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27/01/2021

Il pressing di Zinga fa cedere l’avvocato Ma il Pd è pronto anche ad altri scenari

La Verita' - STEFANO FILIPPI

• GIOCANO SULLA NOSTRA PELLE
Mentre il segretario dem auspica un nuovo governo europeista con lo stesso premier, Prodi lancia l'esecutivo di unità nazionale
- JÉfi • Dal Nazareno ' si sono fatti sentire in tanti negli ultimi giorni. Dario Franceschini, capo della delegazione pd al governo, ha indicato la linea per primo: dimissioni di Giuseppe Conte, appello a un governo di «salvezza nazionale» o formule analoghe, apertura ai responsabili e brandelli di centristi. Nicola Zingaretti, il segretario, ha fatto un pressing sfiancante sul premier ricordandogli che «il Pd è l'unica forza responsabile» e che «non vuole elezioni anticipate» né galleggiare in balia degli umori di Clemente Mastella. Non solo, una volta saputa la notizia che Giuseppi questa mattina sarebbe andato al Quirinale, il segretario dem ha twittato, come per rassicurarlo: «Con Conte per un nuovo governo chiaramente europeista e sostenuto da una base parlamentare ampia, che garantisca credibilità e stabilità per affrontare le grandi sfide che l'Italia ha davanti». Francesco Boccia, il ministro incaricato di mediare con le Regioni, ha fatto capire che dalle parti del suo partito sarebbero stati disponibili perfino a rimettersi seduti attorno a un tavolo con Matteo Renzi: «Noi ci siamo sempre stati, lui lo sa». Il problema è non farlo sotto la minaccia di un ricatto. Un tweet del capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, ha lanciato un invito: «Per rilanciare la legislatura e l'attività di governo fermiamo la guerra e ragioniamo». Insomma, nella strategia del Pd la via crucis di Conte verso le dimissioni al Quirinale era segnata. Ma la spallata decisiva all'avvocato del popolo è arrivata da lui, il prevosto del Pd. Romano Prodi ha vergato domenica un editoriale sul Messaggero che racconta la crisi «vista da Bruxelles». Lui a Bruxelles non ci vive più da tempo, il quinquennio da presidente della Commissione europea è finito 15 anni fa, ma è sempre il portavoce più informato dei voleri dei signori Ue. Lui vede l'Italia dall'unico punto di osservazione possibile, quello dei poteri forti comunitari. E il messaggio che arriva dalle cancellerie è chiaro: «Per essere sintetico», taglia corto Prodi, «la crisi italiana spaventa l'Europa». Il terrore non riguarda tanto le formulette del governo, ma il cash, i soldi, il destino del fiume di euro che sta per valicare le Alpi sotto il nome di Recovery fund. Dunque, che fare per tranquillizzare i partner che si apprestano ad aprire il portafoglio? Mister Euro non risparmia i suoi saggi consigli. Serve «un governo in grado di rispondere positivamente all'allarme dei nostri partner», con un programma di «quattro o cinque progetti di riforma indispensabili per unirci alla comune strategia di ripresa». Provvedimenti «urgenti e necessari sui quali è concretamente possibile trovare un largo consenso». E quali sono questi punti, secondo Prodi? Nell'ordine: riduzione dei tempi della giustizia, riorganizzazione della scuola, riforma fiscale, revisione del codice degli appalti, semplificazione della burocrazia. L'ex premier si spinge fino a disegnare il perimetro della nuova coalizione: una «necessaria aggregazione politica non solo del Parlamento, ma delle forze sociali, che, a differenza di altri momenti storici, si sono mantenute singolarmente al margine del processo politico delle scorse settimane». Questa è una bella tirata d'orecchi all'assolutismo di Conte che si è abituato ai dpcm e non sente più nessuno quando si tratta di prendere decisioni. «Quando il governo da me presieduto si propose di portare l'Italia nell'euro», ricorda il Professore, «non disponeva certo di una maggioranza larga e omogenea, ma fu in grado di raccoglierla e renderla compatta proponendo al Parlamento un obiettivo voluto dalla maggioranza degli italiani». Oggi, secondo il ventriloquo di Bruxelles, «è possibile aggregare una solida maggioranza parlamentare e non una coalizione di reduci tenuta insieme solo per finire la legislatura». E qui arriva anche la tirata d'orecchi ai compagni del Pd, che pur di arrivare al 2023 sono disposti a tirare a campare con Lello Ciampolillo, Renata Polverini e Maria Rosaria Rossi. Giustizia, scuola, fisco, appalti, burocrazia. In Italia se ne parla da una vita ma non si riesce a combinare nulla, figurarsi cosa riuscirebbe a fare Conte con la sua collezione di Ciampolilli. È un programma di legislatura, anzi di un paio di legislature. Ci vogliono anni di lavoro e di maggioranze d'acciaio per rifare il Paese. E ci vuole soprattutto un garante che tiri le redini, detti i tempi, scriva le agende e non tagli i ponti con gli amici di Bruxelles. Ci vuole uno che faccia quello che dice Prodi. Anzi, per farla breve, ci vuole Prodi. Proprio lui, solo lui. La sostanza è che l'uomo dei poteri forti europei si propone come il tramite tra il prossimo esecutivo e gli interessi comunitari, il padre nobile di questo finale di legislatura e possibilmente anche della prossima. Si offre cioè come prossimo inquilino del Colle. Quello di Prodi è un colpo di frusta al Pd. Conte non viene mai menzionato e probabilmente, secondo il Professore, dell'avvocato di Volturara Appula si potrebbe pure fare a meno. Quello che conta sono i voleri europei. Il collante del nuovo governo dovrebbe essere il Recovery fund e la coalizione che dovrebbe sostenerlo è la famosa «maggioranza Ursula», quella che ha appoggiato l'elezione della presidente della Commissione Ue e ha indotto alle dimissioni l'allora ministro Matteo Salvini, cioè Pd, 5 stelle, Forza Italia, Italia viva: a quell'epoca Renzi era ancora saldamente nel Pd. Nessuna remora nel mandare Conte a dimettersi, fa capire Prodi. E nessun riguardo nel proporre un avvicendamento a Palazzo Chigi per collocare un uomo in grado di realizzare gli elevati obiettivi che il Professore propone, in attesa di dettare ordini direttamente dal Quirinale.

Foto: NAVIGATO Nicola Zingaretti, 55 anni, segretario del Partito democratico e governatore del Lazio [Ansa]