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03/10/2020

L’allarme lanciato dal Prefetto per l’Economia: «Possibile truffa alla Santa Sede»

Corriere della Sera - Mario Gerevini e Fabrizio Massaro

Primo bilancio pubblicato dal 2016
Il bilancio 2019 della Santa Sede: 307 milioni di entrate e 318 di spese. I conti con il passato: «È possibile che, in alcuni casi, la Santa Sede sia stata, oltre che mal consigliata, anche truffata» circa l'investimento da 350 milioni nel palazzo di Londra. Presente e futuro: «Accelerare, su impulso deciso e insistente del Papa, il processo di conoscenza, trasparenza interna ed esterna, controllo e collaborazione tra i diversi dicasteri». È Juan Antonio Guerrero Alves, il padre gesuita spagnolo dallo scorso novembre Prefetto della Segreteria per l'Economia, ad avviare la controffensiva mediatica del pontificato di Francesco: una grande operazione trasparenza sui conti del Vaticano - che non venivano pubblicati dal 2016 - e sullo scandalo finanziario più clamoroso degli ultimi quarant'anni nelle mura leonine.

«Credo che stiamo imparando da errori o imprudenze del passato - osserva Guerrero in un'intervista alla stampa vaticana -, abbiamo inserito nei nostri team professionisti di altissimo livello. Oggi esiste comunicazione e collaborazione fra i dicasteri di contenuto economico per affrontare queste questioni». Quell'unità di intenti (e trasparenza di bilanci) che è sempre stata il tallone d'Achille delle finanze vaticane. Ora - spiega il prefetto - Segreteria di Stato, Apsa e Segreteria per l'Economia si coordinano e si integrano, per portare avanti meglio la missione della Chiesa. «Chi chiede trasparenza ha ragione. L'economia della Santa Sede deve essere una casa di vetro. Questo è quel che il Papa ci chiede».


Le riforme sono in corso, ultime il codice degli appalti e la centralizzazione della liquidità in Apsa: «Su questa strada andiamo avanti. I fedeli hanno il diritto di sapere come usiamo le risorse nella Santa Sede». Chiarezza e trasparenza sono necessarie anche sul caso del palazzo di Sloane Avenue: «Per quel che so le perdite di Londra non sono state coperte con l'Obolo, ma con altri fondi di riserva della Segreteria di Stato».


Il bilancio arriva a pochi giorni dalla raccolta di donazioni dell'Obolo di San Pietro, spostato al 4 ottobre causa Covid. Si temono numeri bassi: «Non possiamo non essere in difficoltà. Dipendiamo dai rendimenti dei beni e dalle donazioni, e la crisi sta colpendo entrambi negativamente. La cosa peggiore che potremmo fare è non riconoscere la difficoltà o scegliere l'opzione "ognuno per sé". Dobbiamo camminare assieme, resistere, condividere i sacrifici». Nel 2019 - svela Guerrero - l'Obolo ha raccolto 53 milioni, di cui 10 destinati a donazioni per scopi specifici e il resto usato per colmare parte delle spese per la missione della Santa Sede. In totale l'Obolo ha coperto spese per 66 milioni. C'è stato bisogno di intaccare per 23 milioni il tesoretto accumulato negli anni. È vitale quindi che questi fondi siano «amministrati con la saggezza dell'amministratore onesto».


Dei ricavi, più della metà (164 milioni, il 54%) è generato dal patrimonio, principalmente dagli affitti degli immobili dell'Apsa. Poi ci sono le attività commerciali - tra le quali le visite alle catacombe e le tasse universitarie (44 milioni, 14%) - i «dividendi» staccati da Ior, Governatorato, Basilica di San Pietro (43 milioni, 14%) e le donazioni di diocesi e fedeli (56 milioni, 18%). Tra i costi, emergono 18 milioni pagati in tasse, 25 milioni per mantenere gli edifici, e naturalmente le spese di missione (207 milioni) come le 125 nunziature nel mondo (43 milioni) e i 45 milioni per la comunicazione in tutto il mondo: solo Radio Vaticana trasmette in 40 lingue.


Sono numeri grandi ma non enormi: «Il nostro deficit è di 11 milioni», molto meno dei 75 milioni del 2018. «Abbiamo un patrimonio netto pari a 1.402 milioni», meno di una high school americana, fa notare Guerrero. Si tratta comunque solo della Curia Romana, cioè la Santa Sede propriamente detta, composta da 60 dicasteri.


Non è neanche tutto il Vaticano, dato che Governatorato (la Città del Vaticano), Ior, Obolo e varie fondazioni hanno bilanci separati. In totale si arriva a «un patrimonio netto di circa 4.000 milioni di euro. Se dovessimo consolidare tutto, nel 2019 non ci sarebbe deficit, né c'è stato nel 2016», spiega Guerrero. Ma «la Santa Sede non funziona come un'azienda o come uno Stato, non cerca profitti o eccedenze. È pertanto normale che sia in deficit» perché tutti i dicasteri seguono una missione.


A colmarlo ci pensa la «generosità dei fedeli»: tutte le donazioni, Obolo compreso, coprono il 35% delle spese vaticane.


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35 %

La «generosità dei fedeli», Obolo compreso, copre
il deficit della Santa Sede e
il 35% delle spese vaticane

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Nel 2019 l'Obolo ha raccolto 53 milioni: 10 destinati a donazioni, il resto a colmare le spese per la missione