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16/07/2021

L’aula bunker di Opera Ecomostro da 13 milioni mai finito e già a pezzi

Il Giornale - Luca Fazzo

LA CITTÀ DEGLI SPRECHI
È rovinata dalle intemperie. Le segnalazioni a Procura e Corte dei Conti perse nel nulla
«Chi siete? Andate via! Qui non si può stare!». E poi: «Chiamiamo la polizia!». Una manciata di giorni fa, due cronisti entrano nell'orrendo cubo di cemento che da quasi vent'anni chi passa per la tangenziale Ovest può notare a ridosso del carcere di Opera. I cronisti lì dentro non ci possono entrare. Hanno chiesto ripetutamente, con carte bollate e poste certificate, di visitare il cubo: ovvero la nuova aula bunker destinata a ospitare i maxiprocessi del tribunale milanese. Richieste rivolte a tutti: Corte d'appello, procura generale, provveditorato alle opere pubbliche, ministero delle Infrastrutture, ottenendo in risposta solo uno scaricabarile surreale, come se il cubo non appartenesse a nessuno. Motivo dell'ultimo diniego: è un cantiere, ci sono problemi di sicurezza. Ma adesso che, facendosi largo tra campi di grano e cartelli di divieto, i due si imbucano nel cubo si scopre che non è vero niente. Nessuna traccia di lavori in corso. Nessun pericolo. Infatti il gruppetto di cancellieri e secondini che vi si aggira non ha elmetti o altre protezioni. Così l'unica spiegazione per i dinieghi rimane quella che salta agli occhi: non si voleva far vedere che quest'opera costata milioni e mai terminata cade già a pezzi, l'acqua si è infiltrata, gli intonaci sono da rifare. D'altronde sono sei anni che i lavori sono terminati, ma per una sfilza di motivi l'aula non è mai stata inaugurata. Così le intemperie - e forse una qualità di lavori non eccelsa - hanno fatto sentire i loro effetti. L'ultimo calcolo dei costi di questa creatura-simbolo dello spreco giudiziario assommava nel 2015 a undici milioni di euro. Ma ora per aggiustare e finire è servito un altro milione e mezzo, stanziato dal ministero della Giustizia. Poi la Corte d'appello dovrà comprare mobili, computer e tutto il resto. Alla fine, se ad una fine si arriverà, l'aula bunker rischia di rasentare i tredici milioni di costo. Uno sproposito, soprattutto se si pensa che di maxiprocessi non se ne fanno quasi più. Il nuovo presidente della Corte d'appello, Giuseppe Ondei, che questa rogna se l'è trovata sul tavolo arrivando a Milano, è piuttosto indignato anche lui: e ha fatto sapere al Provveditorato che il prossimo mese di settembre organizzerà una visita guidata della stampa nel bunker, in modo che possa toccare con mano lo stato di avanzamento dei lavori. Ma, a meno di una improvvisa accelerazione, la fine del cantiere sarà ancora lontana. É facile supporre che se questo scandaloso sciupio di denaro pubblico fosse stato messo in atto da un sindaco o da un assessore sarebbero piovuti avvisi di garanzia e richieste di danni. Ma qui la catena delle responsabilità coinvolge - oltre al Provveditorato delle opere pubbliche - l'intero stato maggiore della giustizia milanese, ovvero i magistrati che dal 1996 - quando parte il primo appalto - si sono avvicendati nei posti di comando. Anni fa la Procura generale fece partire una segnalazione alla Procura della Repubblica: non se ne è più saputo niente. Ma ancora più incredibile è quanto sta accadendo negli ovattati uffici della Corte dei Conti, immersi nel verde alle spalle della Villa Reale. Qui tutte le spese pubbliche vengono passate al vaglio, e ogni anno viene presentato alla stampa l'elenco delle cifre recuperate a carico di amministratori inefficienti o corrotti. Ebbene, nel 2018 in seguito a un esposto la Corte dei Conti dovette aprire un fascicolo sullo scandalo del bunker. Sono passati tre anni, e non se ne è saputo più niente. Alla richiesta di informazioni, il procuratore Luigi Cirillo risponde che «non è possibile rilasciare alcuna informazione» perchè «il fascicolo è attualmente in fase istruttoria». Possibile? Dopo tre anni? La prescrizione intanto marcia. Di chi è la colpa di questo scandalo infinito? In tribunale si punta il dito contro il Provveditorato delle opere pubbliche. L'attuale capo del provveditorato non risponde alle mail nè alle richieste di incontro. Ma il suo predecessore, Pietro Baratono, aveva rimpallato l'accusa sui magistrati: «É colpa delle loro richieste di modifica se i tempi e i costi sono aumentati». L'ecomostro giudiziario intanto è ancora lì. RESPONSABILITÀ In capo al Provveditorato delle opere pubbliche e vertici della magistratura DENARO PUBBLICO L'ultimo calcolo dei costi di questa creatura-simbolo dello spreco giudiziario assommava nel 2015 a undici milioni di euro. Ma ora per aggiustare e finire è servito un altro milione e mezzo, stanziato dal ministero della Giustizia. Poi la Corte d'appello dovrà comprare mobili, computer e tutto il resto. Alla fine, se ad una fine si arriverà, l'aula bunker rischia di rasentare i tredici milioni di costo. DUE PESI DUE MISURE Nel caso di sindaci o assessori sarebbero già partiti avvisi di garanzia