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23/05/2020

Il manager anti-coronavirus che chiedeva il 5% sugli appalti

La Repubblica - Salvo Palazzolo

Arresti in Sicilia per corruzione. Tra loro il coordinatore per l'emergenza, per anni in prima fila contro le tangenti Il gip: minacciava dossier per ricattare Musumeci. Le intercettazioni: "La sanità è un condominio, io sono il capo"
PALERMO - Il grande affare della sanità in Sicilia non è più gestito dalla mafia. Ma non è una buona notizia, sono solo cambiati i padroni. Il business milionario che attira imprenditori da tutta Italia era finito nelle mani di due manager pubblici che avevano fatto della legalità la loro bandiera, con tanto di denunce alla magistratura per il sospetto di mazzette su alcuni appalti. Adesso, sono loro accusati di corruzione dalla procura e dalla Guardia di finanza di Palermo: Antonino Candela e Fabio Damiani, fino a ieri osannati bipartisan come i manager del rinnovamento. Ora, uno è ai domiciliari; l'altro, in carcere. Con l'accusa di avere imposto su quattro appalti da 600 milioni, banditi a partire del 2016 per apparecchiature mediche e servizi di pulizia, mazzette addirittura più care di quelle gestite dai mafiosi: non più il 3, ma il 5 per cento. «Erano diventati due centri occulti di potere», hanno scritto il procuratore Francesco Lo Voi e l'aggiunto Sergio Demontis. In carcere sono finiti anche due faccendieri al loro servizio e sei imprenditori con cui erano state concordate le tangenti.
È un'inchiesta che fa piombare palazzi delle istituzioni e il mondo dell'antimafia nell'ennesimo incubo. Com'era accaduto con altri paladini della legalità finiti sotto processo: la giudice Silvana Saguto e il leader di Confindustria Antonello Montante.
Sotto scorta Antonino Candela era anche lui un simbolo: l'ex stimato manager dell'Asp 6 di Palermo e attuale coordinatore per l'emergenza Covid in Sicilia andava in giro scortato e si fregiava della medaglia d'argento "al Merito della Sanità pubblica" ricevuta quattro anni fa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dalla ministra della Salute Beatrice Lorenzin, proprio per le sue denunce. «Si atteggiava a strenuo paladino della legalità - scrive la gip Claudia Rosini - ma dall'indagine è emersa invece una pessima personalità». Il giudice fa riferimento alle parole di Candela intercettate dal nucleo di polizia economico finanziaria. Sembra di ascoltare un'altra persona: «Ricordati che la sanità è un condominio, io sempre capo condominio rimango», sussurrava.
Il dossieraggio Quando poi due anni fa il presidente della Regione Nello Musumeci lo lasciò fuori dal giro delle nomine, Candela minacciava di lanciare una campagna di dossier. Diceva il suo amico faccendiere, Giuseppe Taibbi, pure lui ai domiciliari: «Ora, sia all'uno che all'altro, i due vice del premier che tanto vogliono la Sicilia e tanto casino vogliono fare in Sicilia e non vogliono questo presidente, io sono in grado di recapitargli un dossier nelle proprie scrivanie». È un racconto a tinte fosche quello che emerge. Damiani, che doveva avviare la "stagione delle regole" alla guida della Centrale unica di committenza della Regione, sussurrava: «Hanno mezza Sicilia grazie a me». Gli imprenditori. Avrebbero promesso tangenti per 2 milioni, «l'inchiesta ne ha documentate 160 mila versate», spiega il generale Antonio Quintavalle Cecere, il comandante provinciale della Finanza.
Nome in codice "Sorella" A tutto pensavano i due faccendieri legati agli insospettabili dirigenti. Salvatore Manganaro chiamava Damiani con un nome in codice: «Sorella». Diceva: «Io voglio creare un tavolo». Il nuovo tavolino degli appalti, in cui le tangenti passano attraverso schermi societari e trust. La mazzetta 2.0. Il braccio operativo di Candela, Taibbi, fingeva invece di fare lavori di manutenzione per le apparecchiature della società che doveva sborsare le tangenti. Poi era lui a consegnare i soldi a Candela, dopo averli prelevati al bancomat. Si vedevano al bar, sotto casa, davanti al mare di Mondello. «Il quadro emerso è a dir poco allarmante - spiega il colonnello Gianluca Angelini, il comandante del nucleo Pef - la gestione degli appalti della sanità siciliana appare affetta da una corruzione sistemica».
Damiani era a caccia soprattutto di nomine. Il giorno in cui il vice presidente della commissione sanità della Regione, Carmelo Pullara (è anche componente della commissione regionale antimafia), gli raccomandò il nome di un'azienda, lui chiese subito un aiuto. E adesso, Pullara, eletto nella lista "Idea Sicilia popolari e autonomisti Musumeci presidente", è indagato per turbativa d'asta.
Per una nomina, Damiani e il suo faccendiere puntavano anche sul presidente dell'Ars, Gianfranco Micciché (non è indagato), lo chiamavano «u puparo». Damiani incontrò il fratello, Guglielmo, in un bar del centro. Ma adesso Micciché replica: «Io e mio fratello non sappiamo chi sia Damiani».

Gli imprenditori ora hanno mezza Sicilia E devono ringraziare me

Se tu vuoi posso far recapitare subito un dossier sulle scrivanie di chi non vuole Musumeci

fabio damiani capo centrale unica appalti giuseppe taibbi intercettato con candela

Pedinati e filmati

k"Mi prendo personalmente 15 mila euro" Nel fermo immagine del video della Finanza il racconto di uno degli indagati: "Tra gara, ricorsi e ricorsini, m'incasso 15 mila euro per 9 anni" kNella borsa centomila euro Nel frame del video della Finanza un imprenditore porta una borsa con una tangente di 100 mila euro

Foto: kDa accusatori ad accusati In alto Antonino Candela, ex manager della Asp di Palermo e ora coordinatore per l'emergenza Covid. Qui sopra Fabio Damiani, capo della centrale appalti in Sicilia


Foto: k"È solo questione di soldi" "Che gliene frega poi, se va da una parte o dall'altra, è solo una questione economica", dice un altro indagato nel video dell'operazione k"Il cinque netto dei contratti" Un altro momento ripreso nel video: "... Mi fai vedere che rispetti gli impegni, salvo farmi dire che è il 5 netto dei contratti dei grandi impianti"