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16/06/2020

I tempi vanno accorciati ma i controlli devono esserci

Il Tirreno

Ci risiamo. La prima reazione alla notizia di aziende che sfruttano lavoratori e frodano sulla qualità della merce per restare nel prezzo non può che essere questa. Che il prodotto sia una camicetta, nei periodi normali, o le mascherine nell'era della pandemia, il "sistema Prato" rispunta e resuscita ogni qual volta i segnali appaiono incoraggianti: non si parla più di dormitori, o quasi per nulla. Il rogo della Teresa Moda è solo una tragica ricorrenza da commemorare ogni anno come la strage di Capaci o di piazza Fontana. Poi però si scopre che qui c'è dell'altro. La reazione a caldo lascia spazio ad una serie di riflessioni tra loro concatenate.La buccia di banana sulla quale è scivolata la Regione, innanzitutto. I controlli, fiore all'occhiello per anni nella lotta al lavoro illegale in questa fetta di Toscana, dove sono finiti? Nessuno ha pensato che per far produrre decine di milioni di mascherine a 0,45 euro in così breve tempo si dovesse andare oltre l'autocertificazione dell'azienda? Come spesso avviene, la maxi-frode è stata scoperta in maniera quasi casuale, da un'indagine della Procura su una piccola confezione cinese che faceva mascherine senza autorizzazione. Solo grazie a questo routinario controllo delle forze dell'ordine su una microazienda di confezioni del Macrolotto pratese, la Finanza ha potuto bloccare i primi pagamenti all'azienda capofila che ha vinto la commessa ed impedire che gli ignari cittadini toscani indossassero, a loro insaputa, tutti i dispositivi di protezione "pacco", inefficaci al contenimento del virus. C'è poi l'altro aspetto ancora più grave, quello dello sfruttamento di lavoratori, clandestini e non, un modello praticato persino da aziende che concorrono per grosse commesse pubbliche. E non sono solo i cinesi a perseverare in questo sistema che è stato, forse un po' ingenerosamente, definito "sistema Prato". Basti ricordare che appena due settimane fa la squadra mobile ha scoperchiato un altro filone di lavoro nero e sfruttamento, quello del caporalato nell'edilizia. Certo la pandemia non ha aiutato e non aiuta. È in buona fede la fretta degli enti pubblici di concludere gli appalti delle mascherine e di altri dispositivi medici nel momento del gran bisogno, in cui l'emergenza sanitaria oscura gli altri aspetti del lavoro, come lo sfruttamento e la sicurezza. Ma non può diventare una scusa. In questi giorni, a fianco del dibattito della politica su come affrontare il tema dell'adozione di misure necessarie per finanziare il rilancio dell'economica, c'è anche quello di snellire la burocrazia, accorciare le procedure e qualcuno propone persino di abolire il Codice degli appalti. Il dibattito è serio e l'esigenza sacrosanta, ma episodi come quello dell'inchiesta di Prato sulla frode e lo sfruttamento nella produzione di mascherine insegnano che il "modello Genova" che accorcia i tempi con risultati migliori non è un paradigma e non è facilmente ripetibile in tutte le occasioni. --