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02/06/2020

Landini: «Niente licenziamenti Il blocco deve essere prolungato»

Il Tirreno - marco zatterin

Il segretario della Cgil avverte: «Potrebbe esplodere la rabbia, dobbiamo cambiare l'economia» «L'appello di Confindustria sugli accordi di secondo livello è una ricetta vecchia di vent'anni»
L'intervistamarco zatterin«Più che "patto sociale" lo chiamerei "contratto sociale", come fece Jean-Jacques Rousseau nel 1762 nel discorso sulle diseguaglianze per una cittadinanza fondata su pari diritti. E, soprattutto, lo scriverei subito, senza perdere tempo». Maurizio Landini assicura che non bisogna perdersi in indugi, perché sotto la brace della crisi è evidente il fuoco delle tensioni sociali. «Il momento è difficile - spiega il segretario Cgil -, così "fare presto" è la condizione per sostenere la fiducia e ricostruirla laddove s'è persa». Dice che il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha «elencato le nostre debolezze», eppure «ci ha inviato un messaggio di speranza». Rintuzza l'offensiva del neopresidente di Confindustria su contratti e parla di «ricetta vecchia». La soluzione? Ognuno s'assuma le proprie responsabilità, ma sarebbe bene che gli aiuti alle imprese, gli ammortizzatori sociali e il blocco dei licenziamenti d'inizio pandemia «andassero oltre la fine agosto». Così si guadagnerebbe ossigeno. Visco invoca un patto sociale anticrisi e il ministro Gualtieri immagina un piano di rilancio. Che segnali sono? «È chiara la consapevolezza che l'occasione del rilancio non è ripetibile. Lo è per le risorse europee, e perché la pandemia ha fatto emergere tutte le fragilità e le diseguaglianze che già esistevano nel Paese. Da questo punto di vista, essere responsabili e voler fare gli interessi di tutti, significa rimettere al centro la giustizia sociale, il lavoro e rispondere alla domanda di sicurezza e stabilità sociale». Bankitalia parla di mettere le mani sul Fisco Le iniquità pesano su chi è in regola. «Partirei anche dal sommerso. È una rivendicazione che assieme a Cisl e Uil abbiamo sostenuto davanti a due governi. E che, per la prima volta, ha portato il lavoro dipendente - che insieme con i pensionati contribuisce in modo consistente all'Erario - a pagare meno tasse. Parliamo di 100 miliardi di evasione l'anno. Dobbiamo far pagare meno tasse a chi le paga e di più a chi non le paga, per aumentare salari, pensioni e investimenti». Lei ha fretta. «Un "contratto" sociale è una necessità. Fatto col governo e tutte le parti, senza aspettare settembre. Agiamo su fisco, ammortizzatori, formazione e scuola. È centrale il rinnovo dei contratti di lavoro. Mentre aumentano le diseguaglianze e il rischio di rivolta sociale, un vaccino che servirebbe è per un lavoro stabile che si opponga alla precarietà». A proposito. Il caso Uber ci ricorda cos'è la precarietà. «Dovremmo smetterla di essere ipocriti e fingere di non vedere che la deregolamentazione e la frammentazione dei sistemi produttivi e del lavoro hanno determinato questa situazione. La cronaca dimostra che, se si vuole investire su sviluppo e diritti, questo è uno dei temi». Confindustria torna a parlare di riduzione del contratto nazionale e di più accordi di secondo livello. E lei? «Siamo alle solite, è una ricetta vecchia di vent'anni. La realtà è che non si è esteso il secondo livello, sono fioriti i contratti pirata e sono state fatte leggi che derogano ai contratti nazionali». Il presidente Bonomi immagina il suo punto di vista. «Non ho ancora avuto il piacere di confrontarmi col nuovo presidente. So però che allo scoppio della pandemia abbiamo siglato tutti insieme un protocollo di Sicurezza e Salute. È stata una via intelligente di affrontare il futuro, perché imprese e lavoro hanno avuto pari dignità. È essenziale guardare avanti, a una competitività di qualità su nuovi prodotti, investendo sull'intelligenza dei lavoratori, sulla formazione, sulla ricerca, rafforzano export e domanda interna. Poi, bisogna misurarsi sulla crisi ambientale, ridefinendo il modello di sviluppo». Il governo ha tante anime. Lei si fida? «Mi fido delle persone che rappresento e dell'intelligenza del mondo del lavoro. Non scelgo gli interlocutori, ma sono pronto a una discussione aperta su quanto accade e su quel che succederà. Ad esempio, sul digitale, dove la moltiplicazione delle reti non consente l'efficienza necessaria». Serve una rete unica? «Se penso al digitale, penso a una grande impresa, che unisca Open Fiber e Tim. La privatizzazione di Telecom è stata un disastro. Oggi abbiamo due società che fanno lo stesso lavoro, comuni con due fibre e altri che non ne hanno. Credo che sarebbe un atto di lungimiranza creare una grande intelligenza di sistema». Chiede di sbloccare gli investimenti pubblici. Con o senza codice appalti? «Sbloccare le grandi opere e la manutenzione del territorio è urgente. Si può fare, anche senza mettere in discussione i diritti fondamentali delle persone e le leggi che tutelano dalle infiltrazioni criminali. Se qualcuno pensa a una liberalizzazione dei subappalti, e a indebolire la sicurezza del lavoro e il rispetto dei contratti nazionali, commette un errore». Arrivano fondi europei a pioggia, storica difficoltà italiana. Che fare? «Serve una agenzia per lo sviluppo istituita dal governo che, individuati i filoni e settori di intervento, lavori per accelerare il processo. Ad esempio, la mobilità, il turismo e la cultura». Il governo è diviso e nicchia sul Mes. E la Cgil? «Le risorse Ue vanno utilizzate tutte, quelle di Sure per la rimodulazione della cassa e dell'orario di lavoro, come il sostegno della sanità. È un passo da compiere. Anche se deve essere chiaro che il Mes non va utilizzato per cancellare l'Irap, come ho sentito chiedere da Confindustria». Quali devono essere le priorità d'intervento? «Bisogna rinnovare i contratti nazionali di lavoro, avviare una riforma degli ammortizzatori e una fiscale, quindi programmare rapidamente le azioni per investire i fondi europei. I primi provvedimenti hanno passato il messaggio che nessuno viene lasciato da solo, il blocco dei licenziamenti e il sostegno alla capitalizzazione delle imprese sono stati importanti. Ora bisogna allungare la lista delle scelte concrete». Il fuoco cova però ancora sotto la brace. Il rischio che s'infiammi è palese. «La situazione è difficile, la brace c'era già prima. Nemmeno in queste settimane era escluso che esplodesse la rabbia sociale. Per questo, si deve progettare e cambiare in modo responsabile». Confindustria ha parlato di un milione di posti a rischio. È una minaccia da prendere sul serio? «Dobbiamo evitarlo e ragionare sul prolungamento degli ammortizzatori sociali e del blocco dei licenziamenti: programmando poi gli investimenti, allungando le coperture per le imprese e rinviando la data dei licenziamenti. Già adesso, già in giugno, lo si può fare migliorando il decreto Rilancio nella discussione parlamentare. Non è il momento delle minacce, è il tempo in cui avere l'umiltà di fare i conti con una realtà che è andata oltre ciò che si immaginava. Si deve cambiare il modello economico e, come diceva Visco, non togliere la speranza. È l'ora in cui ognuno devi assumersi la sua responsabilità. Dobbiamo essere consapevoli. E ognuno deve fare la sua parte». --© RIPRODUZIONE RISERVATA