gonfi ate e non si chiudono più. Non solo. Nelle Marche, molti assegnatari di Sae si sono visti recapitate bollette da 580 euro per il bombolone di gas, mentre in passato avevano il camino in casa e si scaldavano con la legna dei boschi intorno, a prezzi stracciati. Pare assurdo. Ma solo adesso si scopre che le Sae sono fabbricate per durare poco, al massimo sei anni. Lo ha rivelato al Fatto l'ex ad di Consip, Domenico Casalino, che nel 2014 lavorò al bando per la Protezione civile: «Il ciclo dell'emergenza prevede entro un anno la tenda, il prefabbricato per sei anni, quindi la sistemazione defi nitiva». Nessuno, tuttavia, è pronto a scommettere che tra sei anni la ricostruzione postterremoto sarà cosa fatta. Dovunque, dopo due anni, le macerie non state rimosse; la consegna dei progetti, a cui dovrà seguire l'affi damento alle imprese, è stata rinviata a fi ne 2019, facendo slittare a fi ne 2020 l'affi damento dei lavori. Questo, in teoria. Ma nessuno ci crede. Tra questi, il sindaco di Leonessa, Trancassini, che ha cominciato ad alzare il velo sui ritardi burocratici che fi nora hanno impedito la ricostruzione: «Servirebbe una tregua con l'Anac (l'Autorità anticorruzione) e con la Corte dei conti. Ai tavoli tecnici vengono richieste destinazioni d'uso di 40 anni fa, oppure documenti su fi nestre aperte dai bisnonni. Così si ferma tutto». Una denuncia che fa capire che il vero collo di bottiglia della ricostruzione non è la mancanza di soldi (visto lo sperpero delle Sae, è vero il contrario), bensì il nuovo codice degli appalti, con la sua superfetazione di norme paralizzanti, e la sua ottusa applicazione da parte dei burocrati dell'Anac, guidata da Raffaele Cantone, e della Corte dei conti. Sembra averlo capito perfi no il governo grillo-leghista, che con la manovra 2019 ha semplifi cato le procedure per gli appalti fi no a 150 mila euro. Ma questo potrà essere d'aiuto a molti comuni per tappare le buche e riparare i marciapiedi, non certo per la ricostruzione post-terremoto. © Riproduzione riservata

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