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04/07/2020

Il Covid blocca gli appalti, per l’Anac nel Nord sono diminuiti del 50% Arriva l’sos corruzione: «Boom di prezzi e prodotti di scarsa qualità»

Il Trentino

I DATI DELL'AUTHORITY
• L'epidemia del Covid non risparmia lo scenario degli appalti, sconvolgendo il quadro e le priorità degli «affidamenti» pubblici. Nel primo quadrimestre 2020 gli appalti sono scesi del 24% per numero e del 33% in valore, con 18,6 miliardi in meno. E il Nord continua a pagare il prezzo più alto in questa pandemia, perdendo circa il 50% rispetto all'anno scorso (-14 miliardi). Un dato che a livello nazionale pesa per l'80%. A segnalare la paralisi è l'Anac con la sua relazione annuale, che - a fronte di una spesa arrivata già a 3 miliardi per le forniture durante l'emergenza - lancia un allarme anche riguardo all'«abnorme lievitazione dei prezzi» e un calo nella qualità dei prodotti. Non solo. Aumentano le esche della corruzione tese dalle mafie, con «effetti devastanti sul sistema economico e sulle imprese sane, già pesantemente colpite dalla crisi». A leggere i numeri e indicare la linea è il presidente del'Autorità Nazionale Anticorruzione, Francesco Merloni, che sulla scia del suo predecessore Raffaele Cantone rigetta «le resistenze, accompagnate da tentativi di dipingere l'Anac come un intralcio» e, alzando lo sguardo sugli ultimi provvedimenti in arrivo dal governo, boccia le bozze sul dl semplificazioni circolate in questi giorni. Merloni bolla come «ipotesi rischiose» il largo utilizzo dei «super-commissari» o la riproposizione del «modello Genova» per alcuni appalti sopra soglia, così come uno «sblocca cantieri bis» avrebbe «le stesse problematiche» del primo. Ma la corruzione - che su questo fronte tiene l'Italia ancora «lontana dagli standard dei Paesi avanzati» è anche quella da pochi spiccioli. «È un fenomeno polverizzato e multiforme e coinvolge quasi tutte le aree territoriali del Paese», spiega Merloni, precisando che ormai «il valore della tangente è di frequente molto basso e assume sempre di più forme diverse dalla classica dazione di denaro, come l'assunzione di amici e parenti». La funzione pubblica è venduta per 2mila o 3mila euro, a volte anche solo per 50 o 100 euro. E ci sono casi al limite del grottesco, dove lo «scambio» non sono più solo ristrutturazioni edilizie o buoni benzina: in cambio di un'informazione riservata è stato persino offerto un agnello. E pensare che in tutto il 2019 il valore complessivo degli appalti pubblici si è attestato su valori record: 170 miliardi di euro, oltre 30 miliardi in più del 2018 (+23%). Una cifra mai toccata dal settore in precedenza mentre crescevano anche però le interdittive Antimafia (+10%) e le segnalazioni whisteblowing (+11%), ovvero quelle di dipendenti pubblici che hanno segnalato illeciti di cui sono venuti a conoscenza sul luogo di lavoro. Poi è arrivata la pandemia. E solo nei primi quattro mesi del 2020 gli appalti sono scesi del 24% per numero e del 33% in valore. La regione più colpita, com'era prevedibile, è la Lombardia (-63%, una flessione di 10 miliardi) mentre alcune, come il Lazio (+14%), hanno fatto addirittura registrare dati positivi. Dall'altra parte, in questo periodo, la spesa dello Stato è stata proiettata all'acquisto di dispositivi di protezione e di diagnosi. «L'emergenza ha determinato un impatto molto rilevante sulla finanza pubblica» e «non possono ritenersi estranei comportamenti speculativi e predatori da parte di soggetti variamente posizionati lungo la catena di fornitura», sottolinea l'Anac, avvertendo che la domanda di mascherine e tamponi potrebbe continuare a moltiplicarsi.

Foto: • Operai al lavoro in un cantiere edile (Ansa)