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03/03/2019

La punta dell’iceberg dei lavori fermi

Il Gazzettino

Profitti & perdite
Enrico Cisnetto on c'è solo la Tav. Il blocco dell'alta velocità Torino-Lione, infatti, rappresenta la punta di un mastodontico iceberg di lavori fermi da anni. Una paralisi che a livello infrastrutturale riguarda oltre 600 opere per un valore di 36 miliardi. Se poi si prende in considerazione l'andamento del settore delle costruzioni nell'ultimo decennio, la tabella del disastro conteggia 69 miliardi di investimenti andati in fumo, 120 mila aziende defunte e 620 mila posti di lavoro perduti. Secondo l'Ance, parliamo di circa il 54% del mercato, con un ulteriore arretramento del 3,2% nel 2018 e 1,3 miliardi di investimenti in meno nel 2019, di cui 400 nel solo settore delle opere pubbliche. Tutto questo ha molteplici effetti negativi: non vengono spesi soldi che pure sono stanziati, non si creano nuovi posti di lavoro, non si versano stipendi funzionali al sostegno della nostra anemica domanda interna, non si genera valore aggiunto, non si stimola l'indotto e, last but not least, i nostri collegamenti logistici restano fermi ad almeno 30 anni fa, mentre tutto il mondo è enormemente più connesso e veloce. Burocrazia farraginosa da una parte, ricorsi e controricorsi in tribunale dall'altra, oltre ad una crescente deriva antisviluppista e una concreta difficoltà di interlocuzione con il governo - e con il Ministero delle Infrastrutture in particolare, ormai paralizzato e, soprattutto, paralizzante - creano danni enormi. Una situazione a cui il premier Conte ha provato a mettere una pezza, annunciando un piano contro il dissesto idrogeologico, un disegno di legge per sveltire l'apertura dei cantieri e perfino una delega per riformare il codice degli appalti. Per ora, solo buone intenzioni. Per esempio, nonostante il decreto Genova sia stato approvato a novembre, la demolizione del Ponte Morandi è iniziata solo pochi giorni fa. E i 192 milioni messi a disposizione in quella stessa norma per la messa in sicurezza anti-sismica urgente dell'autostrada Roma-L'Aquila-Pescara (colpita dal terremoto del 2009 e da quelli del 2016) sono ancora fermi perché inspiegabilmente - mancano i decreti attuativi. Senza dimenticare che per la stessa autostrada è congelato fin dal lontano 2012 il nuovo piano da 3,1 miliardi già approvato in via definitiva. Stessa musica per i collegamenti ferroviari: a parte la Tav, è bloccata anche l'alta velocità in un territorio ad elevato sviluppo come quello della tratta Brescia-Padova, così come il completamento dell'anello di Roma (che pure a trasporti non se la passa bene) e di quello Orte-Falconara, mentre per la Napoli-Bari siamo in pesante ritardo. Poi mancano le strade, dalle tangenziali venete alla Gronda di Genova, ma qui l'elenco sarebbe infinito. Non è un caso che negli anni Settanta eravamo tra i primi al mondo in quanto a collegamenti e infrastrutture, mentre oggi, tanto per dirne una, abbiamo 6.700 chilometri di autostrade contro i 14.000 di Germania e Spagna e gli 11.400 della Francia. Non sarà il caso di (ri)tornare a (ri)costruire?