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30/04/2020

Il ritorno all’austerità è scritto nel Def

Il Manifesto - LUIGI PANDOLFI

Più debito, combinato con una recessione che si annuncia gigantesca, per alcuni Paesi significherà un tracollo della finanza pubblica. E l'Italia è la prima della lista
II In attesa che in Europa venga definito il ventaglio degli strumenti finanziari per fronteggiare la crisi, una certezza c'è già: chi avrà bisogno di soldi dovrà chiederli in prestito. Che si tratti di Mes o di «Sure», di credito della Bei, di raccolta in proprio di risorse sul mercato dei capitali o dell'etereo - per adesso - recovery fund, la sostanza non cambia. Il denaro, anche al tempo della crisi, rimane una fonte di estrazione di valore. Ma più debito, combinato con una recessione che si annuncia di proporzioni gigantesche, per alcuni Paesi significherà un tracollo del proprio quadro di finanza pubblica. E l'Italia, da questo punto di vista, è la prima della lista. Basta leggere il Documento di Economia e Finanza (Def) appena varato dal governo. Caduta del reddito nazionale di 8 punti, indebitamento netto, meglio conosciuto col nome di deficit di bilancio, al 10,4% del Pil (5,7% nel 2021), debito pubblico al 155,7%. Per quanto riguarda quest'ultimo, c'è da aggiungere che il rapporto scende al 152,3% se si escludono le «quote di pertinenza dell'Italia dei prestiti a Stati membri dell'UEM, bilaterali o attraverso l'Efsf, e il contributo al capitale dell'Esm (in italiano Mes)». Avete letto bene: il debito pubblico è un problema (non dappertutto, ma in Europa si), ma si può fare debito per ridurre i debiti degli altri ed alimentare la cassaforte del Mes. Ricapitoliamo. Un Paese, supponiamo l'Italia, versa 57,8 miliardi di euro ad un Fondo che serve ad aiutare gli Stati membri in difficoltà finanziaria. Per fare questo chiede i soldi al mercato e aumenta il suo debito. Senonché, nel mondo irrompe un virus patogeno che blocca l'economia e provoca anche un disastro finanziario. L'Italia ha bisogno di soldi e si rivolge proprio a quel Fondo, che glieli presta ad un dato tasso d'interesse ed a specifiche condizioni messe nero su bianco in un «memorandum d'intesa». Questi soldi vengono contabilizzati nel debito pubblico, che aumenta ancora di più, e questo Paese, supponiamo sempre l'Italia, è costretto a stringere la cinghia per gli anni a venire. Non pare vero, ma in Europa le cose vanno in questo modo. Ne sanno qualcosa i greci e tutti quelli che nel recente passato hanno dovuto affrontare crisi finanziarie più o meno gravi. Torniamo al Def. Uno dei luoghi comuni di questi giorni è che il patto di stabilità europeo sarebbe stato «sospeso». Vero, altrimenti un Paese come l'Italia non potrebbe esporre nei suoi atti ufficiali un deficit monstre del 10,4% (mai così alto dal terribile 1992). Ma tale sospensione è prevista nel Fiscal Compact, laddove c'è scritto che sono acconsentite «deviazioni temporanee dall'obiettivo di medio termine» per cause eccezionali e non riconducibili alla volontà dei governi, a condizione, però, che non sia messa a repentaglio la sostenibilità del bilancio. In questo caso, bisognerà adottare tutte le misure necessarie per rientrare nei ranghi. Proprio quello che si impegna a fare il governo italiano nel suo documento economico-finanziario. Leggiamo alcuni passi dal Programma di Stabilità: «Il rapporto debito/PIL verrà ricondotto verso la media dell'area euro nel prossimo decennio, attraverso una strategia di rientro che oltre al conseguimento di un congruo surplus di bilancio primario, si baserà sul rilancio degli investimenti, pubblici e privati, grazie anche alla semplificazione delle procedure amministrative. Tanto maggiore sarà la credibilità delle riforme strutturali messe in atto, tanto minore sarà il livello dei rendimenti sui titoli di Stato, agevolando il processo di rientro». Che significa? Che già si mette in conto una strategia di rientro dal debito e che per raggiungere l'obiettivo bisognerà fare, per i prossimi dieci anni, avanzi primari ancora più consistenti, ovvero sempre meno spesa pubblica in rapporto a quanto i cittadini versano allo Stato sotto forma di tasse. In questo modo, e grazie anche a «riforme strutturali» che liberalizzeranno ancora di più il sistema degli appalti e il mercato del lavoro (la «semplificazione»), i mercati saranno rassicurati, gli interessi caleranno, il risanamento sarà certo ed efficace. Uno scenario fosco, che ci fa tornare alla considerazione iniziale. Il momento è drammatico e richiede un cambiamento radicale degli attuali paradigmi europei. Da questa crisi non si esce stringendo la corda al collo dei Paesi più in difficoltà. Questa volta, no.