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21/05/2020

«Il Paese non ripartirà senza il Mezzogiorno»

Il Mattino

Intervista Antonio D'Amato
«Servono riforme strutturali per rilanciare subito gli investimenti pubblici e privati» «Non si ripeta l'errore del 2008: allora le risorse furono dirottate nel Centro-Nord»
Nando Santonastaso «L'emergenza sanitaria ci auguriamo sia in via di superamento. Ma è bene chiarire che ha prodotto danni di carattere strutturale all'economia e al tessuto sociale non solo italiano ma del mondo intero. Siamo di fronte quindi a una vera crisi che su un Paese già provato come il nostro, che ancora non è riuscito a risollevarsi dalla recessione del 2008, può avere un impatto veramente drammatico. Ecco perché è necessario mettere mano, senza esitazione, ad una vera e propria ricostruzione istituzionale, economica e sociale dell'Italia». Antonio D'Amato, già Presidente di Confindustria e Presidente onorario della Federazione nazionale dei Cavalieri del Lavoro, va dritto al cuore del problema, guardare cioè oltre la pandemia con idee e obiettivi chiari. «Ma occorre partire ora perché il nostro sistema-Paese non può tenere oltre», avverte. In altre parole, non servono più misure congiunturali come quelle varate finora in questa delicatissima fase? «La prima fase di interventi congiunturali era necessaria per affrontare le emergenze sanitarie e sociali più immediate. Ora però occorre stare attenti a non disperdere ulteriori risorse in mille rivoli e rivoletti. La dotazione finanziaria che in questa fase l'Europa sta predisponendo per i Paesi membri rappresenta al tempo stesso un'occasione irrinunciabile e una necessità assoluta che venga da noi investita con rigore per ridare slancio e vigore all'economia e alla capacità di crescita e di sviluppo del nostro Pil». Come fare, in concreto? «Occorre concentrarsi su tre priorità assolute, tutte integrate tra di loro. Rilanciare gli investimenti pubblici, attrarre quelli privati e ridare centralità al Mezzogiorno. Tutto questo DOPO DECENNI DI ABBANDONO L'ITALIA DEVE RIPRENDERE A INVESTIRE SU SE STESSA. MA È DECISIVO CAMBIARE IL TITOLO V E RIDEFINIRE IL RAPPORTO STATO-REGIONI ` però sarà possibile solo se verranno compiute in tempi brevissimi alcune riforme strutturali senza le quali queste tre priorità non potranno essere realizzate». Partiamo dagli investimenti pubblici: più infrastrutture o cosa? «Dopo decenni di abbandono, il nostro Paese deve riprendere a investire su se stesso. Occorre intervenire sulla manutenzione ordinaria e straordinaria delle grandi dotazioni infrastrutturali; va riqualificato il nostro territorio che è in grave dissesto idrogeologico; non si possono più dilazionare interventi di bonifica ambientale e di recupero delle grandi aree metropolitane. Sono interventi indifferibili non solo per garantire sicurezza al Paese e ai suoi cittadini, ma anche per rimettere virtuosamente in moto una solida fase espansiva dell'economia e dell'occupazione. Gli investimenti pubblici però non possono essere realmente attivati nei tempi e nella qualità e nella quantità necessari se non si ridefinisce il rapporto Stato-Regioni, riformando il Titolo V della Costituzione e togliendo la molteplicità di diritti di veto che proliferano nel nostro Paese». È il rapporto Stato-Regioni che non funziona, come anche la crisi sanitaria ha dimostrato? «È così. La storia di questi ultimi vent'anni, dalla riforma del Titolo V ad oggi, è stata scandita da continue polemiche su competenze e autonomie regionali, in un quadro di confusione istituzionale che non può più reggere. L'esperienza di questi mesi di emergenza sanitaria ha squarciato il velo su molte delle inefficienze e contraddizioni che questo assetto istituzionale continua a generare. Ridefinire la gerarchia istituzionale è altresì indispensabile anche nella programmazione e nella gestione dei fondi strutturali che non possiamo continuare a sprecare per incapacità di progettare e realizzare. È una nostra vecchia debolezza, tanto più grave proprio per la fame di sviluppo e occupazione di cui soffriamo in maniera strutturale. I Paesi che meglio spendono i fondi strutturali sono quelli che programmano e vigilano dal centro. Basta progetti sponda, un escamotage che oramai non possiamo più permetterci». Pensa anche lei alla necessità di una riforma del Codice degli appalti? «Certo, ma non sono favorevole all'abolizione delle regole. Piuttosto è necessario una riforma che garantisca trasparenza con regole chiare e semplici, oltre che applicabili. Dobbiamo