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19/02/2021

La «valigetta» coi soldi e i «regali» Ritorna l’ombra della corruzione

La Verita' - GIACOMO AMADORI

IL GRANDE AFFARE DELLE MASCHERINE
Gli ultimi provvedimenti evocano l'ipotesi tangenti. In due intercettazioni si parla di «accordi spartitori» Dopo la firma dei contratti, le comunicazioni tra Arcuri e Mario Benotti si interrompono improvvisamente
• Nelle intercettazioni si parla di valigette di soldi, ma per ora, nell'inchiesta sulla mega fornitura di mascherine da 1,25 miliardi di euro per la struttura del commissario per l'emergenza Covid 19 la corruzione resta, per ora, solo una suggestione. Eppure i magistrati nel decreto di sequestro urgente consegnato agli indagati sono tutt'altro che teneri con la squadra di Domenico Arcuri. Tra ottobre e novembre i pm avevano iscritto per corruzione una decina di persone. Tra questi anche tre membri della struttura: lo stesso Arcuri, Antonio Fabbrocini (responsabile del procedimento di acquisto delle mascherine) e Mauro Bonaretti (incaricato dell'acquisizione e della distribuzione dei vaccini). Dopo indagini lampo, gli inquirenti avevano chiesto l'archiviazione per i pubblici ufficiali e la riqualificazione del reato in traffico illecito di influenze per gli altri indagati. Il 23 dicembre la Procura chiede al gi udice per le indagini preliminari di sequestrare circa 70 milioni di provvigioni (in gran parte investiti) ai «facilitatori» dell'affare, escludendo che gli atti della struttura commissariale «siano stati compiuti dietro elargizioni di corrispettivi a pubblici ufficiali». Tesi prontamente accolta dal giudice. Nel frattempo, però, le indagini sono continuate e si sono arricchite di nuove informative (l'ultima dell'11 febbraio) che hanno convinto i pm a integrare l'atto del gip con un altro decreto di sequestro preventivo urgente. Un documento in cui gli inquirenti sembrano meno netti nell'escludere l'ipotesi della corruzione che viene evocata in più passaggi. Se è vero che la Procura conferma che «allo stato» non ci sono prove di dazioni, è altrettanto vero che gli inquirenti evidenziano «l'assoluta anomalia dell'intermediazione occulta», dove il principale interlocutore di Arcuri, Mario Benotti, resterebbe «nell'ombra». Intermediazione «sintomatica di corruzione », a giudizio degli stessi pm e dell'Antiriciclaggio. Anomala sarebbe anche «la pletora di soggetti interessati» alle provvigioni, alcuni dei quali del tutto sconosciuti alla struttura. Sospetto anche l'immediato acquisto da parte degli indagati, con le cospicue somme incassate, di «beni voluttuari», considerati «suggestivi di impiego corruttivo». A portare all'iniziale iscrizione di Arcuri sono stati anche «i continui riferimenti» da parte dei mediatori, «alla necessità di un accredito personale con il commissario, quale necessario passe-partout per ottenere nuove commesse pubbliche». A ciò va aggiunto che, in almeno due occasioni, nelle conversazioni captate «appaiono riferimenti ad accordi spartitori con soggetti estranei al suddetto comitato d'affari; in particolare a qualcuno che attende di ricevere denaro in una "valigetta"». LE IPOTESI Un'ipotesi che avrebbe suscitato il «disappunto» di Benotti: «È un lavoro che si fa senza valigetta». Tommasi, invece, in un'intercettazione avrebbe detto di aver «trovato un accordo per non comprare anche i regali...», frase che, secondo i magistrati «evoca, comunque, una corresponsione di altra utilità». C'è poi la questione, come già riferito dalla Verità, di provvigioni «esorbitanti» rispetto ai 70 milioni di cui abbiamo parlato sino a oggi. Per esempio Tommasi nel novembre del 2020, con un suo collaboratore, faceva riferimento a ulteriori 2,5 milioni di euro che avrebbe dovuto consegnare a Benotti (il quale ne aveva già intascati 12) e che il giornalista in aspettativa sarebbe stato pronto a «dividere» con un «quello» non meglio identificato. Proprio in quei giorni il nostro giornale aveva rivelato l'esistenza dell'inchiesta e Tommasi affermava che non sarebbe stato quello il momento giusto in cui compiere una simile operazione. Anche Arcuri sarebbe diventato sospettoso. Da gennaio a maggio del 2020, lui e Benotti si scambiano, a giudizio della Procura, 1.282 tra sms (compresi quelli di servizio) e chiamate, «con contatti giornalieri nei mesi di febbraio, marzo e aprile, a conferma di un'azione di mediazione iniziata ben prima del 10 marzo 2020». Dal 7 maggio, a contratti siglati, le comunicazioni si interrompono definitivamente, anche se, successivamente, Benotti & c. avrebbero «insistentemente ricercato il rapporto con Arcuri, avendo intenzione di proporgli nuovi affari (dai tamponi rapidi, ai guanti chirurgici a nuove forniture di mascherine)». Per i pm «è significativa» la conversazione del 20 ottobre 2020 in cui Benotti confida alla compagna Daniela Guarnieri «la sua frustrazione per essersi Arcuri sottratto all'interlocuzione» e «il timore che ciò potesse ritenersi sintomatico di una notizia riservata su qualcosa che "ci sta per arrivare addosso"». A questo punto, Benotti chiede lumi a Bonaretti e nella loro conversazione «esplica chiaramente il ruolo che, nella trattativa con il commissario Arcuri, ha svolto». Conferma «di essere stato lui», pur senza contratto, «ad organizzare, per conto del Governo italiano, l'acquisto ed il trasporto delle mascherine, a costo di perdere il sonno per "tre mesi"» e «si rammarica di avere "organizzato due o tre cose per lui (Arcuri, ndr) importanti che lui ha lasciato perdere"». Bonaretti «lo tranquillizza, spiegando che l'atteggiamento sfuggente di Arcuri è a tutela di Benotti: "Mi ha detto no guarda perché mi ci tengo, voglio evitare che Mario si sporca... lo voglio avvisare di questa situazione... sapevo solo di questa preoccupazione... mi ha detto di non farti vivo in questa fase, di lasciarlo un attimo... per evitare casini"». Arcuri ha saputo dell'inchiesta? Quali sono i «casini» che vuole evitare? In un bar Benotti rivendica con Bonaretti la riuscita dell'operazione: «A un prezzo bassissimo... glieli abbiamo portati e fintanto sdoganati, perché Arcuri non era in grado nemmeno di sdoganarli, perché Minenna ce l'aveva...». LA BOCCIATURA Con in mano documenti e intercettazioni, i pm stigmatizzano il lavoro della struttura e annotano «alcuni evidenti difetti di consequenzialità cronologica tra le date» dei contratti di fornitura, fatture prò forma, lettere di incarico: per esempio il primo accordo è stato stipulato il 25 marzo, «quando la struttura commissariale ancora non esisteva, almeno ufficialmente»; difetti che «offrono, immediatamente, l'idea della informalità con la quale si è proceduto, rispetto ad accordi che devono essere intercorsi tra le parti in gioco [...] ben prima del lockdown nazionale, dichiarato il 9 marzo 2020». In quel momento, però, sottolineano i magistrati, «nessuna norma consentiva, ancora, deroghe al codice dei contratti, poiché tale liberatoria sarebbe stata prevista soltanto con il detto decreto "Cura Italia." Allo stesso tempo, evidentemente, vi era già un concerto sui passi legislativi ed amministrativi da compiere e i "facilitatori" (Benotti & c., ndr) stavano già tessendo le relazioni, che avrebbero loro consentito i suddetti lauti guadagni». Questo strano comitato d'affari avrebbe avuto «un certo ascendente sulla struttura commissariale» e quest'ultima non sarebbe apparsa «interessata a costituire un proprio rapporto con i fornitori cinesi, né a validare un autonomo percorso organizzativo per certificazioni e trasporti, preferendo affidarsi a freelance improvvisati, desiderosi di speculare sull'epidemia». E per far capire in che mani si sia messo Arcuri, gli inquirenti citano una intercettazione in cui Andrea Vincenzo Tommasi esclama: «Adesso ci sono una valanga di mascherine chirurgiche, ci sono le Ffp2 che si sono accorti che non servono a un cazzo...». Peccato che siano state pagate centinaia di milioni di euro. E aggiunge: «In questa fase di disperazione il commissario Arcuri mi ha chiesto di trovargli i guanti perché non c'è niente in giro». Tutti affari in deroga al codice degli appalti. Per i magistrati la presunta cricca ne avrebbe, però approfittato: «La suddetta norma derogatoria impone, in ogni caso, il rispetto della Costituzione -e, dunque, dei principi di imparzialità e buon andamento amministrativo - e dei principi generali dell'ordinamento giuridico, che non ammettono falsità, occultamenti, traffici illeciti e, men che mai, corruzioni». Principi che evidentemente, a loro giudizio, qualcuno potrebbe non aver rispettato. Ieri Arcuri e la struttura commissariale hanno ribadito di «essere stati oggetto di illecite strumentalizzazioni da parte degli indagati» interessati a ottenere «compensi non dovuti dalle aziende produttrici» e hanno fatto sapere che «nella loro veste di parti offese hanno già richiesto ai loro legali di valutare la costituzione di parte civile in giudizio per ottenere il risarcimento del danno». Mio nonno Ortensio avrebbe detto: chi è causa del suo mal pianga se stesso.

