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22/01/2019

Il Pd è affetto da sconfittismo

ItaliaOggi - DOMENICO CACOPARDO

Arriva stremato al congresso, con facce vecchie ed esauste, senza idee da proporre
Rischia di ridursi a livello del partito saragattiano
Imigliori alleati del governo giallo-verde sono i dirigenti del Pd, coloro cui vanno intestati i mesi trascorsi dal 4 marzo 2018 a oggi, nell'assenza di qualsiasi valutazione di quanto accaduto nei cinque anni della passata legislatura, dagli errori clamorosi al profondo buco organizzativo con l'assenza di qualsiasi visione professionale delle chanches offerte dai social media, al mancato ricambio della classe dirigente, all'assenza di un pacchetto di proposte convincenti e attrattive. Non ci piace parlare di persone, ma oggi è necessario farlo. Maurizio Martina, il traghettatore, è uno specialista in lamentazioni, in pentimenti, in sconfittismo che tutto può fare, meno che rilanciare l'area riformista, che sulla carta è vasta, vastissima, ma nella realtà è stata -almeno per ora- spazzata via dal renzismo. Non parliamo di Nicola Zingaretti, il volto vecchio e ingiallito da decenni di piccolo traghettismo romanesco, capace di produrre un programma di luoghi comuni da sinistra obsoleta e di promesse, senza una valutazione che è una, sui costi di queste promesse. Poiché i programmi, specie nei partiti, non valgono niente, rimane il fatto che non c'è nulla di nuovo. Solo la forza di inerzia che ha fatto sprofondare il numero dei partecipanti al congresso a entità da partito socialdemocratico saragattiano. Certo, qualcosa di nuovo s'è mosso per l'iniziativa meritoria di Carlo Calenda che non ha rovesciato il tavolo, ma ne ha messo, in mezzo alla sala, uno ampio al quale si sono affrettati a chiedere posto tutti. Per il Pd e i suoi esponenti si tratta di una resa, dell'ennesima resa di fronte alla propria incapacità di costruire una prospettiva che incontri il proprio elettorato tradizionale e quello, generazionalmente eversivo, dei giovani dei nostri giorni cui i miti del passato sono sconosciuti anzi ostili. Il tavolo di Calenda, però, è una soluzione provvisoria e d'emergenza. Superata in qualche modo (e probabilmente meglio di quanto sarebbe accaduto a un Pd guidato da Zingaretti) la tornata delle elezioni europee, rimane un dopo oscuro. Allo stato, senza speranze di riscossa. La contestazione dell'azione del governo giallo-verde è necessaria, è vero, ma ci vuole altro per riconquistare una quota significativa della primazia politica nel Paese. E questo ben altro non è nelle corde di nessuno dei sepolcri imbiancati del Pd, anche quando sono anagraficamente giovani. Rimane, per ora, nell'ombra CincinnatoRenzi. Dovrebbe meditare anche lui sugli errori marchiani commessi, primo fra tutti avere portato al governo gente simil-grillina che nulla ha prodotto di positivo, o vecchi quadri, come il ricicciato Graziano Delrio, cui va attribuita la maggiore responsabilità per la sconfitta politica del suo partito e una percentuale rilevante dell'attuale stagnazione degli investimenti. Effetto della sua sbagliata legge sugli appalti e di tante altre sciocchezze come l'abolizione surrettizia della province che ha lasciato un pezzo di paese senza gestore. A oggi, il ritorno in pista di Matteo Renzi sembra irrealistico. Sia perché l'uomo non s'è reso conto del perché e del percome dei suoi errori maggiori. Sia perché ha disertato il congresso del Pd, nel quale la sua natura battagliera avrebbe scosso la fragile costruzione dei vecchi e consunti quadri e ostacolato lo sconfittismo ideologico che li pervade. Nessuno vuole rendersi conto che non è in gioco il futuro del proprio orti cello personale, si tratti del collegio o dell'incarichetto di partito. Sarebbe in gioco il futuro delle giovani generazioni e del paese. Per fortuna o per sfortuna, in politica e in fi sica gli spazi vuoti non esistono e vengono sempre occupati. www.cacopardo.it © Riproduzione riservata