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01/10/2021

La discriminazione silenziosa dei centri estivi «Per mia figlia disabile conto da 1.750 euro»

QN - Il Giorno

MILANO di Giambattista Anastasio Bastano due righe per spiegare perché la maggior parte dei bambini e dei ragazzi con disabilità ogni anno sia costretta a rinunciare ai centri estivi organizzati dai Comuni e a restare a casa nei mesi di chiusura delle scuole, a differenza di quanto avviene per tanti loro coetanei. Bastano due righe ed un numero, per l'esattezza. Le due righe sono quelle inviate via mail dalla responsabile dell'Area Servizi alla Persona del Comune di Cividale al Piano (Bergamo) a Monia Provenzi, madre di Francesca, neanche 7 anni: «Il servizio di assistenza educativa estiva non si connota come diritto esigibile». Tradotto: una volta finite le scuole, finisce anche il dovere del Comune di garantire che i minori con disabilità abbiano le stesse possibilità dei loro compagni di essere ammessi nei centri estivi, di continuare, così, il proprio progetto formativo con l'educatore e di stare con i propri compagni anche in estate anziché rimanere a casa. Una convinzione, questa, che attraversa più amministrazioni comunali, con il risultato che per i genitori di un minore con disabilità è letteralmente un'impresa riuscire ad iscrivere i figli ad un centro estivo. Un problema culturare che di fatto discrimina i minori con disabilità e le loro famiglie. Il numero, allora: 1.750. Questa la somma, in euro ovviamente, che Monia Provenzi ha dovuto spendere per permettere alla sua Francesca di frequentare per quattro settimane il centro estivo. Trecento euro sono serviti solo per l'iscrizione, gli altri 1.450 euro sono serviti per pagare l'educatore. Già, Monia e suo marito hanno dovuto provvedere a proprie spese. Un copione ricorrente, ordinario, quando si tratta di disabili che devono frequentare i centri estivi. Tutte le altre famiglie, invece, sono chiamate a pagare solo la quota d'iscrizione. La discriminazione sta qui, sta nella disparità del costo di accesso al servizio dei centri estivi, sta nel fatto che a volte le famiglie non possono permettersi di pagare l'educatore e quindi devono rinunciare. «Diritto non esigibile», per l'appunto. «Penso alle mamme e ai papà che non possono permettersi di sborsare certe somme e mi viene da piangere» dice Monia. A lei hanno fatto pesare il fatto che percepisca l'assegno riconosciuto dalla Regione Lombardia ai caregiver che si prendono cura di famigliari con disabilità gravissime e previsto nella misura denominata B1. Come a dire: Monia è caregiver e in quanto tale può e deve restare a casa ad accudire la figlia, quindi non c'è tutta questa necessità che Francesca frequenti il centro estivo. Altra convinzione che, come l'altra, spiega il problema culturale che ancora esiste nell'approccio delle amministeazioni pubbliche a questi servizi. «Perché i nostri ragazzi devono passare l'estate in casa, senza la compagnia dei loro coetanei? Per un bambino disabile - sottolinea Monia - frequentare il campo estivo non è un'opzione, è importante tanto quanto la frequenza scolastica, perché il buco educativo e di socialità che si crea tra la fine della scuola e la sua ripresa è enorme, e non è pensabile che le attività si riducano ai minimi termini o addirittura si azzerino per due o tre mesi. Non a caso nei centri estivi, di solito, il bambino viene seguito dalla stesso educatore che lo accompagna durante l'anno scolastico». Eppure per poter beneficiare di questo diritto, occorrono 1.750 euro: «Qui sta il punto discriminatorio perché la spesa che si chiede di sostenere da parte della famiglia è al limite del proibitivo, e non c'è B1 o B2 che possa far fronte a tale spesa». Che anche i Comuni siano in ristrettezze economiche è fuor di dubbio. Ma nel caso in questione ci sono due elementi da considerare. Il primo è che Monia chiedeva al Comune di sostenerla nel pagare il centro estivo utilizzando il risparmio avuto proprio dal Comune nei due mesi di scuola in cui per Francesca non ha dovuto spendere nulla perchè la bambina, a causa della congiuntura pandemica, non ha potuto frequentare le lezioni. Richiesta respinta. Ma, soprattutto, il Comune di Cividate al Piano non si è candidato al bando lanciato dalla Regione Lombardia per aiutare le amministrazioni locali a sostenere i costi per i centri estivi, compresi i costi per arruolare educatori per minori con disabilità. «Per gli animatori dei centri estivi il Comune si è mosso, per gli educatori invece no: perché?» chiede Monia. A sottolineare la mancata partecipazione ai bandi è Mariella Meli, presidente dell'associazione Famiglie Disabili Lombarde, che ha affiancato Monia in questa vicenda: «Il bando "Centri Estivi 2021" è stato inviato ad ogni Comune dalla Direzione regionale Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità della Regione e consentiva ad ogni Comune di fare domanda dal 21 giugno. Era stata prevista una dotazione di 13 milioni di euro ma il Comune di Cividate, che ha solo una dozzina di bambini con disabilità di cui solo due hanno chiesto di partecipare ai centri estivi, ha pensato che per due soli bambini che hanno chiesto il servizio con educatore, partecipare al bando non valeva la pena» sintetizza Meli. Decisamente meglio lasciare che ognuno si arrangi come può. E se può. mail giambattista.anastasio@ilgiorno.net