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09/07/2020

L’allergia alla concorrenza

La Repubblica - Sergio Rizzo

I rischi del decreto
Con trentotto giorni di ritardo sulla data prevista ufficialmente per il parto, ecco sfornato un agile decreto di pagine 96 (novantasei) detto "Semplificazione".
Che poi di vera "Semplificazione" non si capisce che cosa contenga. ● a pagina 29 Con trentotto giorni di ritardo sulla data prevista ufficialmente per il parto, ecco sfornato un agile decreto di pagine 96 (novantasei) detto "Semplificazione".
Che poi di vera "Semplificazione", zeppo com'è di deroghe e scorciatoie peraltro soltanto temporanee, non si capisce che cosa contenga. E anche il termine "sfornato" sembra davvero eccessivo, considerando che l'approvazione notturna in Consiglio dei ministri è avvenuta con la formula del "salvo intese" che riflette l'eterna propensione all'indecisione e al rinvio ormai patologica in ogni maggioranza con i Cinque stelle. Non si possono dunque escludere, dopo le polemiche della vigilia fra grillini e democratici, altre sorprese. Ma se i principi fondanti del decreto non venissero messi in discussione nei passaggi successivi, una certezza sarebbe comunque acquisita: la profonda allergia alla concorrenza che rappresenta il pilastro del provvedimento. Pensare di mettere il turbo alle opere pubbliche frenate dalla burocrazia semplicemente eliminando le gare d'appalto, con l'affidamento diretto per i piccoli lavori e la trattativa privata per quelli sotto la soglia comunitaria dei 5,2 milioni, ne è la prova. Prova lampante, se è vero come dice l'associazione dei costruttori che il 70 per cento delle cause del blocco delle opere pubbliche è nelle fasi che precedono la gara, che è invece responsabile appena per il 17 per cento dei ritardi. E non per la gara in sé, quanto per assurdi adempimenti burocratici che potrebbero essere eliminati senza battere ciglio. In tutta Europa per partecipare a una gara d'appalto è sufficiente presentare un documento unico "europeo" valido in tutti i Paesi dell'Unione. Così, ovviamente, anche in Italia: se non fosse che l'articolo 85 del codice dei contratti pubblici consente alle stazioni appaltanti di richiedere una documentazione "complementare". Che è un doppione tanto del documento "europeo" quanto del "pass" dell'Autorità anticorruzione, comunque sempre necessario. Con il risultato che le imprese sono costrette a presentare inutilmente il triplo delle carte. Per velocizzare le gare senza abolirle e quindi preservando la concorrenza, sarebbe stato sufficiente intervenire lì. Evitando anche il rischio, gravissimo, che la sospensione delle circa 25 mila gare che si bandiscono ogni anno per il 98 per cento dei lavori pubblici, tanti sono quelli sotto la soglia comunitaria, possa incentivare pratiche collusive e alimentare il circuito dell'economia criminale soprattutto in determinate aree del Paese. Rischio anche accentuato dalla norma che abolisce di fatto ogni limite al subappalto.
E senza dire che se davvero fossero convinti che funzionasse, quel decreto "Semplificazione", avrebbero dovuto mettere nero su bianco la data della scadenza per ogni singola opera. Il sospetto è quello di trovarsi ancora una volta di fronte a una serie di misure propagandistiche che non toccano i poteri reali della burocrazia e di quel mondo che ne viene alimentato: studi legali, esperti, consulenti...
Va precisato per onestà che l'allergia alla concorrenza nel mercato delle nostre opere pubbliche viene da lontano.
Basta guardare quante imprese di costruzione straniere lavorano con gli appalti pubblici italiani: pochissime, grazie a un sistema disseminato di piccole e piccolissime pillole avvelenate che scoraggiano la loro partecipazione.
Mai, però, si era teorizzato l'uso a tappeto dei commissariamenti per le grandi opere in uno scenario dominato da un grande soggetto a partecipazione pubblica.
E se quella idea nostalgica del quasi-Stato costruttore che richiama alla memoria l'Italstat degli anni Settanta pare per il momento tramontata, con i commissari limitati (forse) alle opere giustificate dal Covid 19, è soltanto perché avrebbe cozzato in modo irreparabile con le normative europee esponendoci a chissà quante altre procedure d'infrazione. Ammesso che poi questo non venga rimesso in discussione da chi, oltre a essere allergico alla concorrenza, lo è anche all'Europa. E se servisse una dimostrazione ulteriore di quanto questa allergia alle regole del mercato sia radicata, è sufficiente considerare come nelle stesse ore in cui il governo Conte 2 decide di abolire per un anno le gare d'appalto, spunta nel decreto rilancio una proroga per tredici anni delle concessioni balneari: altri tredici anni di scandalose rendite di posizione, con il solo Carlo Calenda che osa protestare.
Quanto all'abuso d'ufficio che non si applica nelle situazioni in cui le norme lasciano al funzionario pubblico margini di discrezionalità, è difficile che sia sufficiente a convincere i più riottosi a firmare le pratiche. Ancor meno a frenare i veri abusi, tanto più in alcune particolari situazioni ambientali. Ed è un dettaglio che aumenta lo stupore. Perché il sistema delle opere pubbliche non funziona solo in Italia ormai lo sappiamo. Ma perché per risolvere il problema non copiamo semplicemente le regole e i meccanismi dei Paesi europei dove invece funziona? Troppo facile...