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05/10/2021

La legge che rovina Lucano l’hanno scritta i suoi amici

Libero - GIOVANNI M. JACOBAZZI

Il Conte-bis ha cambiato le regole
«La condanna ad oltre 13 anni di carcere per Mimmo Lucano? È solo il frutto della schizofrenia legislativa degli ultimi anni». (...) segue ➔ a pagina 7 segue dalla prima GIOVANNI M. JACOBAZZI (...) Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in Commissione Giustizia alla Camera, stoppa subito le polemiche di questi giorni secondo cui, colpendo Lucano, si sia voluto mettere in discussione il "modello Riace" per l'accoglienza dei migranti. «Vorrei invitare tutti ad una riflessione su cosa è diventato ora il diritto penale», aggiunge Zanettin, ponendo l'accento sugli effetti «nefasti di questo panpenalismo spinto» e rispondendo indirettamente al segretario del Pd Enrico Letta che si era dichiarato «esterrefatto» per l'entità della pena. Zanettin ha ragione. Lucano, infatti, non è stato condannato per aver favorito l'arrivo indiscriminato di clandestini ma, molto più semplicemente, per aver commesso, in qualità di sindaco, alcuni reati tipici del pubblico ufficiale. L'iniziale teorema dei pm che vedeva in Lucano un efferato trafficante di esseri umani aveva lasciato spazio ad una sfilza di reati propri dei white collar , i colletti bianchi, come il peculato e l'abuso d'ufficio. Finita in soffitta l'accusa, con la quale era stato anche arrestato e poi messo al confino, di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, sulla testa di Lucano era rimasto il "famigerato" peculato, un reato che ha pene altissime: da un minino di 4 a 10 anni. Il tribunale di Locri ha ritenuto la colpevolezza di Lucano per 16 diversi fatti di peculato, commessi in continuazione e nell'ambito di una associazione a delinquere. Un "cocktail" micidiale che consente al giudice di aumentare a pena fino al triplo. Da qui la condanna a 10 anni e 4 mesi di reclusione. DA ORLANDO A BONAFEDE Il tribunale, poi, ha deciso di riqualificare l'accusa di abuso d'ufficio in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, che prevede una pena tra i 2 e i 7 anni di reclusione. Il giudice, per questa ipotesi si è tenuto basso, con un condanna a 2 anni e 10 mesi di reclusione. Per capire come sia stato possibile arrivare ad una pena complessiva di 13 anni e 2 mesi per un sindaco che era stato candidato al Nobel e ricevuto dal Santo Padre è necessario tornare al 2012. Silvio Berlusconi l'anno prima era stato costretto alle dimissioni da presidente del Consiglio ed il suo posto era stato preso da Mario Monti che aveva nominato ministro della Giustizia Paola Severino. Il governo Berlusconi aveva lasciato in eredità l'approvazione di una legge per contrastare la corruzione, come richiesto dall'Onu. Severino decide di stravolgere il lavoro fatto da Angelino Alfano, il suo predecessore, e deposita un testo contenente un aumento indiscriminato delle pene e l'introduzioni di nuovi reati, come quello di "traffico d'influenze". Sono gli anni dell'antipolitica dilagante. Il libro "La Casta" di Gianantonio Stella e Sergio Rizzo ha lasciato il segno e i grillini hanno fatto la loro comparsa sulla scena politica al grido di «onestà, onestà». LA SPAZZACORROTTI Dopo la parentesi dei professori a via Arenula è il turno di Andrea Orlando (Pd). Anche lui, per non essere da meno, vara un ulteriore giro di vite contro la corruzione, inasprendo le pene e allungando i tempi della prescrizione. «Tutti i governi si sono lavati la coscienza con questi reati: io ho votato contro la riforma Orlando», ricorda Enrico Costa (Azione), allora ministro. Al peggio, come si usa dire, non c'è mai fine e il colpo di grazia arriverà nel 2018 con il governo Conte1 quando fa il suo ingresso a via Arenula Alfonso Bonafede, esponente di punta del giustizialismo grillino. Il primo atto (con i voti della Lega), è l'approvazione dello "spazzacorrotti", una legge che mette sullo stesso piano il mafioso stragista con il dipendente pubblico che ha rubato una penna in ufficio o fatto una fotocopia per il figlio. Lo "spazzacorrotti" è l'apoteosi del pensiero manettaro: sanzioni accessorie pesantissime, no alle attenuanti, carcere duro, trojan a tappeto. Non esagera, allora, Lucano, a cui si contesta di aver sbagliato il bando per la raccolta dei rifiuti a mezzo del somaro, quando dice che è stato trattato come un mafioso: i giudici nei suoi confronti hanno solo applicato le leggi in vigore. Ma la maxi condanna a Lucano smentisce anche la vulgata secondo cui i colletti bianchi non vanno in prigione. Se la sentenza di primo grado non sarà riformata nei futuri gradi di giudizio per Lucano si spalancheranno subito le porte del carcere. E per poter accedere ai primi benefici l'ex sindaco dovrà espiare almeno un quarto della pena. Uno scenario non proprio esaltante.

Foto: Domenico "Mimmo" Lucano, 63 anni, tre volte sindaco di Riace, paese dell'entroterra calabrese, ha avuto una condanna a 13 anni e 2 mesi (LaP )