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18/06/2020

La possibile corruzione non deve frenare la politica del fare

Libero - BRUNO FERRARO*

L'angolo della giustizia
■ Corruzione e appalti sono due realtà interdipendenti e complementari. La corruzione infatti alligna e prospera laddove circola il denaro: negarlo sarebbe un atto di miopia, un voler chiudere gli occhi di fronte alla realtà italiana, in cui l'aggressività delle indagini giudiziarie è andata e va di pari passo con l'estendersi dei fenomeni corruttivi. Tale constatazione però non deve impedire né frenare la politica degli appalti pubblici, che sono necessari sia per la ripresa dell'economia sia per avviare a soluzione i tanti gravi problemi che affliggono il nostro Paese. In una analisi di Bankitalia del 2018 si afferma che l'incremento dei fondi al Mezzogiorno ha provocato la crescita proporzionale dei reati nella e contro la Pubblica Amministrazione: quindi più soldi uguale più reati. A un aumento dei trasferimenti del 10% nel periodo 2007-2014 si associa un aumento del numero dei reati dello 0,4%; in un report parallelo della Guardia di Finanza il dato è ancora più eclatante, nel senso che in sei casi su dieci i fondi strutturali Ue sono ottenuti ed utilizzati in maniera fraudolenta. Tutto ciò sta a significare che un'Italia ferma, come quella verificatasi durante l'epidemia di corona virus, registrerebbe una percentuale minore, se non minima di reati: ma a discapito della comunità nazionale che correrebbe il rischio serio di impoverirsi e di finire sotto il dominio di Stati ed imprenditori stranieri, disposti più dei nostri a correre il rischio (il caso di Arcelor Mistral a Taranto e le tante imprese italiane in mani straniere ce lo dimostrano). Mi rendo conto, io per primo e con la deformazione del magistrato, che le esigenze della giustizia non possono passare in secondo piano, ma non posso negare i fattori che nel nostro Paese hanno preso il sopravvento, rendendo estremamente difficile fare impresa, a cominciare dalla burocrazia su cui ho scritto in altro articolo. Mi limito a citare i più appariscenti, radicati spesso in moduli comportamentali diventati troppo penalizzanti all'interno della stessa Pubblica Amministrazione e dell'Amministrazione della Giustizia. Controlli che crescono di numero e che non di meno sono solo formali, ripetitivi, burocratizzati e scarsamente efficaci. Un codice degli appalti lastricato di sovrastrutture all'interno degli uffici che all'atto pratico non incidono sul piano dei risultati. L'uso disinvolto della carcerazione preventiva senza alcuna responsabilità per chi vi fa ricorso, anche dopo i tanti casi di ingiusta detenzione. L'utilizzo di intercettazioni fra terzi e l'apertura di un fascicolo a carico del funzionario per il solo fatto della menzione del suo nominativo. La pubblicizzazione di indagini ancor prima ed a prescindere da un verdetto di colpevolezza. Potrei continuare ma mi fermo qui. La conclusione è che, per un dirigente o funzionario, come per un sindaco o un Governatore regionale, è meglio stare fermi, perché ad operare si rischia moltissimo. Occorre quindi innovare anche sul piano del costume, che risente moltissimo del giustizialismo e dei pregiudizi colpevolistici, e che occorrerebbe ricondurre al rispetto dei principi costituzionali in tema di presunzione di non colpevolezza e di doverosa attesa delle sentenze definitive. *Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione