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01/09/2021

L’agenda e i conti del rientro

Corriere della Sera - Federico Fubini

Le riforme, le scelte
Uno degli aspetti passati più inosservati dell'Italia all'epoca della pandemia riguarda la simmetria fra quanto sta accadendo nel settore pubblico e nel settore privato. I bilanci dello Stato da una parte e quelli delle famiglie e delle imprese di tutti i settori, dall'altra, si sono trasformati in maniera speculare. Nel 2020 e nel 2021, il settore pubblico ha accumulato nuovo debito nello sforzo - opportuno - di salvare il settore privato dal collasso dovuto alla paralisi economica. Questo è sotto gli occhi di tutti e farà parte a lungo dell'eredità della crisi sanitaria. C'è meno consapevolezza invece del fenomeno uguale e contrario che sta avendo luogo nei bilanci non solo delle famiglie, ma anche delle imprese: la cassa non era mai cresciuta così in fretta e non era mai stata così abbondante. I conti bancari delle famiglie e delle imprese rigurgitano di denaro liquido in maniera spettacolare, proprio mentre i conti dello Stato rigurgitano di debito. Che significato ha questa strana evoluzione, uguale e contraria? Vediamo più in dettaglio. Nei sedici mesi dall'inizio della pandemia fino a giugno (i dati più recenti della Banca d'Italia), i depositi liquidi delle imprese italiane sono cresciuti di 90 miliardi di euro: una crescita del 30%, senza precedenti da quando esistono le serie statistiche. Le aziende italiane - nel complesso - non avevano mai avuto nei loro conti in banca tanto denaro immediatamente spendibile.

Negli stessi sedici mesi anche la liquidità delle famiglie - intendiamo solo quella in contanti, non la ricchezza molto più vasta investita in titoli o in immobili - è cresciuta a tassi cinesi: del 7,7%, cioè ottanta miliardi in più, fino a superare a quota 1.130 miliardi di euro il valore del prodotto interno lordo della Spagna. Nel complesso, mentre l'economia subiva il peggiore collasso dalla guerra, famiglie e imprese italiane hanno aggiunto 170 miliardi ai loro conti in banca. Non tutte naturalmente ci sono riuscite, ma molte senz'altro sì. Nel frattempo il governo si sobbarcava il più rapido indebitamento dal tempo di guerra. Nel complesso del 2020 e 2021 il saldo «primario» del settore pubblico (cioè prima di pagare gli interessi sui titoli di Stato) conosce il terzo più rapido deterioramento in tutta l'Unione europea, dopo Malta e la Grecia. Gian Maria Milesi-Ferretti di Brookings, ex vice-capoeconomista del Fondo monetario internazionale, spiega perché: più il turismo era importante per un'economia alla vigilia di Covid, più la recessione pandemica è stata dura. Era ovvio che la finanza pubblica ne soffrisse ed è stato giusto che i governi abbiano speso per proteggere persone e imprese.


Però la simmetria colpisce: mentre i conti in banca dei privati crescono di 170 miliardi, il deficit primario dello Stato nello stesso biennio peggiora di 167 miliardi. Ora, i fenomeni non sono mai così schematici e tanti fattori diversi saranno entrati in gioco. Ma sembra chiaro che in questo biennio in Italia è avvenuto un enorme travaso di ricchezza: dal debito pubblico a carico dei nostri figli, ai nostri conti in banca. Le imprese in certi casi sono state «ristorate» e «sostenute» due volte, perché è stato loro indennizzato l'intero fatturato a livelli pre-pandemici mentre la cassa integrazione tutta a carico dello Stato le sollevava dal dover pagare i dipendenti. Anche certe famiglie benestanti sono state trattate generosamente: il bonus per ristrutturazioni ecologiche al 110% - produrrà oltre venti miliardi di deficit - è utilizzabile anche per le seconde case al mare che inquinano ben poco, perché d'inverno non sono abitate; lo è persino per certi abusi edilizi non sanati. In sostanza vengono pagate integralmente con debito pubblico anche famiglie abbienti per valorizzare il loro patrimonio, a volte con scarsi benefici per l'ambiente.


Forse questi errori erano inevitabili, data l'enormità dello sforzo pubblico dell'ultimo anno e mezzo. Di sicuro l'impostazione di fondo è stata corretta: prima tenere in vita l'economia, poi disinnescare i conflitti distributivi - le proteste di piazza, il rancore antisistema - in modo da preparare il terreno in vista delle riforme del Recovery Plan. Perché è difficile cambiare le regole del gioco in un Paese paralizzato, quando molti milioni di cittadini sono impauriti e furibondi per il restringersi dei salari e dei posti di lavoro. Per trasformare l'Italia con le scomode riforme del Recovery, bisogna partire da una base di crescita elevata. Prima la torta deve espandersi. Ora lo fa, perché l'accelerazione del reddito nel 2021 forse supererà il 5%. Ma è un'opportunità da prendere subito, perché non può durare.


