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04/05/2021

Landini: «Ora nuovo modello di sviluppo non saremo un freno al Recovery»

Gazzetta di Mantova - Paolo Baroni

Parla il leader Cgil: «Orlando pensa a un milione di posti? Meglio non dare numeri. Noi siamo pronti a trattare»
l'intervistaPaolo Baroni / Roma«Bisogna cambiare modello di sviluppo e la chiave può essere il Recovery plan. Ma il governo deve ascoltarci, perché - avverte Maurizio Landini - non si cambia il Paese senza o contro il mondo del lavoro». Per questo il segretario generale della Cgil, che oggi sarà all'Ast di Terni per le celebrazioni del Primo maggio, chiede a Draghi di avviare subito il confronto. Con un obiettivo: avere la certezza di creare buona occupazione, innanzitutto per giovani e donne. Se guardiamo ai posti andati persi, ai disoccupati, ai tanti morti per Covid, anche tra i lavoratori, non poteva esserci un Primo maggio più drammatico. È ancora una festa?«Ha un significato ancora più importante, perché è il lavoro che sconfiggerà il virus, ed è il lavoro delle persone che può costruire un altro modello sociale. E quindi questa idea che le persone si debbano unire per potersi realizzare meglio nel lavoro e attraverso questo poter cambiare anche la società è un messaggio più che mai attuale. Anche per rispondere alla solitudine, alla paura e alle difficoltà che questa pandemia ha fatto esplodere».Ma come si esce da questo tunnel?«Intanto c'è un piano nazionale per le vaccinazioni in corso e poi siamo alle prese con l'avvio di un piano di investimenti che non ha precedenti nella nostra storia. Questa può essere l'occasione di cambiare, di tornare ad affermare che attraverso il lavoro le persone possono vivere dignitosamente. Questo significa innanzitutto parlare ai giovani e uscire da un eterno presente fatto di precarietà per costruire un futuro, dove sia riconosciuto pienamente il diritto ad un lavoro stabile, allo studio, alla sanità, alla parità di genere e dove vi sia il superamento delle divisioni territoriali, frutto non solo della pandemia ma delle scelte sbagliate degli ultimi vent'anni. Fino a ieri si pensava che il mercato da solo potesse risolvere questi problemi, mentre è sotto agli occhi di tutti che invece c'è da cambiare modello. Per questo il Primo maggio dà un messaggio di speranza e di coraggio. Ma contemporaneamente è anche una giornata di mobilitazione per affrontare questi cambiamenti».In tema di Recovery plan avete parlato di «confronto inadeguato» col governo. Perché?«È vero che il governo si è appena formato e aveva tempi strettissimi per rispettare la scadenza del 30 aprile, ciò non toglie che finora è stato assai scarso il nostro coinvolgimento. Proprio perché non consideriamo chiuso quel piano chiediamo di discuterne. Ora infatti i titoli del piano vanno riempiti di contenuti: dalla riforma fiscale, per una vera lotta all'evasione ed una vera riduzione delle tasse sul lavoro dipendente e i pensionati, alla riforma della pubblica amministrazione, a nuove politiche industriali sino ad un piano di rilancio della cultura e del turismo».Cosa chiedete?«Se parliamo di investimenti questi devono servire a creare lavoro e per questo abbiamo chiesto e vogliamo poter discutere di quanta occupazione crea ognuno dei progetti. Questo deve essere un vincolo: quanti giovani, quante donne e quanti posti di lavoro nel Mezzogiorno».Il ministro Orlando sostiene che grazie al Recovery plan si può recuperare quel milione di posti di lavoro persi nell'ultimo anno e magari andare anche oltre.«Io in questi anni ho imparato che è meglio non dare numeri e mantengo questa linea. Dico però che non solo dobbiamo realizzare bene questi investimenti, ma abbiamo anche bisogno che ripartano gli investimenti privati che in questi anni sono mancati, così come abbiamo pagato l'assenza di una politica industriale. Per questo vogliamo discutere quali filiere produttive si costruiscono nel nostro Paese sulla base di questi investimenti».Facciamo qualche esempio.