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30/11/2019

«La corruzione è diffusa e seriale ma in Italia nessuno denuncia»

Corriere del Trentino - Sara Hejazi

L'intervista
Il magistrato Davigo racconta i mali del Paese: «Oggi infiltrazioni più subdole»
«Quello italiano è un caso di corruzione sistemica e diffusiva». Così ha esordito Piercamillo Davigo, magistrato e membro togato del Consiglio superiore della magistratura nella conferenza che ha tenuto come ospite del corso di laurea in sociologia, per parlare del tema a cui ha dedicato una vita di studi e attività professionale: la corruzione in Italia. Dice che è diffusa, ma quali sono le caratteristiche della corruzione in Italia? «In primo luogo, la corruzione è un reato, diffusivo, seriale - cioè non si fa mai una sola volta - e che non viene quasi mai denunciato, si scopre sempre facendo indagini su qualcosa d'altro, cioè per caso». Perché? «Perché non si fa davanti a testimoni, ma con intermediari, tutti interessati al silenzio. Anche se ci sono testimoni, le loro azioni non sono percepite come atti criminali. Si pensi allo scambio di una busta, per esempio. In Italia, poi, la corruzione ha invaso e rubato il libero mercato e la democrazia, quando si assegnano appalti sulla base di logiche di favoritismi e quando si comprano tessere per costruire la propria carriera politica». Come sta cambiando oggi il volto della corruzione? «Nel 1992 avevamo un sistema di corruzione amministrativa centrale, che è venuta meno oggi. I metodi di corruzione si sono differenziati e decentralizzati. Per questo, indagare sulla corruzione è adesso ancora più difficile rispetto a 20 anni fa. Prima si usava il metodo di indagine sui fondi neri, che è diventato impossibile. L'altro filone di indagine era quello dell'osservazione dei fatti: a seguito di una denuncia si trovavano soldi nelle casseforti che quasi mai corrispondevano alla reale retribuzione di un indagato: questo è successo quando abbiamo arrestato 130 militari di finanza e incriminato un migliaio di imprenditori, trovando decine di milioni di lire nelle casseforti. Ora questo tipo di indagine non è più possibile, perché sono stati tagliati i termini di prescrizione e quindi il numero di episodi su cui si può indagare si è ristretto, così il numero di persone indagabili è rimpicciolito. Inoltre, molto più delle più tradizionali "mazzette" oggi sono gli incarichi e le consulenze ad essere la moneta di scambio della corruzione. In ultimo, i crimini che qualche anno fa erano considerati gravi sono, nel tempo, divenuti più consueti, sono normalizzati, per il semplice fatto che sono più diffusivi». Cosa si intende per «corruzione diffusiva»? «Le faccio un esempio. Due impiegati verificatori di un ufficio dividono la stanza. Uno dei due chiede soldi in cambio di verifiche fiscali. Ovviamente, non può continuare nella sua attività criminosa se il suo collega lo osserva e lo ascolta, quindi, statisticamente, anche il suo collega sarà tirato dentro all'attività criminosa. Chi inizia una attività di questo tipo sa che il suo collega appoggerà questa attività.Lei sostiene che all'aumentare dei numeri dei reati, le pene diminuiscono». Perché avviene questo paradosso? «È come quando si va dal medico di famiglia perché si ha un tumore. Il medico, preoccupato, vi manda dall'oncologo perché fino ad allora aveva curato solo dei malanni leggeri. Quando si arriva dall'oncologo, pieni di paura, questo vi dice: "beh, è un tumore piccolo, torni tra 15 giorni". La soglia di gravità varia in base a quanto il fenomeno è diffuso, dunque normalizzato». Perché la magistratura non è riuscita a debellare la corruzione? «La magistratura ha fatto quello che in natura viene fatto dalle specie predatorie: migliorare la natura delle sue prede. Le indagini che come magistrati abbiamo fatto dal '92 al '96 hanno reso la corruzione più subdola, come se i ceppi virali si fossero fatti più resistenti, più difficili da individuare, più furba, in fin dei conti, ancora più diffusa di allora». Esiste una specificità geografica della corruzione italiana? «Non esiste propriamente una specificità geografica. Piuttosto, laddove la corruzione è più diffusa, è molto più raro che questa venga denunciata e che i corrotti vengano incriminati. Il punto è che la corruzione ha la grande capacità di diventare immediatamente consuetudine culturale, dunque di camuffarsi perfettamente. In questo senso, i magistrati per fare il loro lavoro, devono avere competenze in scienze sociali, perché davanti si troveranno, infatti, una vera e propria cultura della corruzione».

Chi è

● Piercamillo Davigo è un magistrato italiano, Presidente della II Sezione Penale presso la Corte suprema di cassazione e membro togato del Consiglio superiore della magistratura. ● Ha fatto parte, nei primi anni Novanta, del pool Mani pulite, insieme ai colleghi Antonio Di Pietro, Francesco Saverio Borrelli, Gerardo D'Ambrosio, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo, Francesco Greco, Tiziana Parenti e Armando Spataro. ● È stato eletto nel parlamentino dell'Associazio ne nazionale magistrati (ANM), nella corrente di «Magistratura indipendente»

Gli effetti Nel tempo la corruzione ha invaso il libero mercato e la democrazia, intaccando la nostra società mertà Anche se ci sono testimoni, le loro azioni non sono percepite come atti criminali. Regna cos ì il silenzio bitudine I crimini che anni fa erano considerati gravi sono, nel tempo, divenuti più consueti, perché sono più diffusivi