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04/08/2020

La squadra in cabina di regia ́Un obiettivo condiviso da tutti e un calcio alla burocrazi aCosÏ l’opera Ë diventata realtà

Il Secolo XIX - Emanuele Rossi

Genova San Giorgio
Emanuele Rossi Se il papà del nuovo ponte sul Polcevera è Renzo Piano, che ne ha disegnato le linee pensando alle forme leggere di un vascello, sono i 1.184 lavoratori del cantiere quelli che l'hanno tirato su dal nulla, sulle macerie del vecchio Morandi. E poi ci sono cinque uomini che hanno avuto un ruolo chiave, nella ricostruzione. Il commissario, Marco Bucci, è stato quello più esposto, il timoniere della struttura commissariale. Dietro di lui, come un'ombra, il governatore ligure Giovanni Toti: la Regione ha accompagnato passo passo il percorso del cantiere e di tutto ciò che è arrivato con l'emergenza, dalla viabilità agli aiuti alle trattative con il governo. E poi ci sono gli amministratori delegati delle tre aziende che hanno costruito la grande struttura: Roberto Carpaneto, di Rina consulting, per il project management, Giuseppe Bono, di Fincantieri e Pietro Salini di Webuild, che riuniti nel consorzio PerGenova ci hanno messo le braccia, l'acciaio e il cemento. Una collaborazione inedita tra soggetti pubblici e privati. E un risultato centrato, a due anni dal crollo.Una sfida senza precedenti«Io non ho mai avuto dubbi che ce l'avremmo fatta. Fare un ponte dopotutto non è "scienza spaziale" - dice il sindaco di Genova, con il suo background da uomo d'azienda - la sfida era farlo nei tempi giusti, con i costi giusti e in sicurezza». Detta così, pare facile. Ma bisogna pensare alla situazione di partenza: una città spezzata in due, gli occhi del mondo addosso, migliaia di metri cubi di macerie da rimuovere e i tre quarti del Morandi ancora da demolire con un'inchiesta della magistratura in corso. Senza contare le incertezze date da un decreto senza precedenti che dava l'obbligo di pagare al concessionario, estromettendolo dalla ricostruzione. «La costruzione del ponte è la punta dell'iceberg del lavoro fatto - riepiloga Giovanni Toti - abbiamo dato un tetto agli sfollati, ridisegnato la viabilità genovese, ottenuto e distribuito aiuti alle imprese danneggiate, anche se alcuni fondi sono rimasti inutilizzati». Il coinvolgimento delle imprese avviene in questo contesto. Con la nomina di Bucci a commissario partono le manifestazioni di interesse per la ricostruzione. «Le navi sono costituite da diversi ponti», osserva Giuseppe Bono, «il disegno di Piano, le esigenze di rapidità nell'esecuzione, il collegamento con il territorio: questo ponte era nel nostro destino. Tutto il gruppo si è messo a disposizione da Verona a Castellammare e anche le nostre controllate genovesi Seastema e Cetena per lo sviluppo tecnologico». Serviva un partner di settore, però. E a schierarsi è il leader italiano delle costruzioni, Salini Impregilo. Che cambierà nome in Webuild durante i lavori. «Per anni - spiega l' Ad Pietro Salini - abbiamo operato all'estero perché il mercato italiano non offriva grandi opportunità. Quando purtroppo il Ponte Morandi è crollato, abbiamo pensato di metterci subito al servizio del Paese, per dare un messaggio forte. Ci siamo cosi sentiti subito con Renzo Piano e con Fincantieri e nel giro di poco tempo abbiamo presentato la nostra proposta. Con Renzo Piano ci conoscevamo bene, avevamo ad esempio già lavorato insieme ad altri progetti, come il Centro Culturale Stavros Niarchos di Atene». A coordinare il tutto arriva il Rina: «Abbiamo seguito migliaia di progetti in tutto il mondo - dice Carpaneto - ma è chiaro che questo è speciale. Abbiamo applicato metodi di pianificazione flessibili, che ci hanno permesso di non fermarci mai». Il cantiere che non dormePer centrare l'obiettivo si organizzano turni di lavoro su 24 ore, stop solo a Natale e in caso di allerta rossa meteo. Ma anche il coinvolgimento di stabilimenti di Fincantieri in tutta Italia, per produrre i grandi conci in acciaio dell'impalcato. «Ognuno ha messo a fattor comune le proprie capacità ed eccellenze», ricorda Bono. Eppure gli imprevisti sono stati tanti: «Quattro quelli grossi - ricapitola Bucci - l'amianto nei piloni, l'impossibilità di usare l'esplosivo sul moncone Ovest, l'allagamento del cantiere e il maltempo che ha rallentato i rifornimenti via mare. E poi il coronavirus». Ma per ognuno si è trovata una soluzione, senza fermare i motori. «Ci ha facilitato avere il sindaco in quel ruolo - ragiona Carpaneto - in questo cantiere il rapporto con la città è stato cruciale». Una delle ragioni per cui, secondo Toti, il modello è replicabile: «Il governo non deve inventarsi nuovi commissari, ma dare veri poteri a sindaci e presidenti di Regione».Salini aggiunge che «una delle caratteristiche distintive di questo ponte è stata fin dall'inizio una unica comunità di intenti tra pubblico e privato, un unico obiettivo comune: restituire alla città il ponte in tempi rapidi, rimuovendo ostacoli di natura burocratica. Abbiamo schierato i migliori tecnici, maestranze, professionisti e 330 piccole e medie imprese italiane della filiera. La sperimentazione di questo nuovo modello ha dimostrato con la forza dei fatti le potenzialità del Sistema-Italia, indicando una ricetta per lo sblocco di un intero settore, con importanti ricadute su Pil e occupazione». Nemmeno il coronavirus ha fatto chiudere il cantiere: «È stata creata immediatamente una task force per affrontare l'emergenza - racconta Salini - e abbiamo applicato da subito le più rigide misure di controllo e contenimento dei rischi, ancora prima che ci fosse imposto. Perché sapevamo che non ci potevamo fermare. Lo dovevamo ai genovesi».Il Modello GenovaEcco, ma cosa significa il "Modello Genova"? «Non è una scappatoia - sostiene Carpaneto - è un modo di lavorare con maggiore efficienza: il progetto è stato sottoposto al vaglio dei ministeri e del consiglio dei Lavori pubblici, ogni passo è documentato e trasparente». «Abbiamo usato tecniche di management che l'industria privata conosce bene, non ci siamo inventati niente - chiosa Bucci - le lavorazioni in parallelo, l'assunzione di responsabilità, le "best option" sulle date per spingere ognuno a rispettare l'obiettivo. E abbiamo rispettato il diritto europeo».Ma è un modello esportabile? «In questo Paese abbiamo una legislazione folle che ha portato al fallimento troppe ditte di costruzioni. Il sistema degli appalti va rivisto», spinge da mesi Toti. Pietro Salini non può che concordare: «Quello del ponte è un modello del fare, un modello eccezionale di collaborazione fra pubblico e privato, fra cliente e contractor, per risolvere i problemi quando si incontrano e puntare a costruire e consegnare rapidamente ai beneficiari, con alti standard di innovazione e qualità». Mentre Giuseppe Bono osserva che «esistono nel Paese capacità e competenze in grado di affrontare qualsiasi sfida e i processi decisionali sulle opere pubbliche devono essere semplificate. Ma determinante è stato il ruolo dei genovesi, che hanno fatto il tifo per il progetto: quando si realizza un'opera è fondamentale che il territorio remi nella stessa direzione, coinvolgendolo e informando». --© RIPRODUZIONE RISERVATA