scarica l'app Telemat
MENU
Chiudi
22/05/2021

I veri nemici del Recovery

Il Giornale - Vittorio Macioce

LE ANALISI
Afrenare il Recovery plan saranno tutti quelli che temono di perdere il potere di dire «no». La resistenza che Mario Draghi non si aspettava parla a voce bassa. Non ha nulla di particolarmente nobile o coraggioso. Non è neppure ideologica. È piuttosto (...) segue a pagina 3 dalla prima pagina (...) un abito mentale. ? la paura che qualcosa in Italia possa davvero cambiare. Draghi ? arrivato al governo con una missione: dare un orizzonte e un futuro a questo Paese. Non ? soltanto sopravvivere. Non ? solo lasciarsi alle spalle il buio della pandemia. ? realizzare riforme e progetti per tirare fuori l?Italia dalla palude. ? troppi anni che siamo immobili. Nulla si muove e nulla si fa per ch? il potere pi? amato ? quello di veto. ? il piacere, perfido e rassicu rante, di dire no. I soldi e i prestiti europei non servono solo per riparare i danni economici e sociali del virus. Sono una scommessa. ? un atto di fiducia. L?Europa non pu? permettersi il fallimento dell?Italia e investe su di noi per farci tornare competitivi. C?? molto scetticismo, ma la speranza ? che non sprecheremo l?ultima occasione. Questo discorso, che sembra facile e lineare, non ? per? condiviso da tutti. Quando Draghi ricorda ai partiti della maggioranza che bisogna fare in fretta e sporcarsi le mani trova gran parte degli interlocutori indaffarati a pensare ad altro. C?? sempre qualcuno che mette sul tavolo questioni che Draghi considera non urgenti: la cittadinanza, la scelta del presidente della Repubblica, la fame di consenso per vincere le prossime elezioni o, come ieri, la tassa di successione. Draghi, e anche Mattarella, si stanno da tempo chiedendo se i partiti abbiano davvero capito cosa ci stiamo giocando. La risposta, sconsolata, ? no. Ognuno ? in fondo perso dentro i fatti suoi. Il Recovery plan ? vissuto quasi come un fastidio, una questione noiosa che non accende le ossessioni delle chiacchiere da bar. Il ?Recovery? non ? ?social?. ? per questo che il governo fatica a lavorare sulla sua missione. C?? una resistenza prima di tutto culturale. Draghi, per esempio, ? convinto che per modernizzare l?Italia serva un atto di fiducia da parte dello Sta to. Questo non significa chiudere un occhio o devastare il territorio. ? immaginare una burocrazia diversa, meno lenta, meno paurosa, meno arroccata nella verit? del pro prio potere. Tutti i ministri su questo punto stanno avendo delle difficolt?. La grande macchina dello Stato, che ha il volto e le teste di dirigenti, funzionari e tutta la schiatta del potere amministrativo, non ? in genere troppo favorevole alla rivoluzione draghiana. Non ? sfiducia verso il presidente del Consiglio, ma verso il cambiamento troppo veloce. Dario Franceschini, ministro per i Beni culturali, ? quello pi? in difficolt?, fino a incarnare la figura del politico prigioniero dei suoi bu rocrati. Non si sa se ? davvero di s?, ma ? un dato di fatto che il ministro sta frenando sul decreto semplificazioni e sulla riforma del codice degli appalti. Non ? contrario a qualche ritocco, ma non ? in linea con la visione di Draghi e di altri ministri. La sua posizione preoccupa perfino 80 sindaci del Pd che gli hanno scritto una lettera per chiedergli di ?abbattere la burocrazia?. La democra zia, sostengono, ? velocit?. Il timore, insomma, ? che la lentezza dei sopraintendenti sia uno scoglio dif ficile da superare. La paura di muoversi e il potere di dire no. ? lungo questi due confini che si gioca l?impresa di Draghi. La sua maggioranza non lo sta aiutando. Vittorio Macioce