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08/06/2021

La fine delle città, l’umiliazione dei cittadini

Left - Paolo Berdini

IN COPERTINA URBANISTICA
Stando al Recovery pian il rilancio dell'economia si farà senza investire nel sistema dei centri urbani. Eppure è qui che la pandemia ha messo a nudo le contraddizioni sociali più acute. Piìi in generale è chiara l'intenzione di disarticolare ulteriormente l'intervento statale e pubblico
In questi giorni, la piaggeria verso il primo ministro Mario Draghi ha superato se stessa, con l'elogio del numero di pagine del Recovery fund inviato a Bruxelles. Ben 2.480 pagine, si è detto, a fronte delle 500 presentate nella precedente bozza del governo giallorosso. Il numero di pagine come indicatore assoluto di bontà dell'impostazione del piano. Un modo molto comodo per non misurarsi con la più macroscopica assenza contenuta nel documento approvato dal "governo dei migliori", quello relativo al sistema città. Ci torneremo dopo. Conviene iniziare da alcune questioni di sostanza che pure non sono sfuggite ai sostenitori del nuovo governo, e cioè l'aver scardinato il Codice degli appalti, di aver ribadito che l'unico modo per fare le grandi opere è quello di tornare alla Legge obiettivo del governo Berlusconi e di aver mortificato il ruolo di tutela delle Soprintendenze di Stato. La Repubblica tutela il patrimonio artistico, recita la nostra Costituzione. Un vestito troppo stretto per gli economisti liberisti che collaborano con il premier. Iniziamo con ordine. E noto che negli anni Ottanta il malcostume dilagò nel sistema degli appalti pubblici. Sono stati innumerevoli gli scandali e le malversazioni compiute nell'esecuzione di opere pubbliche. Nel 1994, dopo Mani pulite, l'allora ministro dei Lavori pubblici, Francesco Merloni, corse ai ripari e fece approvare una legge in grado di sconfiggere per sempre il malaffare. La legge per il suo grande rigore incontrò sin da subito forti resistenze da parte confindustriale e fu sottoposta a molte variazioni. Ma non si era mai arrivati a pensare che - come nella bozza che è circolata per alcuni giorni - si potesse tornare ad affidare le opere indispensabili per l'ammodernamento del Paese attraverso il meccanismo del massimo ribasso d'asta. Questo è il modo più sicuro per solleticare l'intervento di imprese prive di moralità o peggio legate con la malavita organizzata. E vero che questo articolo è stato accantonato ma è gravissimo che sia stato ipotizzato. Ma se il meccanismo del massimo ribasso è stato - per ora - cancellato, è invece rimasta un'altra vergogna. La qualità di un'opera pubblica è legata al livello dell'impresa che si aggiudica i lavori. Il governo Draghi incentiva il ricorso al subappalto perché "ce lo chiede l'Europa". E invece noto che quel meccanismo porta con sé il restringimento dei margini di guadagno delle imprese subappahatrici e questo provoca da un lato l'abbassamento della qualità dell'opera e dall'altro si scarica sulle misure di sicurezza per i lavoratori. Il secondo elemento che non convince della proposta del governo Draghi è quello relativo alia realizzazione delle "opere strategiche". Esse sono - per ora - limitate nel numero ma si è consolidata una prassi che individua nei "commissari" e nell'accentramento delle funzioni presso la presidenza del Consiglio l'unico modo per rimettere in moto il Paese. E invece drammaticamente urgente ricostruire le strutture tecniche centrali e periferiche dello Stato e quelle dei comuni. Di qualificarle e dare loro prerogative concrete. Continuare invece nella logica della straordinarietà insita nella Legge obiettivo berlusconiana (n. 443/2001) rischia di far deperire ulteriormente le già esangui strutture tecniche pubbliche. Ma è il terzo elemento ad allarmare ancora di più. Le Soprintendenze di Stato sono da anni sottoposte ad una duplice offensiva. Da una parte il numero dei dirigenti e dei funzionari diminuisce, condizionando perfino il normale funzionamento degli uffici. Contemporaneamente, questi stessi uffici depauperati di risorse umane ed economiche, vengono contestati per essere un "freno allo sviluppo". Finora, nonostante i molteplici tentativi, nessun governo era arrivato ad affermare il principio del silenzio assenso. Se le Soprintendenze non rispondono in tempi ristretti - e non possono farlo per i tagli al personale di cui parlavamo - allora ci penserà una struttura parallela legata all'esecutivo. Un altro modo efficacissimo per distruggere quel che è rimasto delle funzioni delle Stato. Come non ricordare a questo punto tutti i solenni impegni a ricostruire la struttura pubblica quando eravamo in pieno lookdown? Di fronte al disastro della sanità privatizzata, delle scuole inadatte e dei trasporti pubblici falcidiati dai tagli, non c'era chi non promettesse una nuova fase basata sulla centralità del pubblico. Eccoli alla prova i neoliberisti convinti: l'obiettivo è disarticolare ulteriormente l'intervento statale e pubblico. Attraverso il governo Draghi, l'economia sbagliata che domina ancora l'Italia è riuscita dunque a strappare un provvedimento di gravità assoluta. Siamo così arrivati alla gravissima omissione presente nel piano che il mainstream dominante tenta di confondere con il record di pagine conseguito dallo staff del premier Draghi. Secondo costoro il rilancio dell'economia italiana si farà senza investire nel sistema delle città. Non c'è infatti un capitolo ad esse dedicato, eppure è proprio nelle città che si soffrono le contraddizioni sociali più acute e si scontano ritardi intollerabili nelle moderne dotazioni di sistemi di trasporto in grado di favorire lo sviluppo delle imprese. Ancora, sebbene ci siano risorse per alcune emergenze ambientali, manca un piano di messa in sicurezza del Paese che privilegi il patrimonio edilizio esistente e le troppe ferite idrogeologiche cui assistiamo ad ogni evento atmosferico. Da tre decenni le aree interne dell'Italia sono sottoposte ad uno spopolamento pericoloso per lo stesso mantenimento del presidio umano in molti luoghi montani o delle colline interne. Se la popolazione residente scende sotto una certa soglia si perde la possibilità di mantenere le comunità. Se si abbandonano quei luoghi si rischia un processo di degrado geomorfologico dei sistemi collinari che, come noto, devono essere continuamente sottoposti a manutenzione. Ma di questo non ce traccia. Come si vede, la pandemia da coronavirus ha avuto un effetto collaterale gravissimo: la questione ambientale è scomparsa dall'agenda del governo anche se è certo che altre emergenze climatiche estreme non tarderanno a manifestarsi. Autorevoli epidemiologi e scienziati affermano addirittura che la pandemia tragga origine dalla dissennata distruzione dell'ambiente in atto ed è stata favorita anche dall'elevato inquinamento atmosferico presente in alcune regioni. Non ci sono ancora riscontri sperimentali, ma è evidente che la salubrità dell'ambiente deve diventare il primo diritto globale da perseguire. Recupero ambientale, attraverso le bonifiche dei siti inquinati, e lotta agli inquinamenti diffusi su tutto il territorio possono rappresentare uno straordinario volano per il rilancio produttivo dell'Italia. Un modo per dare lavoro ai giovani e uscire dalla crisi che attraversiamo. Un'altra cultura rispetto alle 2.480 pagine dei tecnici di Draghi che si potrà affermare soltanto uscendo dalle logiche dell'economia dominante.

Foto: La pandemia ci dice che la salubrità dell'ambiente deve essere il primo diritto globale da perseguire


Foto: Manca un piano di messa in sicurezza che privilegi l'edilizia esistente e si occupi del dissesto idrogeologico