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01/06/2021

La tregua delle Fazioni

Corriere della Sera - Federico Fubini

Draghi e la ripresa
A lla fine Mario Draghi e il suo manipolo di ministri e collaboratori si sono aperti una strada nella giungla anche stavolta. Non hanno usato il machete, ma un guanto di velluto per rimuovere dolcemente i blocchi sul cammino delle riforme per il Recovery o qualche parola nei testi di un decreto in modo da dare a tutti un motivo per potersi dichiarare vincitori. Le Regioni «coinvolte»; i subappalti saranno vigilati, dunque i sindacati possono stare tranquilli e il Pd può ascriversi un merito; le soprintendenze verranno espropriate dei loro poteri solo se si addormentano sulle decisioni. Tutti possono dire di aver
difeso il loro quadratino di potere.

Ma la sostanza è altrove: circondati dal solito pessimismo tipicamente italiano di tanti, anche fra
i sostenitori, Draghi e i suoi vanno avanti. Si stanno aprendo una strada nella giungla dei veti e delle corporazioni esattamente secondo la tabella di marcia promessa. Il 30 aprile è partito per Bruxelles un Piano di ripresa e resilienza cinque volte più dettagliato e incisivo di quello
ereditato dal precedente governo (per l'esattezza, 2.480 pagine contro 500). Entro maggio uscirà in Gazzetta Ufficiale il decreto che semplifica e accelera i passaggi amministrativi per gli investimenti e impernia su Palazzo
Chigi (indirizzo politico)
e sul ministero dell'Economia (gestione finanziaria) il governo del Recovery.


I l tutto con il sì del Movimento 5 Stelle, della Lega di Matteo Salvini, degli altri partiti di maggioranza, della Cgil di Maurizio Landini e delle Regioni che fino a poche ore prima minacciavano ricorsi in Corte costituzionale. Ora invece non vola una mosca. Scusate se è poco.

Sarebbe ingenuo pensare che tutta questa improvvisa armonia si debba a un momento di illuminazione delle classi dirigenti italiane. Restiamo come prima particolaristi, miopi, proclivi ciascuno alla difesa della nostra corporazione piuttosto che dell'interesse generale. In questo Draghi sta sperimentando la stessa parabola che ha accompagnato altri governi istituzionali chiamati nelle emergenze. Di solito erano crisi finanziarie, stavolta è sanitaria. Ma nella prima fase di un governo tecnico le tribù del Paese sospendono sempre le ostilità reciproche e si riuniscono attorno all'uomo chiamato a salvarle. O almeno lo lasciano lavorare. Poi non appena la morsa dell'emergenza si allenta, come succede ora con la pandemia grazie alla campagna vaccinale, i particolarismi riemergono. Ciascuno deve marcare il territorio. Ecco dunque il Pd con la «dote ai diciottenni» grazie alla tassa di successione, la Lega con la tassa «piatta», il Movimento 5 Stelle che si impunta contro un principio di civiltà qual è la prescrizione. Per non parlare dei particolarismi nella società: gli alti funzionari dello Stato in rivolta contro una riforma dell'amministrazione che permette di assumere esperti di alto livello a chiamata diretta; il sindacato che vuole mantenere il divieto di licenziamento per legge, caso unico al mondo a questo punto.


Questa è la giungla nella quale deve aprirsi la strada Draghi nelle riforme legate ai 204 miliardi di euro del Recovery. Tra giugno e luglio lo aspettano fra l'altro la riforma dell'ordinamento giudiziario, le misure sul reclutamento degli statali, il disegno di legge sulla concorrenza (concessioni balneari incluse?) e la presentazione della legge delega sulla riforma fiscale. Quest'ultima dovrebbe basarsi sull'«indagine conoscitiva» delle commissioni Finanze di Camera e Senato e potrebbe indicare almeno qualche obiettivo di fondo per rendere il fisco meno ostile alle imprese oneste e meno iniquo verso il ceto medio dipendente .


Ce la farà Draghi a andare avanti, passata l'emergenza e la relativa tregua fra tribù corporative italiane? Forse sì, ce la può fare, perché c'è una novità. Molti gruppi d'interesse a questo punto sono così suonati, divisi all'interno, così indeboliti dal declino nazionale, che anche le loro minacce di veto ormai suonano come riti stanchi. Si avverte un particolarismo di cartapesta. Basta poco per metterlo buono e qualcuno nel governo se n'è accorto.


Questo non significa naturalmente che tutti i problemi siano risolti. Gli investitori, nazionali ed esteri, ci stanno dicendo il contrario. I titoli di Stato italiani a dieci anni pagano un premio al rischio basso ma superiore ai titoli greci (prima non era così), mentre il Tesoro fatica a organizzare emissioni a trent'anni perché non c'è molto appetito sul mercato. Le aste per l'installazione di progetti di energia rinnovabile in Italia raccolgono interesse neanche per un quarto dell'offerta, mentre in Spagna per tre volte l'offerta. Chi può investire sul Paese esita, perché non sa cosa verrà dopo il governo Draghi. Per ora il premier e i suoi si aprono una via. Resta da capire se resterà così stretta che la giungla del Paese è destinata a richiudersi subito dopo il loro passaggio, o tutti in Italia si decideranno ad aiutare i «tecnici» per creare uno spazio aperto. Uno spazio di luce che resta. È la grande domanda dei prossimi mesi.


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