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16/06/2020

La caserma in un palazzo dei Cesaro

La Repubblica - Conchita Sannino

Sant'Antimo
dalla nostra inviata Sant'Antimo - "Noli timere", non aver paura, esorta la scritta del patrono dalla facciata del santuario, nella Sant'Antimo con troppi e guasti protettori. E in effetti nel feudo della famiglia Cesaro camorra e politica andavano a braccetto.
● a pagina 2 Sant'Antimo - "Noli timere", non aver paura, esorta la scritta del patrono dalla facciata del santuario, nella Sant'Antimo con troppi e guasti protettori. E in effetti nel feudo della famiglia di Luigi Cesaro il senatore e dei fratelli imprenditori dove - a leggere le carte - camorra e politica andavano a braccetto, dove appalti e compravendita del consenso si decidevano sotto l'influenza dei clan Puca, Verde o Ranucci, nessuno di questi protagonisti ha mai avuto paura di cadute o rovesci. Nessuno ha mai temuto la deblacle. Cemento, business, voti, capitali sporchi continuavano oltre i blitz e il carcere. Un blocco nutrito di connessioni, indifferenza e anche di clamorose leggerezze: come molti sapevano e affiora adesso. Scoprendo, ad esempio, che persino un luogo simbolo di legalità e sicurezza, perfino la caserma dei carabinieri della cittadina è alloggiata - da almeno qualche decennio e ancora oggi - in un palazzone di proprietà dei Cesaro.
Quattro piani, uffici, parcheggio e abitazioni per militari, in via Avellino. Dove anche oggi campeggia l'ordine e la grande scritta in ottone: «Tenenza». Una circostanza urticante. Ma che, per essere chiari, mai compare negli atti e mai ha esercitato un peso sulle impietose offensive giudiziarie eseguite proprio dagli investigatori dell'Arma sul patto tra cosche e signori del voto. Solo di sei giorni fa, sono i pubblici ringraziamenti della Procura di Napoli al generale del comando provinciale Canio La Gala e al vertice dei Ros, Pasquale Angelosanto, per le complesse investigazioni e il blitz che ha portato agli arresti di 59 persone. Ma in quella tenenza, nei locali di proprietà formale della madre del senatore Luigi Cesaro e dei suoi fratelli imprenditori (l'anziana donna è scomparsa pochi anni fa), lavoravano e vivevano anche alcuni militari ritenuti infedeli. Come il maresciallo Vincenzo Di Marino, ora mandato in carcere per rivelazione di segreto e favoreggiamento. «C'è molto da fare, anche se finalmente stiamo vedendo azioni in cui non speravamo più», scuote la testa in via Roma un docente di Matematica in pensione. Che, per dire come si chiami, non declina le generalità, ma solo il mestiere. «Non faccio il costruttore. Non faccio il venditore, né di licenze, né di voti. Quindi qui io non conto niente, non interesso a nessuno e da almeno un quarto di secolo non mi sento rappresentato da nessun partito».
L'Arma era "in affitto" di quei proprietari, addirittura c'è chi sostiene che da tempo nessun ufficio dello Stato versi più un canone per la palazzina, forse dopo la morte della titolare non sono stati formalizzati i passaggi necessari. Ma in ogni caso: quanto denaro pubblico è stato versato nelle casse di una famiglia sospettata già da anni di collusioni gravi e oggi travolta da nuove contestazioni di concorso esterno in associazione mafiosa? Un "dettaglio" che sembrerebbe finto, se non fosse emblematico di una generale miopia e distrazioni tra uffici ubblici, soprattutto al livello centrale. Lo Stato, d'altro canto, non può disporre di un altro immobile in cui ospitare un servizio di così cruciale importanza? Non è escluso che prefettura di Napoli e commissari, ora al lavoro sulle vicende di Sant'Antimo, riescano a superare intoppi burocratici e ad organizzare un trasloco. Già in paese sono scattate a raffica molte interdittive antimafia. E in pochi giorni tutto sembra cambiato. Il Comune è in mano a tre rigorosi funzionari prefettizi, Maura Nicoletta Perrotta, Simona Calcaterra e Salvatore Carli (quest'ultimo già prezioso consulente, nelle vicende che hanno portato ai processi contro l'allora sottosegretario Nicola Cosentino). Arrivano dopo l'accurato lavoro di scavo che ha portato allo sciogimento per condizionamenti mafiosi, lo scorso marzo. E poi ecco l'impianto accusatorio della Distrettuale antimafia, l'intera vicenda di varie tornate elettorali riscritta in quelle 1495 pagine di ordinanza del Gip.
La richiesta di arresto per Luigi Cesaro il senatore, gli arresti per gli altri fratelli. Trascinando nello scandalo altri cinquanta protagonisti della vita "pubblica" tra politici ed esponenti di clan. Il Pd annuncia di aver inviato un «vecchio compagno del Pci come commissario, Enzo Serio».
Ma la sfiducia è tanta, palpabile.
Domenico Cacciapuoti, blogger e attivista, guarda con amarezza al «troppo tempo sciupato»: « Sant'Antimo è stato svenduto alla camorra da un potere locale annidato perniciosamente nei gangli vitali della pubblica amministrazione e dell'economia locale - spiega - Sono decenni che si denuncia la compravendita dei voti, l'aggiudicazione di appalti milionari alle stesse ditte e lo scempio urbanistico. Per il futuro, la lotta alla camorra dovrà essere il pre-requisito per rilanciare lo sviluppo di questo paese finito sotto il controllo sociale ed economico della criminalità». E Giuseppe Bruno, un commercialista che ha conosciuto da vicino la zona grigia: «In luoghi come questi la politica non ha più bisogno di passivi figuranti. Anche dal 2017 al 2019, le cose non sono cambiate: c'è stata la zona grigia che ha continuato a governare, come sembrano raccontare le pagine di quest'ultima inchiesta». Il riferimento è anche all'amministrazione di centrosinistra guidata da Aurelio Russo, caduta sì su corruzione e persino pestaggi dei clan. Ma che si è avvalsa anche di appoggi opachi. Numerosi appalti e concessioni edilizie, anche del governo Russo, sono passate ai raggi X. I commissari valutano la revoca di quasi una ventina di licenze. Cemento, camorra, politica sporca.
Chissà se sono caduti davvero i protettori guasti di Sant'Antimo.
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Foto: kLa caserma Il palazzo dei Cesaro che ospita la caserma dei carabinieri