Non molti sembrano notare ad esempio che Mario Draghi e Daniele Franco non si stanno unendo alla retorica celebrativa per i numeri della ripresa. Il premier e il ministro dell'Economia sanno che qui non c'è nessun miracolo: in parte si tratta di un rimbalzo meccanico dopo il crollo del 2020, in parte il carburante lo fornisce l'enorme deficit pubblico accumulato per due anni. Ma appunto, il deficit non può continuare e la ripresa futura va protetta con le riforme adesso. La finestra di tempo è stretta. Gli interventi ai quali l'Italia è impegnata per avere i 205 miliardi del Recovery sarebbero urgenti anche senza il «cronoprogramma» concordato con Bruxelles.


Eppure, fuori da Palazzo Chigi e da Via XX Settembre, il Paese sembra preso da una strana amnesia. Intervistato al Meeting di Rimini dal direttore del «Corriere» Luciano Fontana, il commissario Ue Paolo Gentiloni ha parlato di «scarsa consapevolezza». Più in concreto la bozza di legge di concorrenza è pronta da settimane nei cassetti di Palazzo Chigi, sembrava sul punto di essere approvata a fine luglio, ma ora non si direbbe più che sia imminente. Cosa c'è scritto lì dentro? Interventi sui servizi pubblici locali, sull'energia, sui trasporti, sulla gestione dei rifiuti, misure per facilitare l'avvio di un'attività imprenditoriale e per rafforzare i poteri esecutivi dell'Autorità Antitrust. C'è ciò che ci si è rifiutati di fare per vent'anni. Con la nuova legge un sindaco che ad esempio voglia affidare un appalto all'impresa che preferisce - senza gara - dovrebbe spiegare la sua scelta all'Antitrust in modo più rigoroso di oggi. Eppure non se ne parla.


I partiti tacciono. Non c'è alcuna discussione nel Paese sulle ragioni e i modi per accrescere il grado di concorrenza leale fra le imprese. Le forze di maggioranza sembrano unite solo nel voler aspettare le elezioni amministrative di ottobre, prima di liberare la legge dai cassetti di Palazzo Chigi. Poi però arriverà la sessione di bilancio, quindi si aprirà la partita per il Quirinale e dopo ancora la campagna delle politiche: per chi esita, il tempo non è mai giusto.


Lo stesso si può temere per la riforma del diritto fallimentare (affidata alla ministra della Giustizia Marta Cartabia), così come per la legge-delega che mira a cancellare e riscrivere il bizantino codice degli appalti o infine di quella per la riforma fiscale. Quest'ultima non è direttamente legata al Recovery, ma sta facendo emergere le stesse contraddizioni. Smussare lo sbalzo fra le aliquote sui redditi personali del 27% e del 38% costa alcuni miliardi, che vanno reperiti in altri settori del sistema tributario. Nel governo si pensa di aggiornare valutazioni catastali vecchie e ormai inverosimili, aumentando così il gettito fiscale dagli immobili. Si studia anche una stretta alle riscossioni e ai pignoramenti sui morosi verso il fisco - oggi quasi tre milioni di italiani - magari dopo aver smussato o cancellato il magazzino delle contestazioni già aperte.


Insomma l'agenda del Recovery deve entrare nel vivo, prima che l'ondata di crescita generata dalla spesa pubblica si esaurisca e l'Italia torni nelle paludi. Anche negli anni Ottanta il Paese tollerò un colossale trasferimento di risorse dal debito pubblico ai conti di certi privati, ma senza riforme. Non finì bene. Questa volta abbiamo la saggezza - e gli uomini - per scrivere una storia diversa.


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La contraddizione italiana Fonti: Banca d'Italia e Commissione europea Corriere della Sera L'AUMENTO DEI RISPARMI LIQUIDI DELLE FAMIGLIE ITALIANE (a sinistra) E DELLE IMPRESE ITALIANE DURANTE LA PANDEMIA (dati in milioni di euro) E LA CRESCITA DEL DEFICIT Deterioramento complessivo del saldo primario (prima di pagare gli interessi sul debito) nel biennio 2020-2021, in proporzione al Pil dati in % 1.044.274 1.050.681,9 1.068.422 1.076.240,8 1.070.390 1.067.237,9 1.068.885,8 1.074.000,8 1.079.096,7 1.089.004,3 1.090.540,7 1.109.607,2 1.116.995,4 1.122.221,1 1.124.925,4 1.129.189,5 1.130.347,7 1.131.599,9 2020 2021 100.000 150.000 200.000 250.000 300.000 350.000 400.000 450.000 gen feb mar apr mag giu lug ago set ott nov dic gen feb mar apr mag giu 288.742,1 302.067,1 304.371,4 308.769,7 333.162,7 334.016,7 348.621,3 358.664,6 364.885,2 386.252,6 370.786,7 384.589,2 377.429,4 379.941,1 375.944,3 380.726,7 387.145,4 392.185,8 2020 2021 Lussemburgo Malta Grecia ITALIA Germania Slovenia Lituania Rep. Ceca Austria Olanda Cipro Lettonia Spagna Belgio Danimarca Irlanda Francia Estonia Bulgaria Croazia Slovacchia Portogallo Ungheria Finlandia Svezia Polonia Romania +12,1+11,4 +10,2 +9,3

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Il Tesoro

Daniele Franco, ministro dell'Economia e delle Finanze. E' stato Ragioniere generale dello Stato e Direttore generale della Banca d'Italia