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27/01/2021

Il porto fa gola alla mafia «Ancona in tutti i dossier»

QN - Il Resto del Carlino

Gli appetiti dei clan sul porto di Ancona sono arcinoti. Ora ne parla anche Libera. Dal 2005 al 2017 un porto italiano su sette è stato oggetto degli interessi della criminalità organizzata, quasi uno su due se si prendono in considerazione i porti di rilevanza nazionale. Secondo quanto emerge dalla ricerca pubblicata su lavialibera.it, il sito della rivista di Libera e Gruppo Abele, sui 351 porti presenti in Italia, ben 50 (circa il 14% del totale) sono stati oggetto di una qualche proiezione di gruppi criminali. Alcuni scali sembrano essere particolarmente esposti e la 'ndrangheta riveste un ruolo da protagonista. I porti di Ancona, Cagliari, Genova e Gioia Tauro sono presenti in tutte le relazioni della Direzione nazionale antimafia analizzate. I porti, evidenzia il rapporto, sono uno spazio dove la criminalità organizzata può trovare occasione di sviluppo in diversi ambiti. La Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo da tempo segnala la presenza negli scali italiani ed europei di gruppi criminali che svolgono attività sia nell'economia legale, sia nei mercati illeciti, in particolare nel traffico di stupefacenti. In questa partita giocano un ruolo rilevante le mafie, ma non sono gli unici attori coinvolti, dato che, soprattutto per i traffici illegali, spesso è necessario il contributo di più soggetti: chi produce, chi imbarca, chi si occupa del trasferimento, chi recupera il carico, chi lo fa uscire dall'area portuale e chi si occupa della distribuzione. I porti, dunque, per lo studio, «rappresentano un'opportunità unica per i gruppi criminali di ottenere profitti e rafforzare i legami di collusione sia a livello locale, sia a livello internazionale». Ancona fa gola per mille motivi. La posizione geografica baricentrica, l'esposizione diretta all'Est, la cerniera tra nord e sud, la collocazione in un tessuto sostanzialmente sano. Le organizzazioni criminali fanno affari con lo spaccio di droga e le infiltrazioni negli appalti. Il monitoraggio del 2019 e del 2020 da parte della Dia non lascerebbe spazio a dubbi. Nonostante la pandemia i clan hanno conqtinuato a oliare il motore dell'illecito senza, però, mostrare direttamente i denti sul territorio. Un radicamente vero e proprio non c'è. Anche se il sistema produttivo regionale, come scrive la Dia «potrebbe attrarre gli interessi delle organizzazioni criminali, specie per riciclare e reinvestire capitali illeciti». I crotonesi di Grande Aracri figure riconducibili all'andrangheta catanzarese sono attivi nel sud della regione, tra il Fermano e San Benedetto, mentre figure vicine ai clan reggini sono attivi nel Pesarese. Alle mafie le Marche fanno gola anche per il danaro convogliato a sostegno dei paesi colpiti dal sisma del 2016. L'allarme qui è alto, specialmente nel settore degli appalti dove grazie a compiacenze e corruzione, il rischio d'infiltrazione è reale.