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23/09/2021

il retroscenaGrazia Longo /romaDa un lato, l’esige…

Il Mattino di Padova - Grazia Longo

il retroscenaGrazia Longo /romaDa un lato, l'esigenza di evitare che imprese con infiltrazioni mafiose possano accedere ad appalti pubblici. Dall'altro, la necessità di alleggerire il sistema delle verifiche per consentire che la macchina produttiva del Paese vada avanti, soprattutto in vista degli investimenti del Pnrr. È su questo doppio binario che si articola la riforma del codice antimafia per gli appalti pubblici in dirittura di arrivo al Viminale. La ministra dell'Interno Luciana Lamorgese sta mettendo a punto un piano che possa contribuire contemporaneamente alla lotta alle infiltrazioni della criminalità e al rilancio della nostra economia nel settore degli appalti pubblici. L'obiettivo è quello di prevedere norme più garantiste per le misure interdittive adottate dai prefetti nei confronti di quegli imprenditori sui cui gravano sospetti di qualche legame con il mondo criminale. In che modo? Inserendo, ad esempio «una fase di contraddittorio e un periodo di osservazione, una sorta di messa in prova - come trapela dal Viminale - per verificare l'effettiva gravità dei sospetti». Prima di bloccare un contratto, ad esempio, si deve offrire la possibilità di concedere tempo per accertare se un inquinamento mafioso è temporaneo e occasionale o invece radicato. In altre parole l'imprenditore potrebbe essere inciampato nel guaio di aver dato i lavori in subappalto a una ditta in odore di mafia, ma se davvero si trattasse di un episodio accidentale la misura interdittiva potrebbe non essere applicata. Per la stessa ragione, il nuovo codice, prevede un contraddittorio tra la società su cui si indaga e la prefettura per esibire tutte le prove che garantiscano che l'impresa ha agito in buona fede. Il nuovo codice antimafia per gli appalti pubblici raccoglie le istanze avanzate da Confindustria sull'importanza di snellire il più possibile la burocrazia che, se troppo rigida, rischia di bloccare tutto. Ma, ovviamente, mai sotto la soglia della sicurezza e della legge. Perché al Viminale hanno ben chiaro in mente che le mafie cercheranno in tutti i modi di infiltrarsi nei settori che più rappresentano fonti di guadagno. Ovvero il campo energetico, quello della transizione ecologica e quello tecnologico. Un tema che oggi sarà affrontato all'incontro, iniziato ieri, del Law Enforcement Forum, promosso dal Dipartimento della pubblica sicurezza ed Europol con il sostegno della Commissione europea. Perché forte è la consapevolezza di arrivare prima della criminalità per prevenirne l'infiltrazione nei fondi del Next Generation Eu. Sono 24 i Paesi europei che hanno aderito al congresso insieme alle agenzie europee Cepol e Olaf e alla Procura europea (Eppo). Il vice capo della polizia e direttore dell'Anticrimine Vittorio Rizzi evidenzia infatti che «In un mondo complesso come quello che viviamo, siamo consapevoli che la criminalità è un sistema sofisticato che per essere combattuto richiede studio, strategia, anticipazione e condivisione. Nessun Paese può agire da solo: tutto il mondo è interconnesso e occorre che le forze di polizia dialoghino costantemente per scambiarsi informazioni anche sui nuovi modus operandi criminali post pandemia». Un esempio chiaro viene offerto proprio dal prefetto Rizzi: «Abbiamo scoperto che esistono 36 società italiane con infiltrazioni mafiose che lavorano in 11 Paesi europei. La collaborazione è dunque quanto mai preziosa». -© RIPRODUZIONE RISERVATA