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25/11/2020

Il piano per gli ospedali in ritardo di sei mesi C’è il bando di Arcuri ma i lavori non partono

La Stampa - ILARIO LOMBARDO

Le imprese aspettano il via libera: 700 i milioni stanziati. Dalle Regioni i programmi in fogli Excel senza dettagli La procedura è "di emergenza" ma rallentata dalla burocrazia
ROMA Può definirsi d'emergenza un provvedimento che dopo sei mesi, nonostante la pandemia, non ha ancora trovato realizzazione? Un decreto dello scorso maggio, poi un bando della presidenza del Consiglio che arriva solo il 1° ottobre e decine e decine di aziende che ancora aspettano un via libera per iniziare i lavori negli ospedali, con l'obiettivo di potenziarli contro il virus, mentre i vaccini fanno sognare un'uscita dall'incubo a breve. La storia che segue è il racconto di un ennesimo ritardo che dà ragione all'Organizzazione mondiale della Sanità quando dice che l'Europa ha perso l'opportunità dei mesi estivi «per mettere a punto misure e infrastrutture necessarie» a fronteggiare le successive ondate dell'epidemia. L'Italia rientra in pieno in questo fallimento anche perché non è riuscita a trasformare in cantieri i finanziamenti destinati agli ospedali per non soccombere al Covid. Poco prima delle quattro di pomeriggio dello scorso 1° ottobre Domenico Arcuri, commissario straordinario sotto le dipendenze di Palazzo Chigi, spesso accusato - anche dai partiti di governo - di accentrare su di sé poteri e decisioni su ogni fronte della pandemia, fa pubblicare un bando di gara «per l'affidamento dei lavori, servizi di ingegneria, architettura e altri servizi tecnici, al fine dell'attuazione dei piani della rete ospedaliera nazionale». Si tratta di lavori per terapie intensive/semi-intensive, adeguamento dei Pronto soccorso e dotazione di mezzi di trasporto su 21 lotti, comprese le Province autonome di Trento e Bolzano, per un totale di 713 milioni euro di stanziamenti previsti. Il disciplinare del bando parla di «procedura aperta di massima urgenza» e rimanda all'articolo 1 del decreto legge n.34 del 2020. È l'ormai famoso decreto Rilancio, licenziato dal governo nei giorni finali del lockdown e proiettato, almeno così è scritto sulla norma, «al riordino della rete ospedaliera in relazione all'emergenza da Covid-19», anche attraverso «piani di potenziamento e riorganizzazione adottati» dalle Regioni e dalle Province autonome. Tra una settimana è dicembre, e a due mesi dalla pubblicazione del bando, e a quasi sette dal decreto, quei piani non sono ancora diventati attuabili e nemmeno un contratto è stato reso operativo. È stata un'azienda, che si è aggiudicata appalti in diversi lotti, a raccontare a La Stampa del paradosso di lavori finanziati contro il Covid «che rischiano di vedere la luce in primavera», quando il Covid potrebbe essere già piegato dal vaccino, e a spiegare come il ritardo si è protratto per mesi. «È come se ci avessero consegnato un assegno non bancabile», spiega la fonte, sotto anonimato. Il 12 ottobre scorso scadono i termini per la presentazione delle offerte alla gara avviata il primo del mese. Il 29 si conosce l'esito delle istruttorie. Degli oltre 800 soggetti partecipanti, tra imprese e professionisti, 100 sono gli aggiudicatari. Il 2 di novembre iniziano le verifiche dei requisiti da parte di Invitalia, azienda del Tesoro guidata dal 2007 da Arcuri. Il 7, poi prorogato al 14, è il termine ultimo per consegnare la documentazione richiesta tra cui la fideiussione. Risultato: a oggi i contratti siglati sono ancora in sospeso. Di chi è la colpa di questi ritardi? Secondo le aziende: delle eterne lungaggini burocratiche italiane e di Arcuri che ha rallentato il processo accentrando nuovamente su di sé ogni controllo. Secondo quanto ci riferiscono dalla struttura commissariale, invece, la responsabilità è da considerarsi diffusa e coinvolgerebbe anche le Regioni. A questo proposito, va fatta attenzione al calendario, perché è altrettanto importante capire come si è arrivati a pubblicare una procedura di estrema emergenza solo alle soglie della seconda ondata. Il decreto Rilancio viene convertito in legge dalle Camere a metà luglio. I primi due mesi vanno via così e soltanto il 28 luglio il ministero della Salute e la Corte dei Conti validano i programmi di potenziamento della rete ospedaliera delle Regioni e trasmettono ad Arcuri. Qui sorge il solito problema dello schizofrenico federalismo all'italiana. I cronoprogrammi dei piani di riorganizzazione durano in media due anni, quando si spera che la pandemia sarà solo un ricordo lontano. In due casi (Lombardia e Lazio) fino al 2024, in uno (Friuli), addirittura al 2027. E infatti, come ennesimo paradosso, la durata dell'accordo quadro nel bando di gara alla fine sarà fissato in 48 mesi dal momento del contratto. Non solo. A fine luglio molti di quei piani regionali vengono consegnati su fogli Excel, con cifre nude, prive di dettagli tecnici, operativi e logistici. Inutilizzabili per avviare le gare, secondo la struttura commissariale, costretta a ricontattare Regioni e Province per capire quali cantieri avviare. Finalmente, il 17 settembre vengono individuati 1044 interventi, ripartiti tra 176 ospedali. In un Paese dove si vive sempre di emergenza, il rischio è di non riconoscerla più in tempo, l'emergenza. - © RIPRODUZIONE RISERVATA
Il documento Il frontespizio del bando per la "procedura di massima emergenza" pubblicato l'1 ottobre, quasi 5 mesi dopo il decreto

Foto: ANSA / MATTEO CORNER


Foto: Una signora viene accompagnata alle operazioni di triage in via Novara a Milano