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03/09/2020

La miracolosa politica economica DEL VATICANO

Panorama - di Carlo Cambi

RELIGIONE E DENARO
A novembre debutta, ad Assisi, la cosiddetta Papanomics, con cui Francesco cerca una via alternativa al capitalismo, predica povertà e intende la Chiesa come una Ong. Ma entro le Sacre mura resta l'elusione di Iva e tasse sugli appalti.
Per capire cosa capita Oltretevere viene buono un insegnamento di Giovanni Falcone: «Seguite i soldi». Non appaia un ossimoro regnante Jorge Mario Bergoglio, il gesuita venuto dalla fine del mondo, che ha imposto costumi francescani: niente sfarzi cardinalizi, utilitarie, croci d'argento. Almeno nelle intenzioni. Dunque: perché seguire i soldi? Perché sono diventati una sorta di ossessione del Vaticano. Al punto che, addirittura, è stato deciso - così pare - di indagare su Panorama perché ci occupiamo di conti e polizze di Curia. Dicono che i gendarmi svizzeri e la security in abito talare abbiano avuto ordine d'intercettare mail e telefoni. La ragione? L'economia è un rovello dottrinale del Papa, i soldi sono una preoccupazione costante perché il bilancio del Vaticano è «in rosso cardinale». A novembre si celebrerà ad Assisi, Covid permettendo, la codificazione della «Papanomics». Bergoglio vuole proporre un'alternativa al capitalismo. Neppure gli estensori del codice di Camaldoli - tra questi il teorico delle tasse Ezio Vanoni - che è il «vangelo laico dell'economia» erano giunti a tanto. Del nuovo credo economico si fa diffusore l' Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, che ospita riflessioni come quelle del professor Luigino Bruni, teorico dell'«economia di comunione», o dell'ex sindacalista ed ex senatore del Pd Andrea Ranieri, propugnatore «della povertà scelta». L'idea? «Ci si organizzi in Occidente per diventare più poveri, per ridurre il nostro consumo di terra e di energia e... sconfiggere così la miseria». Si comprende da dove originano alcune perorazioni del Papa. Seguendo i soldi si capiscono molte cose. Per esempio perché la chiesa tedesca, ancorché attraversata da un travaglio che non è esagerato definire scismatico, sia l'asse portante della Papanomics. A interpretarlaè il cardinale arcivescovo di Monaco Rehinard Marx - beffardo «nomen omen» - che accanto alla pastorale Lgbt e al matrimonio dei preti, predica la chiesa impegnata sul fronte dei migranti, dell'ecologia, del totale ecumenismo con una missione da Ong per la Chiesa di Roma. A contrastare questa visione c'è un altro cardinale tedesco, Gerhard Ludwig Muller, che Francesco non ha confermatoa capo della Congregazione per la dottrina della fede dove invece lo aveva voluto Benedetto XVI. Uno scontro solo teologico? La chiesa teutonica - che sta subendo comunque un'emorragia di fedeli - è tra le più ricche grazie alla tassa sul culto; e Dio solo sa quanto Bergoglio abbia bisogno di denari, dunque Marx è uno dei teorici della Papanomics più ascoltati. La riprova? Quando siè trattato di rinnovare il Consiglio per l'Economia - dove il Papa ha nominato a sorpresa l'assicuratore Alberto Minali - Bergoglio lo ha lasciato in mano a Rehinard Marx. Il «riformatore» teologico controlla così anche le finanze vaticane in accordo con Juan Antonio Guerrero Alves - il gesuita plenipotenziario dei denari del Pontefice - e può usare la leva economica per imporre le scelte di dottrina. Con solo un ostacolo da superare: il Governatorato. Dal Governatorato dipendono i Musei Vaticani, gli appalti, i flussi finanziari e doganali: è la macchina che produce più introiti per Città del Vaticano. A capo c'è il cardinale Giuseppe Bertello che starebbe facendo resistenze al disegno di Guerrero Alves, spalleggiato da Marx, di unificare tutti i soldi della Santa Sede dentro l'Apsa (la banca centrale del Papa che possiede un immenso patrimonio immobiliare) a capo della quale viene mantenuto monsignor Nunzio Galantino: un bergogliano di ferro, affiancato dal «tutore dei conti», un laico Fabio Gasperini con un passato in Ernst&Young, la società di consulenza che aveva offerto al Governatorato un suo sistema contabile opportunamente messo nel cassetto. Il Governatorato continua a usare il suo sistema «Project One», dove sono racchiusi i conti veri. E quei conti, tanto Guerrero Alves quanto il cardinale Marx vorrebbero poterli gestire. Da qui lo scontro sotterraneo in curia con Bergoglio che si coccola il Segretario generale del Governatorato. Si tratta di monsignor Fernando Vérgez Alzaga, spagnolo, creato vescovo da questo Papa che lui ricambia in obbedienza alla Papanomics, con continui proclami ambientalisti. Bergoglio lo vorrebbe come sostituto di Bertello, ma in corsa c'è anche un altro spagnolo: Rafael García de la Serrana Villalobos - direttore della Fabbrica di