IL BUSINESS E LE INDAGINI

1,25 MILIARDI È il costo sostenuto dalla struttura commissariale per acquistare, durante la prima ondata, oltre 8 0 0 milioni di mascherine da tre consorzi cinesi. INDAGATI Andrea Vincenzo Tommasi, Mario Benotti, Antonella Appulo, Daniela Guarnieri, Jorge Edisson Solis, Daniele Guidi, Georges Fares Khozouzam e Dayanna Solis Cedeno. AZIENDE Quattro le società coinvolte e inserite nel decreto di sequestro preventivo d'urgenza: Sunsky srl, Partecipazioni spa, Microproducts It srl e Guernica srl. CAPI IMPUTAZIONE Le accuse a vario titolo contestate dai pm della Capitale agli indagati vanno da concorso in traffico di influenze illecite, riciclaggio, autoriciclaggio e ricettazione. SUDDIVISIONI Circa 59 milioni di euro di provvigioni, pagate dai fornitori cinesi, sono andati alla Sunsky di Tommasi. Dodici milioni invece alla società di Mario Benotti, Microproduct srl.

Foto: TRASVERSALE II giornalista Rai, Mario Benotti


Foto: NEL MIRINO II commissario all'emergenza Coronavirus, Domenico Arcuri [Ansa]