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02/06/2020

IL FUTURO DI TARANTO NON DIVENTI TEMA RISERVATO A POCHI NOTI

La Gazzetta Del Mezzogiorno - GIANCARLO TURI

Il sindaco ora chiede il modello-Genova Solidarietà al primario del Pronto Soccorso del Fazzi di Lecce Silvano Fracella dopo le polemiche sulle condizioni del reparto
SEGRETARIO GENERALE UIL TARANTO Che quella uscita dalle urne del marzo 2018 sarebbe stata una legislatura alquanto sofferta, lo si era capito fin da subito. La configurazione del nuovo Parlamento vedeva una folta presenza di forze antagoniste, poco propese alla costruzione, tant'è che la nascita del nuovo esecutivo richiese tempi lunghi. Poi, finalmente, il 1° giugno si insediò il Governo gialloverde, durato appena quattordici mesi, nel corso dei quali furono prodotte leggi dal respiro corto, che recavano, in modo evidente, le difficoltà di conciliare visioni diverse. Alcune di queste, a distanza di pochi mesi sono già state modificate (norme in materia di contratti di lavoro a termine) ed altre sono in procinto di esserlo (codice degli appalti). A fronte di un quadro normativo già molto disarticolato, si è aggiunta tutta la produzione necessaria per contenere l'emergenza epidemiologica, che ha richiesto l'adozione di misure straordinarie. Si pensi che, solo per attuare il secondo maxi provvedimento, il D.L. 34 (quello dei 55 miliardi di euro), gli esperti ministeriali ritengono che serviranno ben 98 decreti, senza dei quali quelle norme rimarrebbero prive di efficacia. Nel momento della ripartenza, si condivide da più parti l'esigenza di "semplificare e di sburocratizzare" il corpus normativo, snellendolo. Se ne sta occupando direttamente Palazzo Chigi, lasciando fuori i plenipotenziari delle Finanze. Un autentico bisogno, peraltro, non nuovo. E qui ritorna il tema della qualità politica del Parlamento, che dovrebbe cimentarsi in quest'opera ciclopica. Per farlo, dovrebbe però poter disporre di un concorso di volontà univoco, privo di impalcature ideologiche e, ancor prima, di un modo nuovo e diverso di legiferare, che dovrebbe poter contare su maggioranze ampie, in grado di interagire con il Paese reale, recependone bisogni e aspirazioni. Sino ad oggi, un tentativo realmente praticato per dare una risposta al problema è stato quello dell'adozione dei regimi commissariali, attraverso i quali si sono concentrati i poteri di azione, verticalizzandoli, e si sono compressi i tempi di adozione dei provvedimenti, anche ricorrendo all'istituto del silenzio-assenso. Nel tentativo di limitare gli effetti del contenzioso seriale, azionato ad arte per dilatare i tempi di attuazione dei provvedimenti, sono stati introdotti meccanismi che non ne sospendano l'esecutività. Anche la recente adozione delle Zes va nella medesima direzione. La sua finalità più apprezzata non è tanto il vantaggio fiscale, quanto la compressione dei tempi della burocrazia. Come spesso accade, però, l'esigenza di speditezza mal si concilia con la pratica della democrazia, che presuppone un'ampia condivisione delle scelte. Il ricorso continuo a provvedimenti di stampo dirigista, con la proliferazione di atti di amministrazione a scapito di quelli legislativi, produce strappi nel tessuto sociale che, prima o poi, emergeranno. Occorre certamente fare presto ma senza alterare le regole democratiche. CONTINUA IN XX >> >> SEGUE DALLA I Riteniamo che lo snellimento delle procedure, per essere efficace, vada accompagnato da una visione prospettica delle scelte da compiere. Quello che sta accadendo nel mondo della scuola a proposito delle procedure di reclutamento è emblematico e testimonia un preoccupante strabismo politico. Il Ministro dell'Istruzione Azzolina tiene con il fiato sospeso decine di migliaia di precari che attendono di essere stabilizzati. I partner di Governo, PD, LEU e i Sindacati di categoria, propendono per un concorso per titoli. Va specificato che si tratta di "candidati" che insegnano continuativamente da anni. Il