San Pietro, gran dispensatore di appalti - legatissimo all'Opus Dei. Perché? Come si diceva, bisogna seguire i soldi. Dal Governatorato, dalla Fabbrica di San Pietro e dalle imprese legate all'Opus Dei, passano un sacco di quattrini esentasse. Se il denaro nella predicazione di Bergoglio è «lo sterco del diavolo» (per Marx, Carl non il cardinale, peraltro la religione era l'oppio dei popoli) non è neppure l'evangelico «date a Cesare quel che è di Cesare». Sui rapporti fiscali tra Vaticano e Italia ci sarebbe da indagare e lo faremo. Monsignor Galantino ogni volta che qualcuno osa dire che il Vaticano non paga le tasse, memorabile un suo scontro con l'auto-ricandidata sindaca di Roma Virginia Raggi, attacca dicendo: «È un falso mito: 750 mila euro di Imu e 354 mila euro di Tasi, versati per oltre il 90 per cento al Comune di Roma, dove gli immobili si trovano. Se aggiungiamo 3.200.000 euro di Ires, arriviamo a un totale di oltre 9.300.000 euro. Non proprio una bazzecola, tenuto conto che queste somme si riferiscono soltanto ai beni amministrati dall'Apsa». Nella Papanomics però le tasse non paiono contemplate. Perché nonostante la stretta dopo gli scandali di Sloane Avenue (l'edificio di Londra la cui vendita è avvolta ancora nelle nebbie) e alla Fabbrica di San Pietro in Vaticano, nessuno si sogna né di rinunciare né di indagare sui benefici fiscali. Bergoglio ha preteso dal cardinal Bertello il varo del nuovo codice degli appalti: gare trasparenti, albo dei fornitori e corruzione assai difficile. Lo ha certificato Giuseppe Pignatone, presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, che ha saltato il Tevere passando dalla Procura di Roma a quella di Pietro! Sarà per questo che de la Serrana Villalobos è così tenuto in conto? Nessuno però si è ricordato che gli appalti in Vaticano sono esentasse. Gonfiare il volume dei valori, accreditare più operai del necessario per godere di altri benefici fiscali e allungare la vita dei cantieri è un'ottima occasione per fare opere di bene. Figurarsi ora per entrare nell'elenco dei fornitori. Il maggior appaltatoreè il Governatorato che è anche la sentinella del via vai dei rapporti fiscali con l'estero. C'è da stupirsi se i gestori della Papanomics ci vogliono mettere le mani sopra? A dirla tutta pare che l'economia secondo Bergoglio si dimentichi che la tanto ricercata povertà non si applica alle auto (modelli di Audi e Mercedes che sfiorano anche 100 mila di euro) che le Guardie Svizzere comprano in totale esenzione Iva e poi rivendono. Ma lo stesso vale per tutti quelli - a cominciare dai cardinali - che lavorano o abitano in Vaticano e nei palazzi dell'extraterritorialità. C'è una sorta di nepotismo fiscale. Tant'è che ci sono concessionarie di auto specializzate nella vendita ai sudditi di sua maestà Francesco (in questo caso il Papa è solo il monarca assoluto dello Stato Vaticano). Gli acquisti sono tutti in esenzione Iva. Si va dai vestiti ai profumi, passando per le pentole. Qualsiasi cosa si compri in o attraverso il Vaticano e le sedi «pietrine» extraterritoriali è esente dall'imposta. Accaparrarsi una targa con le lettere SCV è un privilegio (quando Bergoglio caccia qualcuno, e lo fa spesso e sempre più immotivatamente, la prima sanzione è togliere la targa: come lo strappo delle mostrine dei militari), così come essere «inquilini» del Papa solleva da tanti oneri fiscali. Privilegi a gettone? Mah, l'anticorruzione vaticana avrebbe molto da lavorare. L'elusione? Se la si calcolasse, ammonterebbe a molte decine di milioni perché il Vaticano è un enorme shopping center. Per non dire delle accise. Se si misurasse il consumo di petrolio in Vaticano in rapporto superficie dello Stato, si vedrebbe che le prediche green del Papa hanno poco effetto. Oddio, qualche distrazione può sempre capitare.Monsignor Galantino non accetta accuse di evasione Iva. Ma nulla dice del Vaticano come shopping center RAFAEL GARCíA VILLALOBOS
Direttore degli appalti della Fabbrica di San Pietro, si dice che Il Papa lo voglia capo del Governatorato. NUNZIO GALANTINO È a capo dell'Apsa, la banca centrale del Vaticano, che gestisce un immenso patrimonio.
Il Governatorato gestisce appalti, flussi finanziari, incassi dei musei
Il cardinale Marx si fa forte della posizione di controllore dei conti. E impone anche scelte teologiche GEHRARD LUDWIG MÜLLER Il cardinale tedesco, già capo della Congregazione della dottrina per la fede, silurato da Bergoglio perché tradizionalista. REHINARD MARX L'arcivescovo di Monaco controlla le finanze vaticane, ma innova anche dottrina della chiesa tedesca (pastorale Lgbt, preti sposati).

Foto: Il palazzo del Governatorato, centro cruciale per l'economia della Santa Sede. A sinistra, le guardie svizzere: possono acquistare prodotti in totale esenzione Iva.