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04/12/2018

LA LEGA STRETTA FRA DUE FUOCHI

La Repubblica - Sergio Rizzo

L'analisi
Nei complicati rapporti fra economia e politica c'è sempre stata in Italia una regola: quella secondo cui gli imprenditori non sono mai, per partito preso, nemici del governo.
Di qualunque colore esso sia. Da che esistono le loro organizzazioni non è mai stata violata. pagina 28 Nei complicati rapporti fra economia e politica c'è sempre stata in Italia una regola: quella secondo cui gli imprenditori non sono mai, per partito preso, contro il governo. Di qualunque colore esso sia. Da che esistono le loro organizzazioni non è mai stata violata. Prima di impegnarsi in politica il presidente di Federmeccanica Alberto Bombassei non ebbe difficoltà ad ammettere che «per Confindustria è naturale essere filogovernativa».
E Sergio Marchionne, che dalla Confindustria invece era uscito, ha commentato il primo giugno la nascita dell'esecutivo gialloverde di Giuseppe Conte, ripetendo un concetto già espresso tanti anni prima dall'avvocato Giovanni Agnelli: «C'è un nuovo governo, è già un passo avanti. Noi siamo sempre stati filogovernativi».
Sei mesi dopo quelle parole pronunciate dallo scomparso amministratore delegato della Fca cozzano ora contro una realtà forse allora imprevedibile. Non era mai accaduto che dodici organizzazioni imprenditoriali si schierassero tutte insieme, compatte, contro un governo. In piazza, e in una città come Torino dove a lungo ha pulsato il cuore dell'industria italiana. Una mobilitazione senza precedenti, innescata per giunta non dalle grandi imprese, bensì dalla Confapi torinese, organizzazione che riunisce i piccoli e medi imprenditori, vale a dire quel tessuto sociale e produttivo dal quale al Nord la Lega di Matteo Salvini attinge storicamente consensi assai rilevanti. Ma che oggi si trova a dover condividere il potere con un Movimento 5 stelle dal Dna nel profondo assai differente.
Per capire il peso di quanto accaduto ieri a Torino si deve necessariamente partire da qua. Perché questo è senza dubbio il segnale politico che arriva da quella piazza. Le contraddizioni con cui ora il governo di Salvini e Luigi Di Maio è costretto a fare i conti sono tutte lì, impietosamente squadernate in pubblico, nel momento in cui lo spettro della recessione si sta di nuovo materializzando. Da una parte il sussidio del reddito di cittadinanza, bandiera grillina mal digerita dai leghisti, dall'altra gli investimenti mortificati e i cantieri fermi. E poi la guerra all'Europa. Un conflitto che finora ha prodotto ingenti perdite soltanto da questa parte della barricata, con le Borse in picchiata, lo spread ormai stabilmente in orbita, l'emorragia dei capitali, la minaccia di nuovi declassamenti da parte delle agenzie di rating.
Questa guerra non l'hanno voluta le imprese, che ne conoscono le conseguenze: in primo luogo il rischio che i tassi d'interesse decollino, e le banche con i patrimoni intaccati dalla svalutazione dei Btp in portafoglio siano costrette a ridimensionare le linee di credito, se non a chiudere i rubinetti. Per non parlare dell'incubo estremo, la rottura con l'Unione europea.
Naturale, poi, che la clamorosa protesta sia partita da qui e dalla crisi delle infrastrutture. A cominciare dalla più discussa: la linea ferroviaria Torino-Lione, della quale si sta prefigurando il blocco. Diventata anch'essa il simbolo dell'Italia che si sta fermando, sempre più ripiegata su se stessa. Con la ferita del viadotto Morandi, 170 chilometri più in là, ancora spalancata, e quel benedetto Terzo Valico appeso a una misteriosa relazione sul rapporto costi-benefici che ha tutta l'aria di essere la meravigliosa foglia di fico per far finire tutto nel Limbo della decrescita felice.
Ieri i costruttori hanno diffuso la lista delle 27 grandi opere bloccate anche per gli ostacoli della burocrazia.
Totale: 24 miliardi e 603 milioni, dalla Gronda di Genova (invisa anch'essa ai grillini), all'Ospedale Morelli di Reggio Calabria. Opere che riguardano per due terzi il Nord. Ossia il bacino elettorale di Salvini. Che il 16 ottobre giurava di voler aprire subito le porte dei cantieri: «Entro novembre il codice degli appalti sarà smontato e riscritto con chi lavora». Ma qualcuno ne ha notizia?

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