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03/12/2018

La lezione antimafia di Antoci

La Provincia di Sondrio - Clara Castoldi

Giornata dell'eccellenza Al Pinchetti ospite d'onore l'ex presidente del parco dei Nebrodi scampato a un attentato «Io e la mia famiglia viviamo blindati, ma i miei figli mi dicono di andare avanti nella mia battaglia per la legalità»
«Il nostro Paese non ha bisogno di eroi e simboli. Io ho fatto il mio dovere e fare il proprio dovere deve essere normale. Lo dico ai ragazzi che, nella vita, si trovano a un bivio in cui devono decidere che strada prendere». Non vuol sentir parlare di atto di eroismo, che associa, invece, agli uomini della sua scorta presenti in sala e fuori dalla scuola, Giuseppe Antoci, presidente fino allo scorso febbraio del Parco dei Nebrodi in Sicilia, la più grande area naturale protetta della Sicilia (86mila ettari e 24 Comuni). Il protocollo e la resistenza

Ospite alla "Giornata dell'eccellenza" all'Istituto Pinchetti di Tirano, Antoci ha raccontato la sua battaglia per introdurre il "Protocollo di legalità" (chiamato Protocollo Antoci) per l'affitto dei terreni demaniali, dal 2017 diventato legge in tutta Italia. Dopo essersi insediato come presidente del Parco, che era stato commissariato per anni, nel 2013 Antoci viene a sapere quello che «accadeva nell'entroterra dove contadini onesti ricevevano intimidazioni da famiglie mafiose per non partecipare al bando per l'assegnazione dei terreni - ha spiegato -. Il metodo era questo: persone di calibro mafioso si riunivano in società, i contadini avevano paura e non partecipavano ai bandi. Tutto ciò era possibile perché, in base alla legge sugli appalti, per importi a base d'asta superiore a 150mila euro serviva il certificato anti-mafia, mentre sotto quella soglia bastava l'autocertificazione. Questi soggetti autocertificavano, pertanto, di essere a posto e il bando si chiudeva senza controlli. A quel punto le società presentavano richieste di finanziamenti europei e prendevano pure fondi pubblici. Per mille ettari di terreno pagavano 36.400 euro di affitto e incassavano un milione e 300mila euro. Dunque perché fare rapine o chiedere il pizzo, quando arrivavano fondi pubblici sui conti correnti senza difficoltà? Il valore della programmazione europea 2007/2013 è valso in Sicilia 5 miliardi di euro».

Antoni si è rivolto così al prefetto con l'intenzione di abbassare a zero la soglia dell'obbligatorietà del certificato anti-mafia. Intanto, mentre lavorava al Protocollo, sono cominciate ad arrivare lettere minatorie e dal 2014 Antoci è stato messo sotto tutela. «Stavamo scoperchiando un pentolone - ha proseguito -. Il Parco fece a quel punto un bando civetta per 400 ettari e, facendo controllare i nominativi, si scoprì che c'erano soggetti non in possesso dei requisiti anti-mafia». Successivamente si passò alla verifica dei nominativi risultanti già assegnatari in passato dei terreni, scoprendo che circa il 90 per cento delle persone controllate avevano delle interdittive antimafia, tali da comportare la revoca della concessione. Nel marzo 2016 il Tar di Catania ha poi respinto tutti i ricorsi presentati dagli assegnatari e ha certificato il Protocollo di legalità, divenuto una norma a tutti gli effetti.

Una scelta di onestà

La situazione diveniva sempre più delicata e il 17 maggio 2016 Antoci è vittima di un attentato mafioso che fallisce solo grazie agli uomini della scorta e all'intervento del vice questore. Il 27 settembre 2017 il Protocollo è diventato legge grazie alla votazione del Parlamento. Rivolgendosi ai ragazzi, Antoci ha detto: «Ho tre figlie della vostra età che non possono andare a un concerto o a prendere un gelato quando vogliono - ha affermato -. La nostra vita è complicata, la nostra casa è presidiata dall'esercito. Sapevo che avrei rischiato la vita». Quando la situazione è divenuta critica, Antoci ha chiesto alla sua famiglia se dovesse smettere e la figlia maggiore gli ha risposto: «Continua papà. Noi siamo con te». Lo ha svelato con la voce rotta dalla commozione Antoci che, agli studenti del Pinchetti, ha parlato del valore della legalità e del senso della scelta: «Dobbiamo decidere da che parte stare - ha concluso -. Nella vita c'è un prezzo da pagare per tutti. Sono convinto, però, che di Antoci ce ne sono milioni, le persone per bene sono di più. Anche io ho paura, sono un uomo come tutti, ma la paura va trasformata quando non si è soli. Alle mie figlie e ai ragazzi dico, infine, che non si educa con quello che si dice, ma con quello che si è».

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