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22/06/2021

La guerra operaia tra Cobas e Confederali

La Repubblica - Marco Patucchi

L'inchiesta
● a pagina 9 roma - Il muro, in cartongesso, lo avevano tirato su in poche ore un paio d'anni fa. Serviva, nel gigantesco magazzino Gls di Piacenza, a separare le fazioni degli operai divisi tra due sigle sindacali di base. Si litigava e ci si affrontava a brutto muso anche durante l'orario di lavoro.
Il muro di cartongesso non c'è più da tempo, resta in piedi quello immateriale ma indistruttibile,che divide gli schieramenti di uno scontro che è fin troppo scontato ribattezzare "guerra tra poveri". Certo, i più deboli ci sono, i lavoratori della logistica che scendono in trincea ogni santo giorno.
Però è altrove che bisogna cercare chi e cosa muove questo conflitto che ha lasciato in terra un secondo morto. Era già accaduto nel 2016 sempre davanti ai cancelli di un centro logistico nel Piacentino: Abd El Salam, durante un picchetto contro il precariato, era stato travolto da un Tir che usciva dal magazzino. Ieri il drammatico remake a Novara. In mezzo anni di lotte, proteste e scontri "dei" e "tra" lavoratori. Tra sindacati. Spaccature di un fronte che si è indebolito davanti alla controparte datoriale, perlopiù multinazionali, invece compatta e agile nel suo obiettivo di minimizzare il costo del lavoro con lo sfruttamento della filiera sempre più opaca dell'appalto e del subappalto. Corrieri, spedizionieri, autotrasportatori, il pianeta Amazon, i rider: un totale di un milione di addetti, in larghissima maggioranza immigrati di vecchia o recente generazione, con la "capitale" localizzata nei 5 milioni di metri quadrati di capannoni del Piacentino. «Gli operai-facchini - ha scritto Ezio Mauro - che picchettano il fantasma del lavoro scomparso rincorrendolo nella sua mobilità. Lottando con un'entità immateriale, l'algoritmo che ricalcola continuamente gli scostamenti di ordini e consegne, nell'unica logica per cui è programmato fuori da qualsiasi spazio negoziale».
Proprio dall'inagibilità di questo spazio, nascono le contrapposizioni tra sindacato di base e organizzazioni confederali. Il cuore dello scontro che, paradossalmente, lascia sullo sfondo la vera controparte. Le aziende, appunto. «Abbiamo mosso i primi passi nel 2005 a Milano, eravamo un piccolo movimento, ora abbiamo 40.000 iscritti in Italia - racconta Carlo Pallavicini, tra i leader del Si Cobas, una tesi di laurea sulla logistica alle spalle e giorni di domiciliari dopo gli incidenti di una manifestazione di protesta -. Qui a Piacenza i nostri tesserati, 4 mila sugli 8 mila totali, sono quasi tutti egiziani, ma da qualche tempo chiedono lavoro anche gli italiani. Mi capita ogni tanto di incontrare vecchi compagni di liceo.
Abbiamo sempre combattuto contro il sistema degli appalti, una buffonata, perché in realtà sono le aziende committenti a decidere e a trattare su mansioni, regole e stipendi. Con le nostre battaglie siamo passati dai lavoratori pagati in banconote ai tornelli del magazzino, ad accordi di secondo livello su malattia e retribuzioni».
Una storia che fa un salto di qualità con il caso Fedex-Tnt: «In piena pandemia hanno annunciato 6.500 esuberi in Europa, di cui 800 in Italia e 300 a Piacenza. Iniziamo scioperi, picchetti e proteste. A febbraio scorso firmiamo un accordo in prefettura con Fedex che riuncia ai tagli, poi io e il mio collega Arafat finiamo ai domiciliari per un esposto sulle proteste di piazza. Mentre noi siamo fuori causa, Fedex si rimangia l'impegno e il 30 marzo chiude lo stabilimento di Piacenza. Da quel momento abbiamo iniziato a manifestare davanti agli altri capannoni delle cooperative, come quello di Tavazzano, dove hanno trasferito il nostro lavoro e lì ci sono stati gli scontri innescati dalle bodyguard ingaggiate dall'azienda. In tutto questo, la Cgil si è appalesata solo organizzando la protesta dei camionisti, che sono tra i pochi loro iscritti, in una manifestato contro di noi con slogan tipo "attenzione che Si Cobas ci fa perdere il lavoro". Insomma, sono al fianco della delocalizzazione decisa dall'azienda». Anche il racconto di Stefano Malorgio, leader nazionale di Filt-Cgil, parte dal caso Fedex per approdare ad una visione contrapposta a quella di Si Cobas. Un dialogo tra sordi che somiglia ad un imperdonabile sperpero di forza sindacale: «Quando hanno annunciato la chiusura del magazzino di Piacenza - dice Malorgio - il capannone è scomparso dalle immagini di Google Maps nel giro di 24 ore... Ci siamo trovati spiazzati perché avevamo firmato un accordo che internalizza 800 lavoratori, trasformati in dipendenti diretti della multinazionale. Un modo per sanare l'opacità degli appalti. Pure il contratto nazionale della logistica appena rinnovato tutela sia i lavoratori diretti che indiretti con la clausola sociale nei cambi di appalto. Ora bisognerà dare una risposta alle persone tagliate da Fedex, proprio perseguendo l'internalizzazione». «La narrazione del sindacato confederale assente dalla logistica spiega Malorgio - è vecchia di dieci anni. Anche noi abbiamo organizzato picchetti alla Amazon, perché lì dentro non si poteva scioperare.
Ma un conto è bloccare le merci, un altro impedire agli altri operai di lavorare. Però non c'è modo di dialogare con SiCobas, mentre tutti assieme dovremmo chiedere l'attenzione della politica su un settore che pesa per il 9% del Pil». Tesi e antitesi nelle parole dei "generali" che guidano le truppe della insensata guerra tra poveri. Mentre il vero nemico è altrove.