uscire dalla logica che si deve ingessare tutto perché abbiamo paura di tutto, ` Antonio D'Amato, ex presidente di Confindustria con la conseguenza che alla fine si rischia di favorire o la paralisi più assoluta o ogni forma di abusivismo». E per gli investimenti privati a cosa pensa? «Per rilanciare gli investimenti privati occorre ridare competitività al Paese e aumentare in maniera significativa la produttività del lavoro, da troppo tempo tra le più basse in Europa. Bisogna rendere nuovamente conveniente investire in Italia. E oggi non lo è. Da troppi anni gli investimenti esteri si limitano prevalentemente all'acquisto di marchi e allo spostamento delle attività produttive fuori dai nostri confini. Di qui l'assoluta urgenza di realizzare due riforme anch'esse strutturali. La prima è quella del mercato del lavoro, che va completata per garantire più flessibilità e meno ingessature. La seconda riguarda l'education di tutti i grandi ordinamenti, con una particolare attenzione all'alta formazione, recuperando le intelligenze e le capacità che in Italia abbondano ma vengono sprecate». Basta tutto questo? «No. Per il rilancio degli investimenti privati serve anche garantire certezza del diritto e tempi della giustizia. Non conviene investire in un Paese nel quale è l'incertezza ad essere il tratto comune alla giustizia civile, penale, amministrativa e fiscale. Una contraddizione insostenibile, che ha un costo elevatissimo per le aziende oltre che per i cittadini». Ed eccoci al Mezzogiorno. «Non possiamo commettere ancora una volta lo stesso errore di dimenticare e mettere da parte il Mezzogiorno così come accadde dopo la crisi del 2008. Se ancora oggi l'Italia non ha recuperato il Pil del 2007, è anche perché l'economia e la società meridionale hanno subito un ulteriore e drammatico impoverimento che ha fortemente indebolito la tenuta di tutto il Paese. È stato un gravissimo errore pensare di uscire da quella crisi a danno del Mezzogiorno, dirottando le risorse ad esso destinate al Centro-Nord, risorse che non sono mai più state più restituite. La deriva alla quale è stato condannato il Mezzogiorno ha finito poi per essere pagata dall'Italia tutta e questo ci ha indeboliti anche nei confronti dell'Europa. Per questo serve che tutti gli italiani si uniscano e partecipino con unità di intenti a un progetto di ricostruzione istituzionale, economica e sociale». Oggi peraltro si insedia la nuova leadership di Confindustria: teme una trazione settentrionale? «Bonomi nel suo progetto di Confindustria ha ribadito la centralità del Mezzogiorno e la necessità di politiche di sviluppo integrate che rimettano l'intero Paese in grado di competere. Non ho dubbi che il nuovo presidente di Confindustria sia perfettamente consapevole che per svolgere un ruolo da protagonista in Europa e nel mondo l'Italia ha bisogno di essere più forte e più coesa». Non sono riforme semplici quelle di cui parla e sicuramente affrontano nodi istituzionali delicati: quante speranze si possono nutrire, realisticamente? «È vero, sono questioni da tempo all'attenzione del Paese e mai affrontate fino in fondo. Anzi spesso eluse. Ma qui bisogna esser chiari. Per ricostruire l'Italia bisogna partire proprio da queste riforme. E bisogna farle ora e subito. Sono ben consapevole che il quadro politico è turbolento e pieno di tensioni. Dobbiamo recuperare uno spirito di unità nazionale e un forte senso di responsabilità per affrontare una delle crisi più gravi che il nostro Paese ha conosciuto. Questo è un imperativo morale non solo per il ceto politico ma per tutta la classe dirigente del Paese. Possiamo uscirne più forti se sapremo essere all'altezza del nostro ruolo». Naturalmente pensare di farcela da soli è pura utopia. «Il governo italiano ha agito in maniera intelligente e ha giocato bene di squadra con il Commissario Gentiloni, il presidente del Parlamento europeo Sassoli e la rappresentanza italiana a Bruxelles. Il presidente Conte si è confrontato con la Commissione e con i Paesi membri senza complessi di inferiorità e senza arroganza, ottenendo risultati significativi. Certo anche l'Ue e soprattutto i maggiori Paesi dell'Unione si sono resi conto che senza l'Italia è impensabile costruire un'Europa coesa e responsabile. Ma il recupero della nostra autorevolezza dipende anche dalla nostra capacità di affrontare e risolvere i nostri ritardi. Ora e subito». © RIPRODUZIONE RISERVATA REGOLE CHIARE E SEMPLICI: VA MODIFICATO ANCHE IL CODICE DEGLI APPALTI. DOBBIAMO TORNARE A RENDERE CONVENIENTE INVESTIRE DA NOI