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23/05/2020

I dubbi del Pd sul piano per gli appalti “Meglio pensare a un modello nuovo”

La Stampa - FEDERICO CAPURSO

Preoccupano le deroghe giudiziarie e i rischi per l'ambiente. I tempi rischiano di allungarsi
ROMA Il modello Genova, che il premier Giuseppe Conte vorrebbe replicare per superare il codice degli appalti, non scalda i cuori del Pd. Troppe le deroghe giudiziarie, oltre alle condizioni non replicabili che hanno permesso di ricostruire in tempi record il ponte Morandi, e qualche dubbio si muove anche sulle tutele ambientali. Piuttosto, dicono, «si costruisca un modello nuovo». Conte, parlando in Aula alla Camera, ha solo sfiorato il tema. Confermando, però, la volontà di intervenire per «promuovere una rivoluzione culturale nella pubblica amministrazione, affinché - pur in un'ottica di rigore e trasparenza - i funzionari pubblici siano incentivati a sbloccare opere e appalti pubblici, evitando che su di loro gravi un'eccessiva incertezza giuridica e regolamentare». Ma le distanze, all'interno della maggioranza restano. Tanto che la ministra della Pa Fabiana Dadone avverte: «Ci sarà sicuramente una discussione dura e complicata». Una visione univoca all'interno del partito di Nicola Zingaretti, poi, non è ancora emersa. La ministra dei Trasporti Paola De Micheli, che segue in prima persona il dossier, vorrebbe attingere alle migliori pratiche messe in atto in passato, per costruire un modello nuovo. Al primo posto, per lei, devono esserci la sicurezza dei lavoratori e dei filtri che non permettano infiltrazioni mafiose. Altri, invece, vorrebbero tornare al modello Expo, facendo intervenire l'Autorità anticorruzione, che a Milano aveva permesso di mettere in un angolo i fenomeni corruttivi e frenare i ricorsi al Tar. Restano delle perplessità profonde, dunque, che si aggiungono a quelle del ministro dell'Ambiente Sergio Costa e di un nutrito gruppo di parlamentari M5S, attenti a non tradire le storiche battaglie ambientali di Beppe Grillo. E mentre nel Palazzo si discute, fuori i sindacati minacciano «tutte le mobilitazioni possibili, se si pensa di ridurre così le tutele dei lavoratori, liberalizzare il subappalto o alimentare il dumping contrattuale». Dalle parti di palazzo Chigi, adesso, iniziano a pensare che le 2-3 settimane preventivate per chiudere la pratica non siano più sufficienti. - © RIPRODUZIONE RISERVATA