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01/07/2020

La legge scorciatoia

La Repubblica - Sergio Rizzo

Semplificazioni
Funzionari pubblici che non firmano le pratiche, nella migliore delle ipotesi perché impauriti dal rischio dell'avviso di garanzia. Appalti con procedure bizantine che costringono le imprese a presentare tre volte gli stessi documenti. ● a pagina 7 F unzionari pubblici che non firmano le pratiche, nella migliore delle ipotesi perché impauriti dal rischio dell'avviso di garanzia.
Appalti con procedure bizantine che costringono le imprese a presentare tre volte gli stessi documenti: al punto che per aggiudicare una gara ci vuole più che a realizzare l'opera. E poi tempo morti biblici, valanghe di ricorsi sui formalismi, conferenze dei servizi che durano anni, in un continuo conflitto di poteri e scaricabarile di responsabilità.
Risultato: nonostante sia disponibile per le infrastrutture che potrebbero essere il motore della ripartenza una somma enorme, valutata dal Cresme in 199 miliardi (miliardi!), la maggior parte di quei soldi dorme placidamente nel pantano della burocrazia. Ben 109 miliardi riguardano opere che sono attualmente in fase di progettazione.
Se c'è quindi un Paese che ha un disperato bisogno di semplificazioni è il nostro. Ma di semplificazioni vere, che affrontino e risolvano problema alla radice. Non invece, come quasi sempre accade, di semplici scorciatoie. Ebbene il decreto semplificazioni, che starebbe finalmente per vedere la luce dopo una gestazione di lunghezza incomprensibile, partorito dopo il piano Colao e la cerimonia degli Stati generali dell'economia potrebbe essere meglio battezzato decreto "scorciatoie".
Intendiamoci, velocizzare certi meccanismi in un momento così grave ha sicuramente un senso. Il problema è che cosa accadrà dopo il 31 luglio del prossimo anno, quando le misure contenute in quel decreto scadranno. Si potrà continuare ad assegnare senza gara i piccoli lavori, come prevede l'articolo 1? E gli appalti fino a 5 milioni con quella che sembra una specie di trattativa privata, con la conseguenza di mettere il 98 per cento dei lavori pubblici fuori dalle regole del mercato? E sarà possibile, come oggi invocano quasi tutti i partiti, insistere a nominare commissari su commissari per le opere pubbliche più delicate (o addirittura per tutte, come vorrebbero i Comuni)? La verità è che queste sono tutte scorciatoie. Che potranno a che fare nell'immediato dei risultati e ben vengano. Ma che si chiamino le cose con il loro nome. Non saranno certo i commissari a risolvere il problema dei nove anni (nove anni!) che mediamente passano da quando si decide di fare una strada nemmeno troppo impegnativa, diciamo da 50 milioni, a quando si apre il cantiere. Nove anni, di cui tre per trovare i soldi, quattro per fare il progetto è ben due per fare la gara. Due anni che se ne vanno per eccesso di carte chieste alle imprese. Per non parlare dei rischi di altro genere che si corrono con certe scorciatoie come l'affidamento diretto senza gara in alcune aree del Paese.
Scorciatoie sono anche le misure per alleggerire le responsabilità dei funzionari pubblici sul danno erariale, che scatterebbe solo in caso di risvolti penali. Così pure le modifiche all'abuso d'ufficio, chieste a gran voce da molti. E ha ragione da vendere un esperto della materia come l'ex presidente dell'ordine degli architetti Leopoldo Freyrie a sottolineare come tutto questo dovrebbe essere accompagnato da un rafforzamento dei controlli. Di cui però nella bozza del decreto semplificazioni non sembra esserci traccia.
C'è invece, e non poteva mancare viste le premesse, un condonino che ha fatto prontamente imbestialire il verde Angelo Bonelli. Un condonino, per sanare piccoli abusi che non modificano superfici né cubature. Dicono che servirebbe pure a rianimare un po' il mercato immobiliare. Ma il problema è che siamo in Italia, e non è nemmeno immaginabile come si potrebbe trasformare una norma del genere in alcune circostanze. Abbiamo già visto i regali che ha fatto al Paese la logica dei condoni. Fra tante scorciatoie ci sarebbe però anche una misura di semplificazione più strutturale.
Si tratta del comitato consultivo che avrebbe il compito di seguire le opere infrastrutturali passo passo per risolvere i problemi che dovessero insorgere. Una cosa finalmente di buon senso, mutuata da esperienze internazionali. Bene, dunque, anziché prendersela sterilmente con il codice degli appalti, diventato il capro espiatorio di ogni nefandezza burocratica. Ma perché farlo durare solo un anno?