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29/02/2020

Lascia il “Mister Wolf” con l’arma delle carte «La meditazione mi ha aiutato molto»

Messaggero Veneto - MARTINA MILIA

I "segreti" del segretario generale Lorenzo Perosa, che va in pensione Dopo avere gestito la macchina pubblica si dedicherà all'agricoltura
IL PERSONAGGIOMARTINA MILIASe fosse il personaggio di un film sarebbe Mister Wolf di Tarantino, mister «risolvo problemi». Non con la pistola: a colpi di burocrazia. E nella sua carriera quarantennale, di problemi Primo Perosa ne ha risolti davvero tanti. In pensione dal primo marzo, il segretario generale del Comune lascia il municipio con la convinzione che Pordenone abbia i fondamentali per essere, anche tra vent'anni, un centro manifatturiero con una qualità della vita alta. E sul futuro della pubblica amministrazione: «Io sono per le Province. Fusione dei Comuni? Si alleggeriscano le funzioni, ma i presidi identitari vanno lasciati».Esperto di meditazione trascendentale - «ho conosciuto persone come Missoni e Tomas Milian e molte altre che fanno meditazione e che non immaginereste» -, con la passione per il sanscrito, da sempre vegetariano «per essere un po' meno presente sulla catena della crudeltà», pronto a dedicarsi all'agricoltura, Primo Perosa sembra molto lontano dall'idea comune del burocrate.Segretario come è finito nella pubblica amministrazione?«In realtà, da studente di economia ero convinto che avrei lavorato nel privato. Mio padre era un metalmeccanico alla Savio e io volevo pesare il meno possibile sulla famiglia per cui, quando è arrivata la naja, ho fatto il vigile del fuoco. Era il '78, il post terremoto, e siccome c'era bisogno di figure amministrative, universitari e laureati venivano mandati a fare un corso sulla contabilità e la legge sul terremoto. Così ho iniziato: i Comuni non sapevano che al telefono rispondeva un vigile del fuoco volontario applicato alla contabilità della Regione. Facevamo rendiconti, proposte di legge, censimenti dei prefabbricati, era divertente. In quell'anno ho studiato poco, ma imparato tantissimo. Poi un concorso e sono entrato al Comune di Sacile: all'ufficio terremoto».Un predestinato delle situazioni d'emergenza, insomma. E poi? «Mi hanno detto: perché non fai il segretario comunale? Io mi stavo laureando e mi pareva un ruolo impegnativo. Ma la meditazione, che praticavo già allora, un percorso che è nato dopo il seminario senza per questo rinnegare il mio credo, mi ha aiutato anche in quella scelta. Mi sono laureato, ho fatto il concorso e l'ho vinto. Nel frattempo avevo fatto il responsabile dei servizi demografici a Prata e il ragioniere capo a Sesto al Reghena».Primo incarico?«A Barcis, con Maurizio Salvador. Sono stati anni straordinari perché il sindaco si dava molto da fare per portare a casa finanziamenti e io e altre quattro persone per utilizzarli al meglio: in pochi anni abbiamo trasformato Barcis da paese montano a polo turistico. Poi sono stato in Comunità montana e per due anni in Regione. Quando Salvador è diventato assessore mi ha chiesto di essere il suo capo segreteria: ha convinto mia moglie e io ho accettato a un patto, che non mi sarei occupato di politica. Sono stati due anni molto impegnativi, ma formativi da tutti i punti di vista. Là ho capito, contrariamente a quanto pensavo, che a Trieste non c'erano giganti. In quegli anni abbiamo impostato la legge sull'Ater, sul project financing, ho fatto parte delle delegazione delle Universiadi a Pechino, ho imparato tanto».Poi però ha preferito tornare ai Comuni.«Sì: Fiume Veneto, Aviano, Grado, Monfalcone. Poi Sacile e Pordenone. Prima di Sacile mi hanno chiesto di andare a Udine in Provincia a fare il segretario generale di Fontanini, ma io ho mutuato una frase di Mauro Corona: "Quando arrivi in cima puoi solo tornare giù". E così ho preferito aspettare per un po' al campo base».E ha chiuso all'apice con Pordenone. In consiglio ha ringraziato Pedrotti che l'ha scelta e Ciriani che l'ha confermata e, attraverso quest'ultimo, tutti i sindaci. Ma le è mai capitato di non trovarsi bene con un sindaco?«Sì ad Aviano. Sono andato via dopo un anno dell'amministrazione Berto perché non c'erano le condizioni per lavorare, non sentivo la fiducia nei miei confronti. Però alla fine ho ringraziato anche lui, come tutti gli altri sindaci, perché se non fossi andato via da Aviano non sarei andato a Grado, che poi mi ha aperto la possibilità di diventare segretario di un capoluogo. Non c'è mai un male che non sia anche un bene».C'è invece un sindaco, non rieletto, che secondo lei aveva lavorato bene?«Cella a Fiume Veneto. E devo dire che quando accade c'è sempre nella struttura comunale, al di là delle convinzioni politiche di ciascuno, la sensazione che anche il lavoro della macchina amministrativa non sia stato capito».C'è invece un Comune dove è stato più difficile lavorare perché magari i cittadini sono più esigenti?«A Grado perché c'è un tasso di litigiosità molto alto, le cause erano all'ordine del giorno. Ma ho imparato tantissimo anche là».Ha passato la sua vita con la politica, non è mai stato tentato dall'idea di passare dall'altra parte della barricata?«In realtà sono stato candidato con il "Partito della legge naturale" nei primi anni '90, in Provincia, l'anno in cui vinse Rossi. Ma non lo definirei un impegno politico in senso stretto: avevamo l'idea di portare la meditazione nel sistema sociale e abbiamo ottenuto un buon 2 per cento (dice ridendo). Dalla politica tradizionale invece sono sempre stato lontano perché se fai il mio mestiere devi essere il primo che crede nella terzietà. Più ti impegni e più ti diranno che cerchi di favorire qualcuno, invece l'impegno è sempre massimo perché tu lavori per un bene collettivo».Quali sono stati i momenti più difficili?