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02/03/2019

La rabbia del figlio dell’imprenditore suicida: così lo Stato mi ha tolto un padre

Avvenire - ANDREA CASSISI

GELA
Il giovane lancia un appello al ministro Salvini: tutelare chi denuncia il pizzo. Intanto è polemica. Grasso (Leu): una sconfitta. Palazzotto (Si): chiarire in commissione antimafia
Gela 27 anni, Francesco, il più grande dei tre figli di Riccardo Greco, l'imprenditore suicida di Gela, dopo che lo Stato gli ha negato l'iscrizione dell'impresa alla "White-list", prende il posto di papà. Sarà lui a guidare la "Cosiam srl" dopo che, schiacciato dal peso dello Stato, il padre di 58 anni si è puntato la pistola alla tempia e l'ha fatta finita. La sua vita era cambiata nel 2007 quando decise di opporsi al pizzo. Ai tempi gestiva il servizio di raccolta rifiuti nel territorio gelese. «Fu uno dei primi imprenditori in Sicilia a farlo», racconta con gli occhi gonfi di pianto il figlio. A lui si accodarono altri 7 imprenditori locali. «Fu proprio papà a convincerli». Poi gli arresti, l'operazione "Munda Mundis" e 11 esponenti dei clan finiti dietro le sbarre. Ma di lì a poco la storia si ribaltò con un meschino tentativo della mafia che lo additò come colluso. Tirato in ballo dagli stessi boss in cella, che ai magistrati raccontarono di come Greco avesse accettato il loro sostegno per poi dividere gli utili. Tutto falso. Una storia pirandelliana dal quale ne era uscito a testa alta. Lo aveva stabilito la Cassazione nel 2013 che aveva appurato come Greco con la mafia non avesse a che fare. Erano gli anni in cui Gela si apprestava a vivere quella primavera che portò a centinaia di arresti, sotto la spinta dell'allora sindaco coraggio Rosario Crocetta. Un incubo quello vissuto da Greco che sembrava superato tanto che nel 2015 la Prefettura di Caltanissetta gli aveva concesso la liberatoria per entrare a concorrere nel sistema degli appalti. Poi la decisione della Struttura di Missione Prevenzione e Contrasto Antimafia che ritenendo concreto un pericolo di infiltrazione mafiosa e non tenendo conto dei dispositivi emessi dai giudici sulla totale estraneità dell'imprenditore con la mafia, gli bloccava l'ingresso nella "White-list". Un nuovo calvario per Greco e la sua azienda, poco meno di 100 operai, fino a poco più di un mese fa, con la notifica di un'interdittiva antimafia, costretto a rinunciare agli appalti per i lavori di ricostruzione post terremoto nel centro Italia. A tale proposito, la Prefettura di Caltanissetta precisa: «La ditta Cosiam srl di Rocco Greco è stata destinataria di due interdittive antimafia, una nel dicembre del 2018 e l'altra il 10 gennaio 2019: che si fondano su indagini e processi nati sulla scorta delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e su riscontri probatori in merito alle gare d'appalto aggiudicate al Greco dal '90 al '96». Anche il Tar di Palermo, a cui si era rivolto, ne aveva negato la sospensiva. Una decisione che forse ha fatto maturare nell'uomo la tragica decisione. Oggi l'accusa per una «istruttoria lacunosa, superficiale», ritiene il figlio Francesco. «Così lo Stato in qualche modo, mi ha tolto un padre. Ci sono leggi recenti che sono complesse e parecchio ingiuste. Salvini accenda un riflettore su questa vicenda perché non passi il messaggio - prosegue - che denunciare il pizzo è un'azione sconveniente». Un appello accolto da Erasmo Palazzotto, Sinistra Italiana che chiede «chiarezza» ed una «riflessione del ministro Salvini in commissione antimafia per comprendere come sia possibile che spesso chi denuncia finisce per diventare vittima anche dello Stato». Gli fa eco il senatore Pietro Grasso che ammettendo «una sconfitta per lo Stato» chiede che si mettano a disposizione le risorse per «venire incontro» a chi denuncia. Dal figlio Francesco, infine l'affondo: «Sentirsi dire da giudici e da avvocati, anche di un certo spessore, che forse sarebbe stato meglio non denunciare chi aveva chiesto il pizzo, non è giusto».