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23/06/2020

la ricetta degli industriali farÀ impoverire gli italiani

La Nuova Venezia - christian ferrari*

Se si mettono in fila le richieste di Confindustria - sollecitate e sostenute con forza dagli industriali veneti - ci si rende immediatamente conto del rischio di uscire dalla crisi in corso peggio di come ci siamo entrati, con il prezzo da pagare scaricato per intero sulla parte più debole della società. Aumento della precarietà (con l'ennesima liberalizzazione del lavoro a termine); ulteriore riduzione dei salari (con la messa in discussione del contratto nazionale di lavoro); cancellazione del reddito di cittadinanza (che per la prima volta dopo anni ha ridotto la povertà in Italia); riduzione generalizzata dell'Irap, anche alle imprese che in costanza della pandemia hanno aumentato gli utili (dimenticando che l'Irap finanzia per miliardi di euro la sanità pubblica); riduzione dell'Ires, ossia dell'imposta sui profitti; cancellazione del codice degli appalti, che contrasta le infiltrazioni criminali, la giungla dei subappalti, l'insicurezza sul lavoro. Ed è un elenco incompleto. Per sintetizzarla in uno slogan, la linea degli industriali è: più soldi per noi, meno salario e più precarietà per chi lavora. Un atteggiamento miope e corporativo, senza una visione generale, che non lascia intravedere alcuna idea di Paese, che non proietta né l'Italia, né il Veneto nel futuro. Ma davvero si pensa che dalla fase più difficile della nostra storia repubblicana, con un calo drammatico della domanda interna e internazionale, si esca riducendo ulteriormente il potere di acquisto di milioni di cittadini? Si è davvero convinti che dando tutte le risorse disponibili solo alle imprese, per incanto ripartiranno la produzione e il lavoro? Noi pensiamo di no. E non per partito preso, ma perché siamo convinti che riproporre le solite vecchie ricette, che si sono rivelate fallimentari appena ieri, produrrà il medesimo risultato domani. Abbiamo già bruciato due generazioni sull'altare della flessibilità, un termine gentile che nasconde una precarietà lavorativa che si è trasformata in precarietà esistenziale. Il lavoro, invece, va rimesso al centro delle politiche, va valorizzato, qualificato, difeso nei suoi diritti e nella sua dignità.Il dramma che abbiamo attraversato in questi mesi dovrebbe averci insegnato l'importanza di un sistema sanitario nazionale in grado di curare tutti. La sanità pubblica va rafforzata, non indebolita. I soldi a pioggia dati alle imprese negli ultimi anni non hanno aumentato gli investimenti privati, mentre quelli pubblici crollavano sotto i colpi dell'austerità. L'assenza di una politica industriale ha fatto sì che non avessimo in Italia neanche le produzioni di base per affrontare un'epidemia. A questo non si rimedia lasciando briglia sciolte alle imprese, sperando nella mano invisibile del mercato. Occorre restituire un ruolo di indirizzo allo Stato, va rilanciato un nuovo intervento pubblico nell'economia, come prevede la nostra Costituzione. È proprio quel modello di economia mista che ha consentito la ricostruzione post bellica e che ha trasformato l'Italia da un Paese in macerie ad una delle più importanti potenze industriali. Non c'è più nessuno, ormai, che neghi la crescita incontrollata delle diseguaglianze. Parlarne però non serve a niente se non si agisce per ridurre la forbice sempre più larga che separa la fascia più ricca della popolazione, con la grande massa delle persone che faticano, pur lavorando, ad arrivare a fine mese. -- *Segretario generale Cgil del Veneto© RIPRODUZIONE RISERVATA