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16/11/2019

Investimenti bloccati dai rischi legali

Il Sole 24 Ore - Giovanni Tria

BUSSOLA & TIMONE
L'economia italiana ha bisogno di investimenti, nell'industria, nei servizi e ancor più nelle infrastrutture. Abbiamo bisogno di investimenti pubblici e privati. Continua a pagina 2 Continua da pagina 1

Non mancano i mezzi finanziari, il mondo è pieno di liquidità e anche in Italia non mancano le risorse. Anche guardando il bilancio pubblico, non è la carenza di risorse che ha bloccato da molti anni gli investimenti pubblici necessari. Come ho più volte sottolineato, è piuttosto il rischio giuridico, amministrativo, politico e istituzionale che sostanzialmente paralizza gli investimenti sia pubblici sia privati e quindi l'economia italiana.

Gli investitori internazionali e anche membri di governi amici, apertamente i primi e in privato i secondi, mi hanno sempre detto la stessa cosa: in Italia ci sono grandi opportunità di investimento in tutti i settori ma ciò che frena è il "rischio legale". Gli investitori nazionali non la pensano diversamente. Si tratta di una combinazione di lentezza della giustizia che rende incerto il diritto perché difficile chiederne il rispetto in tempi utili per l'economia, di imprevedibilità della giustizia nel corso dei tre gradi di giudizio, di confini troppo labili tra diritto amministrativo, civile e penale. A questa imprevedibilità che attiene al sistema giurisdizionale, il quale risponde a norme anche se a volte liberamente interpretate, si sovrappone la variabilità e imprevedibilità normativa, che è quindi imprevedibilità politico-istituzionale. Chi, quindi, si accinge a effettuare investimenti, soprattutto di medio-lungo periodo, non ha a disposizione un quadro di regole certe e accettabilmente stabili nel tempo entro cui effettuare i propri calcoli economici. Sembra che a questa miscela paralizzante non si possa porre rimedio. Siamo in attesa da tempo di una riforma della giustizia che guardi a questi problemi complessivi di sistema e anche, più limitatamente, di una riforma del codice degli appalti di cui, dopo la consultazione pubblica dell'agosto 2018, si sono perse le tracce.

Quanto questa percezione di rischio legale sia corrispondente alla realtà e quanto sia appunto solo una percezione esageratamente negativa del nostro sistema è questione discutibile. Ma il punto è che le decisioni di investimento produttivo, come quelle finanziarie, dipendono dalle percezioni.

La questione si chiarisce rileggendo la storia dei due casi di scuola: TAV e ILVA. Intorno alla TAV si è svolta per un anno una pantomima. Si è affermato che doveva essere nuovamente sottoposta ad analisi costi-benefici e in caso bloccata, si è autorevolmente detto che vi erano seri dubbi sulla sua convenienza, si è finto di averne sospeso la procedura in attesa di nuove riflessioni. Alla fine tutto rientra. Una pantomima perché in effetti nulla è successo perché nulla poteva succedere. Pur nel rispetto di lente procedure, nulla è stato mai bloccato, come ho sempre ricordato ai miei interlocutori, perché la TAV era ed è sorretta da accordi internazionali e da una legge dello stato italiano e quindi per bloccarla era necessaria una nuova legge che in Parlamento non aveva una maggioranza disposta a votarla. Allora tutto bene? No, perché è stato messo apertamente in discussione il principio generale che gli impegni si rispettano a meno che non vi siano fatti nuovi sostanziali e imprevedibili. Il fatto nuovo, tuttavia, non può essere un cambio di governo con una nuova maggioranza, perché ciò significa appunto escludere la possibilità per un governo di impegnarsi credibilmente in un progetto pluriennale. Un nuovo governo legittimamente muta la propria politica e effettua scelte diverse per nuovi progetti, ma non blocca ciò che è stato legittimamente avviato disconoscendone gli impegni relativi, perché è la credibilità di uno stato e di un sistema che viene intaccata.

Il caso ILVA è ancora di più da manuale. Nel cosiddetto "decreto crescita" fu infilata la norma che toglieva l'immunità penale agli amministratori nell'esecuzione del piano di risanamento ambientale prestabilito. Non era difficile prevederne le conseguenze e il pericolo di far saltare tutti gli accordi fu allora debitamente evidenziato all'interno del governo. Prevalse l'autorevole opinione che si trattasse di un inammissibile privilegio. Il privilegio era tanto inammissibile che è stato successivamente riammesso, poi ancora tolto e ora vi è dibattito sulla sua riammissione. Non sappiamo l'esito della vicenda che si è rincorsa di governo in governo. Auspichiamo un esito positivo, ma il danno generale in ogni caso è fatto. Chi può fidarsi che non vi sia un ulteriore ripensamento e qual è il messaggio inviato a chi vuole investire in Italia?

Si usa affermare che la politica è l'arte del compromesso, ma solo quando è chiara la direzione, altrimenti, per richiamare il titolo di questa rubrica, senza bussola e timone il compromesso rimane fine a se stesso.

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