tema ha impegnato direttamente il Premier il quale, mediando tra le parti, ha affermato che il concorso con prove selettive si farà ad anno scolastico, il prossimo, già avviato e con un numero di precari destinato ad aumentare a dismisura (se ne conteranno ben duecentomila). Un dettaglio: il personale precario cambia sede ogni anno, quindi, la "discontinuità" didatti ca, per molti un disvalore, è assicurata. Siamo di fronte ad un chiaro conflitto ideologico, la cui soluzione rappresenta la solita mediazione al ribasso, dettata solo da mere convenienze politiche. Facile immaginare gli strascichi che ne seguiranno (i sindacati hanno già indetto lo sciopero) e che non mancheranno di sfociare in azioni di contenzioso. Decidere in solitudine, fuori da un un'azione di confronto, porta spesso a decisioni non condivise dai destinatari. Se spostiamo l'attenzione sull'epica questione Ilva, la situazione non cambia. Il 4 marzo scorso, viene varato un accordo, tra il Governo e l'azienda, i cui contenuti sono "secretati"; lavoratori e sindacati, che ne subiscono le conseguenze, non ne hanno conoscenza. Arrivano le proteste, a dir poco legittime, che, prima ancora di rivendicare le soluzioni, chiedono di capire cosa stia accadendo. Nel frattempo, nella confusione più totale, c'è chi, intravvedendo strumentali azioni di disimpegno da parte dei franco-indiani, si affretta a chiedere di mandarli via. Altri, sapendo che non ci sono soggetti interessati all'acquisizione della fabbrica, ne auspicano la nazionalizzazione. La realtà, quella che incide sulla vita delle persone, vede un ricorso sempre più massiccio alla cassa integrazione per i lavoratori diretti, mentre, per quelli dell'indotto, le ditte non riescono neanche a farsi pagare le fatture dei lavori effettuati. In questa gran confusione, il ministro dell'Economia Gualtieri rassicura tutti, accennando ad un impegno diretto dello Stato. Quando e come accadrà non è dato sapere. Forse, se ne riparlerà tra una decina di giorni, quando Mittal estrarrà dal cilindro il piano industriale, sperando che non proponga i soliti tagli ai posti di lavoro. Dopo otto anni, siamo ancora alla ricerca di un percorso credibile. In perfetta analogia, la settimana scorsa è arrivata un'altra sorpresa dal Contratto Istituzionale di Sviluppo, quello ideato dal Governo Renzi per sostenere la provincia di Taranto nel superamento della crisi siderurgica, individuando nuove direttrici di sviluppo. Siamo passati da un'azione di governo concertata, quella impressa dall'allo ra Ministro per il Sud, il prof. Claudio De Vincenti, ad una politicamente opposta, di stampo chiaramente dirigista, condotta direttamente dal Premier Conte con l'au silio del Sottosegretario Turco, tarantino, con delega allo Sviluppo Economico. Abbiamo appreso che la programmazione non è più un'azione preventiva e di confronto con le parti, bensì una fase che prende forma ex-post, quando si mettono insieme gli interventi che si intendono finalizzare. Passare da una programmazione ad un'altra è poco più di un dettaglio. Poi, sempre a posteriori, si apprende, dalle "generose" di chiarazioni rese alla Stampa dai protagonisti, che sono scomparse dall'agenda sia la "foresta urbana" che quegli interventi di "edilizia pubblica residenziale" pensati e progettati per la rinascita eco sostenibile del quartiere Tamburi. Solo un anno fa, l'archistar Kipar, vincitore di una gara europea indetta dal Comune di Taranto, presentava il progetto di rigenerazione ambientale. A quanto ci è dato di capire, il TIP ha appreso questa decisione dai giornali. E' giusto agire il più rapidamente possibile, perché la variabile tempo è stato abusata a dismisura. Ma farlo senza informare nessuno non ci pare un comportamento né politicamente né eticamente corretto. Attenzione a non alterare il funzionamento democratico del sistema con l'alibi di far presto. Sburocratizzazione e semplificazione sono cose completamente diverse. Giancarlo Turi Segretario Generale Uil Taranto