«Penso al tema della mobilità. Siccome il futuro porta ad una mobilità elettrica e che non inquina, c'è il problema di dove si costruiscono le batterie; se si parla di trasporto pubblico locale abbiamo il problema di treni e autobus vecchi e inquinanti che debbono essere cambiati. Questi si comprano in Cina o con i nuovi investimenti possiamo valorizzare e ampliare nel nostro Paese le competenze che già abbiamo? Lo stesso vale per il settore delle energie rinnovabili, ad esempio eolico offshore e solare. E poi ci sono le aree di crisi, le bonifiche e le Zes: quanti progetti vengono costruiti in queste zone per creare lavoro? Un'azione di questo genere non può essere lasciata solo al mercato: c'è bisogno di un intervento e di un indirizzo pubblico».Intravede dei rischi nel processo che sta per partire?«Beh, ad esempio, se dietro alla parola semplificazioni c'è qualcuno che pensa di far saltare completamente il codice degli appalti e di pensare alla liberalizzazione del subappalto e a reintrodurre la logica del massimo ribasso per le opere che si debbono realizzare, noi diciamo subito che così non si semplifica nulla anzi si danneggia la qualità del lavoro. Non è di questo che abbiamo bisogno quanto di opere di qualità, di tutele e di sicurezza per chi lavora, di combattere la corruzione e le infiltrazioni mafiose e per accelerare questi processi abbiamo anche bisogno di fare assunzioni di personale qualificato, nelle Regioni, nei Comuni e nelle stazioni appaltanti. La riforma della pubblica amministrazione passa attraverso l'ingresso di competenze, di profili e di giovani che oggi non ci sono. Così come se si parla di concorrenza non è che per incentivare il mercato si possono mettere in discussione aziende partecipate che fanno bene il loro lavoro con efficienza e con risultati. La validità dei titoli del piano si valuterà dal reale loro svolgimento».C'è un fattore tempo, però, da rispettare. E se chiedete di aprire tavoli su tutto non si finisce per intralciare un piano che invece ha tempi ben precisi e cadenzati?«In diciotto ore abbiamo fatto il protocollo sulla sicurezza che un anno fa ha permesso di far partire le attività produttive e di non farle più smettere. Se le cose si vogliono fare... Il punto è sempre il merito delle cose: se si sceglie di coinvolgere e ascoltare o meno il mondo del lavoro. Noi non diciamo dei "no" a prescindere, abbiamo delle proposte su ogni punto e crediamo che un progetto di questa matura abbia bisogno di una mobilitazione sociale: c'è bisogno di coinvolgere non solo il sindacato, ma tutte quelle associazioni di cittadinanza attiva che in questi mesi con il loro lavoro in tutti i settori hanno permesse di reggere questa situazione. Il governo deve mettere in moto una mobilitazione vera del paese perché questo non è un piano che si può gestire dal centro con la bacchetta magica. Quanto a noi siamo pronti a discutere anche giorno e notte se serve, sette giorni su sette e 24 ore al giorno».Sul tavolo resta il blocco dei licenziamenti. Lei continua a ripetere "vaccinare non licenziare", Confindustria ribatte che loro non hanno intenzione di lasciare e che son pronti a vaccinare.«Insieme a Cisl e Uil abbiamo chiesto una proroga in modo da utilizzare i mesi estivi per vaccinare evitando nuove fratture sociali e perché nel frattempo si può lavorare ad una riforma degli ammortizzatori sociali che sia in grado di accompagnare anche eventuali processi di riorganizzazione delle imprese senza che questi determinino licenziamenti. Bisogna incentivare l'uso dei contratti di solidarietà, azzerare i contatori della cassa ordinaria e poi c'è poi bisogno di incentivare i contratti di espansione. Quando chiediamo la proroga del blocco non è perché non vogliamo affrontare i problemi delle imprese, ma perché si possono affrontare senza ricorrere ai licenziamenti. Non siamo ancora fuori dalla pandemia, servono protezioni sociali che consentano di arrivare all'autunno». --© RIPRODUZIONE RISERVATA