MENU
Chiudi
09/11/2018

I Comuni contro Salvini difendono i richiedenti asilo

Left - Donatella Coccoli

IN COPERTINA / ENTI LOCALI
Decine di amministrazioni locali tra cui Torino, Bologna e Padova, si ribellano contro il decreto Salvini. Il provvedimento viola le direttive europee sull'accoglienza. E secondo le stime dell'Anci oltre 50mila profughi nel 2019 perderanno tutele fondamentali
Una mappa sempre più estesa, giorno dopo giorno. Da Torino a Bologna, da Padova a Bergamo e Firenze, per poi arrivare a 60 comuni pugliesi fino a sindaci e responsabili Sprar della Calabria. Gli enti locali contro il decreto Salvini. E non è un eufemismo. Interi consigli comunali hanno votato per esprimere il dissenso su un dl che, una volta convertito in legge dal Parlamento così come è stato approvato il 4 ottobre, condannerà all'invisibilità migliaia di richiedenti asilo già inseriti in progetti di lavoro, li priverà di servizi essenziali e provocherà «disordine sociale» come avevano subito segnalato i giuristi dell'Asgi (v. Left del 31 agosto 2018). Gli amministratori chiedono soprattutto di aprire un tavolo di confronto con gli enti locali stessi, «il presidio pubblico più vicino ai cittadini», come dice l'assessore alle politiche sociali di Padova Marta Nalin. Le ripercussioni sui territori secondo l'Anci - che ha presentato degli emendamenti al decreto 133/2018 già nel 2019 saranno pesanti. Sia in termini di perdita dei diritti per gli stranieri che in costi economici per gli enti locali: 50mila saranno coloro che diventeranno irregolari e 280 milioni la spesa che ricadrà sui comuni. Sono questi i nodi che hanno portato il 22 ottobre il consiglio comunale di Torino a maggioranza M5s a votare contro il decreto. Gli aspetti critici sono evidenti, spiega Marta Nalin, eletta con Coalizione civica a Padova: «Con l'eliminazione del permesso umanitario, per esempio, circa mille persone che si trovano nel nostro territorio, nonostante abbiano già iniziato un percorso lavorativo, si troverebbero irregolari con tutti i rischi che ne derivano rispetto all'accesso ai servizi, al lavoro, e soprattutto alla possibilità di finire preda della criminalità». Nalin definisce «incomprensibile» la scelta del governo di limitare l'accesso agli Sprar solo a chi ha già lo status di rifugiato e non ai richiedenti asilo. «Lo Sprar è l'unico sistema di accoglienza gestito direttamente dai comuni che richiede una rendicontazione precisa e mette in atto strumenti di inclusione. Togliere i richiedenti asilo che sono la maggior parte di queste persone, e che hanno bisogno di servizi perché si trovano in un Paese che non conoscono, a partire dalla lingua, non è razionale dal punto di vista della gestione». E poi l'ampliamento dei Cas (con allungamento dei tempi di permanenza) senza che un sindaco possa avere voce in capitolo e la possibilità di derogare al codice degli appalti, spiega l'assessore di Padova, sono questioni che preoccupano gli amministratori locali. Soprattutto quando la realtà mostra un sistema che funziona, come a Bologna. Qui il consiglio comunale, a parte il non voto dei grillini e quello contrario della destra ha approvato un ordine del giorno simile a quello di Torino. I consiglieri di sinistra di Coalizione civica e quelli della maggioranza Pd avevano prodotto due testi «su cui velocemente abbiamo trovato la quadra» racconta Federico Martelloni di Coalizione civica. La formazione politica bolognese ha inviato poi una lettera alla Giunta per sollecitare «un piano per gestire l'impatto locale dell'entrata in vigore del decreto». Bologna, si ricorda nella lettera, doveva convertire, prima città in Italia, il sistema emergenziale dei Cas in Sprar. E adesso cosa accadrà di questo processo di normalizzazione