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10/07/2020

Il sindacalista: “Il ponte rinato apparterrà anche ai lavoratori e alle mani che lo hanno costruito”

La Repubblica - Matteo Macor

Fabio Marante, Cgil
«Sarà per sempre il ponte della memoria, non facciamone il ponte delle polemiche: per rispetto di chi ci ha perso la vita e di chi ha lavorato per ricostruirlo. È il ponte di tutti i cittadini, di chi lo attraverserà tutti i giorni, di chi ci passerà anche solo una volta, e ovviamente di tutti i lavoratori che l'hanno fatto con le loro mani». Nel giorno della bufera, mentre si diffonde la notizia al sapore di paradosso della consegna (temporanea, o meno) del nuovo ponte di Genova ad Aspi, il tentativo di fare un passo di lato per guardare la situazione da un altro punto di vista arriva da chi, quei lavoratori, in qualche modo li ha rappresentati. Fabio Marante, oggi segretario regionale Cgil, per anni alla guida genovese di Fillea Cgil, il sindacato degli edili, ci prova mentre si incrociano mezzo stampa (e social network) le accuse tra fronti diversi della stessa politica. E prende spunto dalle riflessioni di chi, il ponte delle polemiche, l'ha ispirato, Renzo Piano. Perché se è vero che il nuovo viadotto sul Polcevera «è stato come costruire una cattedrale, un grande lavoro corale, un'opera epica firmata da 36 diverse professionalità, dai carpentieri ai verniciatori» - è la citazione dell'architetto senatore a vita - allora «sarebbe davvero il caso di mettere da parte le strumentalizzazioni politiche, e raccontare anche di un "modello Genova" che non è quello di cui si parla o si vuol far passare, ma ben diverso e ben più prezioso». Nato come conseguenza di una tragedia, «una genesi che abbiamo il dovere di non dimenticare, per rispetto delle 43 vittime ma anche di una città, una regione, un Paese intero, sulla quale faranno luce i processi della Magistratura» - spiega Marante - «questo ponte rinasce, come tutti ponti, per riunire, ricollegare, sponde lontane, anche diverse. E soprattutto come straordinaria testimonianza di quello che può fare il sistema Paese quando si dimostra capace di dare fiducia e mettere nelle condizioni di lavorare a operai, tecnici, ingegneri, tutta la filiera del lavoro impegnata prima a demolire quello che ne rimaneva dopo il crollo, poi a ricostruirlo». Una comunità, la si chiama ancora in questi giorni in cantiere, che «non ha mai smesso di lavorare, anche durante l'emergenza Covid, sempre in sicurezza. Questo anche grazie alle professionalità della categoria, e in parte grazie al sindacato, e a come si è lavorato organizzandosi con i costruttori su turnazioni, pause, avvicendamenti, emergenze». Mentre le polemiche sulle concessioni devono sì far riflettere, ma su quell'attività di monitoraggio e controllo che non è stata fatta, allargando lo sguardo su tutta la rete autostradale - continua il pensiero di chi ha rappresentato gli edili liguri per oltre cinque anni - il "modello Genova" tanto sbandierato, insomma, «non può essere quello delle deroghe al codice degli appalti e ai controlli antimafia, secondo il principio che le lungaggini siano causate dalla burocrazia». «Il modello dovrebbe essere l'esempio virtuoso dell'esperienza organizzativa del cantiere di questo nuovo ponte, e allo stesso modo non dovrebbe essere esclusiva della sola ricostruzione del Morandi. Perché la comunità dei lavoratori lavori in sicurezza e con qualità, con le giuste interlocuzioni tra appaltatori e sindacati, dovrebbe essere la norma, non l'eccezione». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Foto: kIn cantiere Operai al lavoro nel cantiere nella fase di sollevamento degli impalcati