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04/06/2019

IL RETROSCENA ROMA Tra la botta elettorale di Di M…

Il Mattino

Il nuovo corso parte con uno scontro: strappo della Lega sul codice appalti
IL RETROSCENA
ROMA Tra la botta elettorale di Di Maio e la sbornia di Salvini, Giuseppe Conte prova ad alzare la testa. Racconta al Paese che il governo è imballato, che una crisi di governo, seppur extraparlamentare, è in corso, che la colpa è dei due vicepremier che non si parlano. Infine conclude con un non ci sto a scaldare la poltrona, e che se non ha segnali chiari dai due è pronto a dimettersi. Un messaggio chiaro, un ultimatum senza scadenza, destinato però più al vincitore della campagna elettorale che allo sconfitto. Salvini lo comprende molto bene al punto da reagire ancor prima che il portavoce del premier, Rocco Casalino, dichiari chiusa la conferenza stampa. Un «vogliamo andare avanti» «la Lega c'è», attraverso il quale il leader della Lega prova a rimandare il cerino di una possibile fine anticipata della legislatura.
L'ANCORA
Ma la reazione di Salvini al passaggio più insidioso del discorso di palazzo Chigi, arriva solo dopo una mezz'ora. A Conte che spiega come la prossima manovra di bilancio «dovrà mantenere un equilibrio dei conti» perché «le regole europee rimangono in vigore finché non riusciremo a cambiarle», Salvini replica sprezzante. «Il voto europeo è stato un voto significativo, gli europei hanno parlato» e quindi i vincoli europei per il leader del Carroccio non vanno rispettati. La sfida sta tutta qui. Perché se è vero ciò che sostiene Giorgia Meloni (FdI), ovvero che tra i due vicepremier è in corso il «gioco del cerino per non fare la legge di Bilancio», è anche vero che una crisi finanziaria del Paese rischia di costringere i duellanti, e soprattutto Salvini, a più miti consigli. Almeno è quello che si augura lo stesso Conte quando cita l'interesse del Paese a non spaventare gli investitori. Ma ancor più chiaro Conte lo è quando dice che per fare «una manovra economica che si preannuncia complessa» e nella quale «saremo chiamati a scelte delicate», serve «una forte condivisione» nel governo, nel rispetto «dell'equilibrio dei conti».
Ovvero che se la maggioranza non recupera la coesione necessaria né Conte né il ministro Tria andranno a Bruxelles per trattare con la Commissione Ue (che domani potrebbe proporre al vertice Ecofin di luglio l'apertura di una procedura d'infrazione per debito eccessivo) avendo alle spalle il fuoco amico della Lega salviniana. Un passaggio che punta a scaricare sulla Lega l'eventualità di una crisi di governo. In buona sostanza, a giudicare dal duello Conte-Salvini, l'esecutivo rischia di saltare non tanto sulla Tav o sull'autonomia - due temi sui quali il M5S è pronto a concessioni - quanto sulla tenuta dei conti pubblici dentro la cornice disegnata dall'Europa.
E poiché Di Maio si limita ad un timido auspicio di revisione dei vincoli europei, toccherà alla Lega dire tra qualche giorno se intende spendere il suo 34% di consensi per spingere molto in alto lo scontro con l'Europa in modo tale da convincere gli investitori che l'Italexit non è una fantasia e che il piano B esiste realmente. Il rischio di portare l'Italia fuori dall'Europa potrebbe infatti risultare concreto qualora la «testa» della Commissione e degli investitori dovesse risultare «più dura» di quella di Salvini. Rifiutare di fatto l'ombrello europeo disprezzando i vincoli imposti dai trattati senza avere nemmeno le sponde a Bruxelles per poterli realmente cambiare, non può non allarmare il Quirinale. La preoccupazione di Sergio Mattarella per la prossima legge di Bilancio è nota. Ieri Conte, prima di presentarsi per la conferenza stampa nella sala dei Galeoni di palazzo Chigi, ha raccontato al Capo dello Stato il senso del discorso che si apprestava a pronunciare.
La risposta di Salvini all'ultimatum del premier risente forse ancora della campagna elettorale che il leader della Lega continua a condurre nei comuni dove si va al ballottaggio. O piuttosto della ricerca di un pretesto leghista per far saltare il banco e tentare la strada delle elezioni anticipate. Il pressing dei governatori del Nord su Salvini affinchè rompa il sodalizio con il M5S è fortissimo. Far saltare l'esecutivo ora, magari cercando un pretesto, significa però dover ammettere che l'alleanza con i grillini basata sul contratto è stata un fallimento e rischiare di provocare un'onda lunga sui mercati che anche ieri hanno fatto schizzare lo spread vicino quota 300.
Uno scenario tutt'altro che facile per i fautori di elezioni anctipate a settembre, ma che che però deve fare i conti con la voglia di Salvini di tramutare il 34% ottenuto alle Europee in seggi del Parlamento italiano. E se per l'azzurra Mariastella Gelmini ieri Conte «ha ammesso di non contare nulla», è anche vero che l'attuale premier rappresenta ancora per Di Maio e Salvini l'unico che può dare un senso ad un anno di governo vissuto in perenne tensione. Mentre la Lega continua a tenere alta la tensione, il M5S si è rifugiato nella tana nella speranza di poter prendere tempo facendo trascorrere il mese di giugno e chiudere la finestra elettorale di settembre.
LO SBLOCCA-CANTIERI
Ieri pomeriggio Giuseppe Conte ha chiesto a Matteo Salvini e a Luigi Di Maio «una risposta chiara e rapida» sull'agenda di governo per superare l'impasse in atto. Ma al primo banco di prova - un vertice straordinario per dare il via libera allo Sblocca cantieri e al decreto Crescita, che si è tenuto a Palazzo Chigi nella stessa serata - Cinquestelle e Lega si sono mostrate ancora una volta distanti, facendo saltare la riunione. Casus belli, la proposta del Carroccio di congelare per due anni il codice degli appalti, che i leghisti non vogliono ritirare. Di conseguenza, non c'è nessun accordo su due misure che secondo il premier sono necessari per rilanciare l'attività dell'esecutivo e «smettere di vivacchiare».
Marco Conti
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