del fenomeno immigrazione e di una rete efficace che coinvolge 43 comuni? «L'idea di Salvini è quella di decostruire il sistema Sprar con il vero obiettivo di produrre clandestinità e fare spot in campagna elettorale, cannibalizzando in questa operazione i Cinque stelle», sottolinea Martelloni. A Padova, spiega Marta Nalin, intanto è stato chiesto un incontro tra i comuni della rete Sprar e il prefetto per poter ridurre il danno, per così dire. «Bisogna cercare il più possibile di utilizzare le clausole dei permessi speciali lavorando in rete con le Usl e la prefettura in modo che si possano individuare i casi di tutte quelle persone più vulnerabili, con disagio psichico o vittime di tratta in modo che venga loro garantita la protezione». Anche perché sarà difficile individuarle in un grande centro di accoglienza. E poi ci sono i minori stranieri non accompagnati. In Veneto, come nelle altre regioni adriatiche, continua Nalin, arrivano molti giovanissimi dall'Albania o dal Kossovo. «Ecco, in questo caso il governo potrebbe fare davvero qualcosa, stipulando accordi con i Paesi di origine per regolare il flusso dei minori migranti». La presa di posizione degli enti locali, tra cui anche molti della rete Italia in comune, dimostra una reazione dal basso concreta. «Io mi auguro che ci sia una reattività sociale molto diffusa. Non solo da parte delle associazioni e dei cittadini italiani, ma anche e soprattutto degli stranieri». A parlare è Nazzarena Zorzella, avvocato bolognese che fa parte dell'Asgi. «Vedo in giro - aggiunge - molta volontà di conoscere il decreto da parte di immigrati, gruppi organizzati, associazioni, istituti culturali». Ben venga la reazione degli enti locali, anche se l'Anci, fa notare Zorzella, sotto i governi precedenti, avrebbe potuto chiedere allo Stato «di mettersi in norma secondo la direttiva europea dell'accoglienza e quindi rendere il sistema Sprar obbligatorio e non su base volontaria». Un altro passo falso del centrosinistra che del resto con i decreti Minniti aveva inciso sui diritti di difesa dei richiedenti asilo. Che cosa si può fare adesso? «Sul tema dell'accoglienza, visto che gli Sprar accolgono solo i titolari di protezione internazionale mentre i richiedenti asilo andranno nei Cas, lo strumento che possono avere i sindaci, le associazioni e anche i richiedenti asilo stessi, è quello di impugnare il decreto». Zorzella ricorda che già il sistema dei Cas non era conforme alla direttiva europea accoglienza 33/2013, nel senso che i servizi che i centri dovevano mettere a disposizione, la formazione al lavoro, l'orientamento legale non erano obbligatori. «Era una strada, quella di impugnare le norme italiane, che non si è fatta in passato, ma che si può fare adesso». Non solo. Il decreto Salvini potrebbe contenere elementi di incostituzionalità. Come nel caso della revoca della cittadinanza. «A mio parere è una palese discriminazione», sottolinea l'avvocato dell'Asgi. «Uno status giuridico di stabilità per antonomasia come la cittadinanza non può essere revocato differenziando tra chi nasce straniero e diventa cittadino italiano e chi lo è da più generazioni». Lo scenario che si presenta, secondo Nazzarena Zorzella sarà un aumento del contenzioso. «Noi avvocati ci stiamo preparando e organizzando per fare cause davanti all'autorità giudiziaria e per far valere tutto quello che prima rientrava nella cosiddetta protezione umanitaria. Di sicuro daremo battaglia». BENVEGNÙ E GUAITOLI, IMAGOECONOMICA
Nazzarena Zorzella, Asgi: «La revoca della cittadinanza è una palese discriminazione»

Foto: Copertina_Antirazzismo_comuni.indd 14

Richiedi una prova gratuita

Compila il form per ricevere gratis e senza impegno tutte le gare profilate per il tuo settore