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05/05/2020

Il contrappasso di Longarini condannato a risarcire lo Stato

La Repubblica - Affari Finanza - SERGIO RIZZO

Una storia italiana
I pagina 11 M ai sottovalutare la legge del contrappasso, come invece ha fatto Edoardo Longarini. Il 20 aprile scorso, mentre imperversava l'epidemia di coronavirus, si è beccato dal Tribunale di Roma una condanna a pagare 120 milioni 604.098 euro più gli interessi ai contribuenti. Quegli stessi contribuenti dai quali lui aveva preteso un risarcimento di un miliardo 888 milioni: pretesa che otto mesi prima la Cassazione aveva invece definitivamente sepolto. Quello di Longarini, classe 1931, è un nome che riemerge dal crepuscolo della Prima Repubblica. E la vicenda di cui stiamo parlando è forse l'ultimo strascico della mai troppo lontana epoca di Tangentopoli. Figlio di un ferroviere di Tolentino, era il padrone delle Marche. Lo era diventato grazie a un governo di Giulio Andreotti che dopo il terremoto di Ancona del 1972 aveva riesumato una leggina del 1929 finita nel dimenticatoio. Quella legge prevedeva che per i lavori post bellici si potessero evitare le lungaggini delle gare d'appalto, affidando tutto a un concessionario. E di fatto Longarini già lo era, visto che la sua impresa lavorava già dal tempo di De Gasperi per la ricostruzione della città bombardata nel 1943 dagli alleati. Il terremoto fu la sua consacrazione. Così nel 1972, e così dieci anni dopo per i lavori della frana di Ancona, e così per la ricostruzione di Macerata, e così per quella di Ariano Irpino. Con un rapporto così stretto con la Dc da non capire più chi è a dare le carte: se i politici o direttamente lui. I miliardi corrono a fiumi nelle casse dell'Adriatica Costruzioni, con Longarini che si impegna a fondo per far capire a tutti che in città non comandano altri. Quelli che osavano sfidarlo si contano forse sulle dita di una mano: il più risoluto, il consigliere comunale di sinistra Eugenio Duca. Che riesce ad appiccicargli addosso il nomignolo di "Al Cafone". Longarini fa spallucce e va avanti come un caterpillar. Compra i giornali locali e perfino la squadra di calcio. E se qualcuno si mette di traverso, minaccia di andare allo stadio la domenica e parlare agli altoparlanti: «Dico a tutti che vuoi bloccare lo sviluppo di Ancona!». Dalle verifiche della Corte dei conti saltano fuori cose turche: per fare una strada i costi lievitano anche del 300 per cento rispetto a quelli sostenuti dall'Anas. Per non parlare dei tempi biblici con cui le opere vengono realizzate. Finché un bel giorno il bubbone di Tangentopoli scoppia anche qui, mettendo a nudo il marciume inenarrabile del sistema marchigiano. Longarini finisce in manette e in primo grado i giudici non sono teneri: dieci anni di carcere. Quel castello costruito in quattro decenni viene giù tutto d'un colpo. C'è il governo di Carlo Azeglio Ciampi quando il Parlamento approva una legge che annulla tutte le concessioni generosamente assegnate all'ex re di Ancona. E paradosso vuole che il ministro dei Lavori pubblici autore di quella tagliola sia un marchigiano democristiano eletto nel collegio di Ancona, conterraneo e dello stesso partito di Longarini, ma di una schiatta completamente diversa: Francesco Merloni. "Al Cafone" non è però tipo da arrendersi facilmente. I giudici di appello alleggeriscono notevolmente la condanna: da dieci anni a tre anni e otto mesi. Invece in Cassazione non ci arriva quasi, perché le regole italiane secondo le quali i termini di decadenza decorrono da quando il reato è consumato anziché dal momento in cui viene scoperto, combinate con le lungaggini della giustizia, fanno evaporare tutto in prescrizione. E comincia la guerra, che si combatte su un terreno nel quale lo Stato soccombe statisticamente nel 95% dei casi. Il terreno degli arbitrati. Anche perché nel frattempo il Consiglio di Stato ha revocato una sentenza del Tar che aveva confermato l'annullamento di tutte le concessioni di Longarini. La guerra degli arbitrati