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16/07/2018

Lavoro flessibile, la deroga premia la Pa fuori regola

Il Sole 24 Ore - Francesco Verbaro

L'ANALISI
Si sa che la Pa applica le norme sul lavoro flessibile recependo per rinvio dinamico le regole del settore privato. Ciò è accaduto diverse volte negli ultimi anni. Anche se sulla convergenza tra pubblico e privato, il legislatore ha previsto sempre più differenze, poco giustificabili.

Le leggi sul lavoro flessibile per le Pa sono infatti piene di contraddizioni. Giusto il settore pubblico, quello che viola maggiormente le norme sul lavoro flessibile, gode delle più ampie deroghe (ad esempio su proroghe e rinnovi) e oggi viene escluso dalla stretta del nuovo decreto estivo.

Il provvedimento, infatti, esclude la Pa dall'applicazione degli articoli 1, 2 e 3; negli uffici pubblici continua ad applicarsi la vecchia disciplina.

L'assurdità di questa esclusione è frutto della cecità e di una certa ignoranza in materia di diritto del lavoro della Ragioneria generale dello Stato, che probabilmente teme l'incremento del costo come sanzione, trascurando l'aspetto della tutela del lavoratore. L'articolo 3 del Dl, modificando la legge 92/2012, prevede che il contributo già previsto per il privato è aumentato dello 0,5% in caso di rinnovo del contratto a tempo determinato anche in somministrazione.

La Pa ha ormai diversi settori, come la sanità, la ricerca, la scuola e altri, completamente esclusi dalla normativa comunitaria sul lavoro a termine. Pochi forse sanno che vi sono norme per il settore pubblico che consentono di stipulare contratti a termine di cinque anni rinnovabili, contro ogni principio comunitario. Quello che non si permette al privato per 12 mesi, lo si consente al settore pubblico per 60 mesi. Tanto poi ci penserà il contenzioso sulle procedure sulle stabilizzazioni. Si tratta, probabilmente, di una scelta del ministero dell'Economia che preferisce spendere di più tra qualche anno in termini di contenzioso anziché spendere qualcosa in più oggi. E comunque senza pensare alla protezione del lavoratore, perché in quest'ottica il diritto del lavoro interessa poco. Si può dire che lo si conosce pochissimo, se non quando arrivano le sentenze della Corte di giustizia europea. Cioè troppo tardi.

Il fenomeno del precariato nel settore pubblico è determinato da una serie di deroghe sui tempi determinati e sulle collaborazioni, mentre il numero di lavoratori somministrati non supera le 12mila unità su 3,2 milioni di dipendenti. Per capire la consistenza del fenomeno del precariato nel settore pubblico basta leggere i dati del Conto annuale della stessa Ragioneria generale.

Le amministrazioni soddisfano ormai da tempo la domanda di flessibilità anche con gli appalti irregolari, soprattutto in sanità e nei servizi sociali.

Si tratta degli appalti di servizio con le cooperative, di cui nessuno parla per i troppi interessi di partiti, sindacati e corpi intermedi. Oltre 200mila lavoratori vengono utilizzati con la formula dell'appalto fraudolento che dissimula una somministrazione di personale.

Ma il settore pubblico può permettersi tutto questo e anche altro, tanto nessun ispettore andrà mai da un datore di lavoro pubblico per verificare se rispetta le norme sul diritto del lavoro. Un cattivo esempio per i giovani che lavorano con la Pa, e per le imprese private che sono chiamate invece a rispettare le tantissime regole.

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