«Quando ho dovuto difendere la struttura sul caso Scrizzi. Quella situazione mi ha creato una sofferenza notevole, ho e abbiamo subìto di tutto: dall'interrogazione alle minacce anonime, ma la procedura era stata corretta. Sai che non è colpa tua, ma quando qualcuno si toglie la vita contestualmente a un problema amministrativo ti senti il peso del sistema della burocrazia. Anche se sai che non potevi fare diversamente».Andando più indietro nel tempo?«Il periodo di Tangentopoli che ho vissuto a Fontanafredda senza uno schizzo - le intercettazioni ambientali sono proprio quelle che mi hanno salvato -, ma in uno stato che era di grande tensione generale. Ho il ricordo di un interrogatorio con il procuratore Tito, come persona informata sui fatti, molto duro».I momenti più belli invece?«Devo dire tanti. Andando a ritroso sicuramente il lavoro fatto a Barcis. A Pordenone sono contento di aver trasformato l'ufficio tributi da luogo in cui le persone venivano a fare le file a servizio in cui è il Comune che va dal cittadino, fissando l'appuntamento, comunicando i dati. Lo stesso abbiamo fatto con l'anagrafe e i servizi sociali. Un momento molto bello è stata l'adunata degli alpini, ma i meriti non sono miei, ero appena arrivato. Tra le soddisfazioni poi c'è l'aver risolto una transazione molto complicata a Grado».Racconti...«Un vecchio caso con un'azienda, che risaliva a una concessione di fine anni '50. Quando sono arrivato c'era una sentenza che dava torto al Comune e il quantum del ctu era stimato in 15 milioni di euro, che avrebbe significato il dissesto finanziario dell'ente. Ho avuto un'idea su cui il sindaco Marin mi ha seguito: una transazione in parte in denaro in parte in cubature e siamo riusciti a chiudere. Spesso devi decidere assumendoti responsabilità grandi, ma io credo che vada fatto spiegando sempre il perché delle tue scelte. Questo aiuta anche la politica a decidere».Il segretario generale di un Comune ha molte più responsabilità di un manager d'azienda perché gestisce tantissimi settori diversi. Come ci si riesce?«La competenza, che ti fai nel tempo, è importante, ma non sufficiente. Nel piccolo Comune devi sapere anche fare un po' tutto se vuoi che le cose procedano speditamente. Più cresce la dimensione dell'ente più devi avere competenze di contabilità, sennò non sai dove sono i soldi, di lavori pubblici e società partecipate. Ma soprattutto devi avere empatia con il personale - e in questo la meditazione mi ha aiutato tantissimo - e sensibilità politica: che non vuol dire appartenenza, ma capacità di stare vicino a chi amministra».Come ha conciliato la vita lavorativa con la famiglia?«Ho ringraziato pubblicamente mia moglie perché senza di lei, che ha lasciato la sua carriera per occuparsi delle nostre tre figlie, non avrei potuto fare quello che ho fatto. Come padre ho cercato di investire sui loro talenti, tenendole però lontane dal mio mondo perché ho capito che, anche se avessero dimostrato capacità, in questo settore sarebbero sempre state "le figlie di" e io non lo volevo per loro».Che municipio troverà il nuovo segretario generale?«Una macchina avviata e ben funzionante. A fine anno, però, dovrà governare il rinnovo dei dirigenti perché, con la fine del mandato, ci saranno altre tre uscite (Flavia Leonarduzzi, Maurizio Gobbato e Miralda Lisetto, ndr) e quindi bisognerà fare dei concorsi per non lasciare vuoti».Lei è stato anche segretario dell'Uti, ora si parla di nuovo di Province. È favorevole all'ente intermedio elettivo?«Sono favorevole alle Province, credo nel ridimensionamento della Regione. Se stiamo in Europa il modello è quello delle macroregioni, grandi distretti in cui una Regione leggera trasferisce aspetti amministrativi al territorio. Da tecnico avevo suggerito anche un'associazione, con la rappresentanza dei sindaci, per lavorare intanto sulla programmazione dei temi di area vasta. Le nostre Province non hanno percepito la necessità di fare servizi per i Comuni: come la stazione appaltante unica, che avrebbe evitato appalti starati che portano a costi superiori e tagliano fuori le aziende locali».La fusione dei Comuni è un'utopia?«L'Italia è il Paese dei Comuni: la sfida è alleggerirli, gestire a livello più alto i temi che contano, lasciando un presidio identitario».Torniamo a Pordenone, che città ha visto dal municipio in questi sei anni?«Una città molto civile, che si autoflagella, ma in realtà ha molti indicatori positivi grazie ai comportamenti virtuosi dei suoi cittadini. Merita posizioni alte nelle classifiche sulla qualità della vita, per i cittadini che ha, per il Comune che ha, per le scelte politico amministrative che sono state fatte negli anni, e per la classe imprenditoriale. Investimenti come Interporto garantiranno ancora per trent'anni uno sviluppo economico e quindi un buon livello sociale. Forse c'è un po' di individualismo e poca consapevolezza di quanto stiamo bene e questo vale anche per le categorie economiche, dove non c'è maggiore coesione che nella politica. In questo territorio c'è un grande saper fare che però porta a scarsa cooperazione e invece nella complessità sopravvivono le società che sanno cooperare non le più forti». --© RIPRODUZIONE RISERVATA