inizia quando ministro delle Infrastrutture è Antonio Di Pietro e si svolge in tre distinte battaglie, nelle quali si alternano personaggi come l'ex presidente del Tar del Lazio Pasquale De Lise, l'avvocato dello Stato Vincenzo Nunziata, l'ex amministratore di Autostrade Vito Gamberale e perfino il futuro segretario dell'Italia dei Valori Ignazio Messina. E alla fine, tanto per non smentire le statistiche, lo stato soccombe. Condannato a pagare a Longarini 1,2 miliardi più interessi e rivalutazioni: per un totale di un miliardo 888 milioni. E per i collegi arbitrali una parcella collettiva di oltre 13 milioni di euro. Nel frattempo il ministero delle Infrastrutture ha già pagato all'ex concessionario di Ancona, Macerata e Ariano Irpino qualcosa come 250 milioni euro. Siamo arrivati al 2015 e per aprire i rubinetti del denaro pubblico si attende solo un pronunciamento della Cassazione. La Corte d'appello ha infatti rigettato il ricorso dello Stato contro il risultato dei lodi arbitrali per un cavillo formale. Per l'occasione Longarini ha schierato le corazzate legali, con una punta di diamante particolarmente affilata: l'ex giudice costituzionale Romano Vaccarella, che da avvocato ora difende gli interessi di un privato contro lo Stato. Tutto sembra quindi ormai perduto per la collettività, quando la Suprema Corte sceglie invece a sorpresa di rinviare la decisione nuovamente al giudice d'appello: che accoglie il ricorso statale. La faccenda però non è ancora chiusa. Lo sarà soltanto nell'agosto 2019, quando l'ennesimo pronunciamento della Cassazione metterà fine alle pretese di Longarini. Ancora una volta, però, lui non ci sta. E innesca un altro nugolo di ricorsi al tribunale di Roma. Due di questi arrivano a giudizio il 20 aprile scorso, con una sentenza categorica, capace di smontare tutta l'impalcatura su cui l'ex re di Ancona ha imbastito la sua offensiva. Perché dice che la legge del 1993 da lui contestata ha revocato tutti i decreti delle famose concessioni che per decenni l'hanno inondato di denaro pubblico: dunque i pagamenti fatti dopo quel momento sono indebiti. E al ministero delle Infrastrutture vanno intanto restituiti 120 milioni e rotti, più gli interessi. Tutto è bene quel che finisce bene, è il caso di dire. Ma sarà davvero finita qui? ©RIPRODUZIONE RISERVATA DANIELE CIMINO/ANSA
La vicenda/2 Con Tangentopoli il "sistema marchigiano" crollò, il costruttore fu condannato e poi prescritto. Ma perse i lavori e da lì cominciò la guerra degli arbitratiFocus
LA BIOGRAFIA Edoardo Longarini, classe 1931 da Tolentino, in provincia di Macerata, ha spaziato parecchio dal punto di vista imprenditoriale. Subito dopo essersi diplomato in ragioneria è stato commerciante di olii per autoveicoli e segretario della Democrazia Cristiana di Falconara, zona industriale adiacente ad Ancona. Negli anni Settanta fonda la Adriatica Costruzioni, società che viene scelta dal ministero dei Lavori pubblici per le opere di ricostruzione postbellica di Macerata, Civitanova ed Ariano Irpino, cui si aggiunge anche la ricostruzione di Ancona. Oltre alle costruzioni, Longarini si è successivamente interessato anche al mondo dell'editoria e del calcio. È stato editore di un gruppo di "gazzette" nelle regioni Marche, Umbria e Toscana ed ha assunto il controllo dell'Ancona Calcio, che ha portato fino alla Serie A. Ma è stato anche proprietario della Lodigiani (terzo club calcistico di Roma) e della Ternana. Ha posseduto anche una stazione radio e tv sempre nelle MarcheLa vicenda/1
Grazie a un leggina del 1929 e agli appoggi della Dc andreottiana si era aggiudicato tutte le opere delle ricostruzioni post terremoto. Senza dover passare dalle gare d'appalto

Foto: 1 2 3 1 Il costruttore Edoardo Longarini in tribunale ad Ancona nel 1996 durante il processo d'appello 2 Un'immagine del terremoto di Ancona del giugno 1972. Nella foto una Fiat 500 targata AN sommersa dalle macerie 3 Edoardo Longarini fu anche presidente dell'Ancona calcio che portò in serie A. Qui è con l'allenatore Vincenzo Guerini