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25/03/2021

Le condizioni delle Regioni «I progetti li scegliamo noi»

Il Mattino

De Luca, Emiliano, Musumeci, Spirlì «Conosciamo le esigenze dei territori»
GLI ENTI LOCALI
Marco Esposito
«Le Regioni non vanno in ordine sparso», avverte Vincenzo De Luca. E in effetti, mai come ieri, le otto Regioni del Sud sono apparse capaci di fare squadra di fronte alla doppia sfida di dare al Mezzogiorno la quota del Recovery che spetta e di farla gestire ai territori e non con decisioni prese da Roma. Certo, lo hanno fatto ciascuno mantenendo il proprio stile. Con una battuta Nino Spirlì (Calabria): «Non vorrei che il Pnrr si chiami così perché prevede la Ripresa al Nord e la Resilienza al Sud». Con rabbia Nello Musumeci (Sicilia): «Da Palermo e Catania prendiamo l'aereo per Milano non per fare shopping ma per andare all'Istituto tumori». Con ironia Michele Emiliano: «La sanità della Puglia ha ventimila dipendenti in meno di quella dell'Emilia Romagna, è chiaro che siamo un po' in difficoltà, ma abbiamo la capacità di fare le nozze con i fichi secchi e abbiamo fatto più vaccini». Con toni cupi De Luca: «Il Sud rischia di assommare ai divari territoriali, sociali e di genere il divario demografico, si rischia per intere aree una desertificazione vera e propria». In modo freddo Christian Solinas (Sardegna): «In questo periodo si fa avanti il tema neanche troppo celato del neocentralismo».
Quattro i punti chiave sottolineati dai governatori. Il primo è fin troppo ovvio: al Sud va realizzato tutto quello che manca da decenni, senza trascurare un'opera come il Ponte sullo Stretto. Il secondo è una risposta indiretta al premier Draghi, che anche ieri ha battuto il tasto della legalità come specifico problema meridionale. Il terzo è quello degli strumenti: senza semplificazione qualsiasi progetto si arenerà. L'ultimo potremmo definirlo di governance: i presidenti di Regione temono di vedersi soffiare dai ministeri qualsiasi potere decisionale.
A dirlo nel modo più netto è Musumeci il quale, aprendo la catena di interventi, fa da ariete di sfondamento: «Roma non dia lezioni. Si guardi allo specchio. I primi errori partono dai palazzi romani e poi a cadere sulle strutture periferiche. Bella pretesa quella di conoscere meglio di noi le esigenze dei territori. Complimenti». «Solo con il coinvolgimento dei territori è possibile selezionare progetti in grado di soddisfare i bisogni dei cittadini e delle imprese», osserva dalla Basilicata Vito Bardi. E De Luca: «Senza le Regioni sul Recovery e sui fondi europei non so sinceramente dove andiamo». Il presidente della Campania indica anche una linea, una percentuale equa: al Mezzogiorno deve andare una quota di investimenti del Recovery del 50%. «Tuteliamo fino in fondo l'efficienza del Paese - aggiunge De Luca con riferimento alla necessità di sostenere il sistema produttivo nazionale - ma non prendiamoci in giro. A volte mi viene il dubbio che l'unica cosa pronta in questo momento sono grandi progetti di grandi lobby collocate in altre parti d'Italia».
Ma cosa chiede il Sud? Asili nido, tempo pieno a scuola, welfare, sanità di qualità, università competitive. E poi una rete di trasporti di prim'ordine. Secondo Musumeci e Spirlì andrebbe di sicuro realizzato il collegamento stabile sullo Stretto: «Come si può parlare di alta velocità se poi bisogna far scendere i passeggeri a Messina per traghettarli e farli risalire su un treno a Reggio Calabria? - si chiede retoricamente il presidente della Sicilia - è un capriccio per noi siciliani o calabresi avere il Ponte o è una necessità sin troppo evidente?» Sotto accusa, sia pure in modo implicito, le prime scelte sul tema del ministro dei Trasporti Enrico Giovannini che invece di rilanciare i progetti della commissione tecnica sul Ponte ha chiesto un approfondimento sui miglioramenti possibili con i traghetti, senza realizzare il collegamento stabile. Sulla dotazione di infrastrutture nessun governatore fa sconti. «Il Molise non è un'isola ma io mi sento isolato lo stesso» dice Donato Toma. «Nel Sud i fondi aggiuntivi sono diventati sostitutivi della spesa ordinaria, questa è la verità», sottolinea De Luca. Il quale annuncia battaglia sul riparto del fondo sanitario, dove «si è consumato un delitto negli ultimi quindici anni», ovvero si sono sottratte risorse dove si muore prima. E anticipa: «Lo porremo all'attenzione del Capo dello Stato quale garante della Costituzione». Sulla stessa linea Emiliano che accusa: «Il Sud perde popolazione perché da noi non si vive bene e i nostri ragazzi vanno altrove e fanno i figli altrove, anche gli immigrati non si fermano nel Mezzogiorno; ma con meno abitanti si tagliano le risorse peggiorando ancora di più la situazione. Perché si sono aggiornate adesso le stime sulla popolazione? Perché bisogna rimediare alla riduzione della mobilità sanitaria che c'è stata nel 2020 e certe regioni del Nord devono tappare i buchi nei bilanci. Io pago due volte perché ho dovuto curare i nostri pazienti che non sono andati al Nord e poi devo pagare comunque la mobilità passiva al Nord».
Puntuta la reazione sul Sud visto come terra di criminalità pur riconoscendo, come fa De Luca, che ci sono ancora «porcherie clientelari». «Smettiamola con questo luogo comune di Mezzogiorno come terra di illegalità, di criminalità. Poteva essere una lettura dieci anni fa, di venti anni fa!», si irrita Musumeci. E aggiunge: «Le diseconomie del Mezzogiorno sono le paurose carenze delle infrastrutture, non la criminalità». Mentre Spirlì sottolinea che la ndrangheta «non si radica più nella terra della fame ma in quella degli affari», con riferimento alle tante inchieste in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. E ancora: «L'evasione fiscale è uno sport nazionale e alcuni degli scandali etici di questo Paese non hanno nulla a che vedere con il Mezzogiorno», dice Emiliano.
GLI STRUMENTI
Sulla riforma della macchina pubblica il linguaggio dei politici tra periferia e centro diventa lo stesso: critica alla burocrazia e nessuna autocritica. «È impossibile raggiungere gli obiettivi del 2026 con le regole attuali», taglia corto Emiliano. «Il codice degli appalti è demenziale», secondo De Luca, che cita anche il garante della Privacy, le Sovrintendenze e il Cipe («uno degli enti più dannosi d'Italia») tra gli ostacoli al funzionamento della macchina pubblica. «Per noi - auspica Musumeci - la realizzazione di un'opera pubblica dovrebbe durare due o tre anni. Come può un imprenditore immaginare di investire se sa che ha a che fare con una burocrazia che gli sposta di quattro-cinque anni i tempi dell'investimento. Dateci gli strumenti, le procedure, i tecnici: a mani nude e sanguinanti non possiamo ottenere risultati». «Ccà nisciuno è fesso - sbotta Emiliano - non accetteremo nessun tipo di mediazione che non consenta all'Italia di uscire dal caos nel quale è caduta grazie al provincialismo di alcune idee economiche che hanno caratterizzato l'Italia negli ultimi trent'anni».
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